Lacrime e sorrisi a New Orleans – “For Fat Man” – Preservation Brass

PRESERVATION BRASS & PRESERVATION HALL JAZZ BAND – For Fat Man (Sub Pop Records)

Supporti disponibili: CD – LP

C’è stato un tempo in cui ci si divertiva. Si andava dietro alla banda e come nella canzone ogni pensiero cupo svaniva nel cielo azzurro di swing. C’erano risate e sorrisi e danze attorno. Era il jazz degli albori, quello che abbiamo idealizzato e di cui abbiamo goduto, quello di New Orleans, quello che per qualcuno non conta nulla, quello che abbiamo rinnegato, o infilato nell’angusto recinto “Trad” e a cui siam poi tornati con occhi rossi e sensi di colpa, musica ineludibile per comprendere i mille traccianti che questa forma d’arte disegna.

C’era una grancassa a dare il tempo, una grancassa che era il cuore di tutto, forte, profonda, precisa, e attorno trombe, tromboni, sassofoni e clarinetti e una scia di colori che la marching band lasciava dietro di sè.

Questo disco, questa scheggia di commossa gloria jazzistica tout court ci rammenta che ci si può divertire con la morte nel cuore, anche ad un funerale, anche ricordando un amico che quella grancassa la suonava benissimo, e qui parliamo di mr. Kerry “Fat Man” Hunter, batterista molto amato e capace di cogliere anche un Grammy con i New Orleans Nightcrawlers, morto violentemente a cinquantatre anni nella sua Crescent City, investito da una macchina guidata da un ventunenne ubriaco mentre camminava tranquillo, alla mezzanotte del martedi grasso 2024. Il corpo pare sia stato trascinato per un paio di miglia, mezzo penzolante dal parabrezza. Storia triste e balorda, non è servito chiamare il mitico detective Dave Robicheaux per arrestare l’autista, ma per Fat Man, che aveva celebrato decine e decine di funerali in New Orleans style, è toccato a sorpresa il ruolo di protagonista principale, con tutta la comunità che si è stretta per piangerlo e ricordarlo come meritava.

Ben Jaffe, il direttore di questa preziosa istituzione che preserva le antiche radici jazz e ne rinnova lo stile pulsante, con commistioni afrocubane e funky, ricorda così il percussionista: “Aveva capito la capacità e il potere della musica di far provare gioia, felicità e di essere terapeutica. Era la cosa più importante per lui.” Questo disco tutto dedicato a lui miscela incisioni di un paio d’anni e coinvolge sia la Brass band che la jazz Band al completo, e la partenza non poteva essere che con “Indian Percussion”, un intro solitaria di Fat Man, poi il disco esplode letteralmente in una trascinante sarabanda, tra composizioni originali del leader e brani vetusti come “Slide Frog Slide” o il popular “Bill Bailey, Won’t You Please….Come Home?“, che risale al 1902, tutti eseguiti con particolare trasporto e una forza d’urto mai disgiunta da precisione e buon gusto in ogni passaggio.

Bagatella: breve componimento per lo più di tono lieve e sereno, talora (come in Beethoven) a carattere malinconico…

Insomma il disco funziona, possiamo considerarlo in parte documento storico, in parte fraterno tributo ed in parte vivido ritratto dell’eterna joie de vivre della città del Delta, vi troviamo contributi solistici notevoli in particolare del cornettista Kevin Luis, del clarinettista Bruce Brackman e del trombonista Ronell Johnson, ma è il suono d’insieme della banda a convincere, affascinare e…divertire, niente male, in questi tempi balordi. E poi per quel che ne sappiamo Fat Man è ancora lì in mezzo, il suo spirito sorride e danza nel vento con la sua band, insieme a cento altri jazzisti che non figureranno nei libri ma sanno come vivere nei cuori di chi porta avanti una Storia. Buonanotte, Fat Man.

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