Nella storia del rock e del jazz il caso Soft Machine è davvero una rarità. Mantenere (più o meno)invariata la ragione sociale a fronte di svariati e convulsi cambi di formazione e, ancor più raro, vere metamorfosi dell’identità musicale, è capitato davvero in rarissimi casi. Le varie fasi del gruppo sono note ad appassionati conoscitori e simpatizzanti, e ciascuno avrà i propri Softs preferiti, partendo dal periodo art rock psichedelico e dadaista di fine anni ’60, passando attraverso la visionaria parabola prog jazz di “Three“, “Four” , ancora con Robert Wyatt, e “Five“, ed infine approdando al jazz rock formalmente virtuosistico dei dischi seguenti segnato dalla chitarra di Allan Holdsworth. Per chi voglia un assaggio da ciascuna di quelle storie preme segnalare la bella e recente iniziativa dell’etichetta Moon June , fin dal nome devota alla band inglese, la quale ha recentemente ristampato tre pezzi del proprio catalogo con interventi di rimasterizzazione ed aggiunte di prammatica.

Partendo dal reperto più vicino a noi, sotto le spoglie di Soft Works, ecco “Abracadabra” originariamente registrato nel 2003 con la formazione Elton Dean, Allan Holdsworth, Hugh Hopper e John Marshall, riuniti dietro cortese ed interessatissimo invito di Leonardo Pavkovic, patron della MoonJune. Un esempio di jazz rock di gran classe, con i saxes di Dean e la chitarra di Holdsworth perennemente sugli scudi a cucire trame soliste di rara complessità ed efficacia, e la solida sezione ritmica con il basso/colonna di Hugh Hopper. Il meglio all’inizio con “Seven formerly” macchiata di elettronica ed i riflessi blues di “First trane” , ed alla fine con due brani bonus tratti dai concerti giapponesi del 2003, due ripescaggi/aggiornamenti dal passato, “Has riff” che ricalca l’ostinato basso di “Af If”, e “Facelift” tratto dall’epocale “Third” . Ma tutti i quasi ottanta minuti sono godibili e non solo per gli amanti della fusion.

Si torna indietro al 1975 con “Floating world live” registrazione di un concerto tenuto a Brema e diffuso dalla locale emittente radiofonica che vedeva impegnati Mike Ratledge, Holdsworth, Karl Jenkins ai fiati, Roy Babbington e John Marshall. L’epoca è quella di “Bundles” uno dei titoli di transizione fra la seconda e la terza vita dei Softs, di cui viene eseguito gran parte del repertorio: domina in assoluto la chitarra elettrica di Holdsworth, ma c’è spazio, nel lungo svolgimento, anche per momenti di sperimentazione affidati alle tastiere di Ratledge, mentre nei pezzi migliori si stagliano le montagne ritmiche erette dal duo Babbington/Marshall, dispensatori di inesauribile groove .
Infine, ancora indietro. Siamo nel 1971 e “Drop” documenta, in un altro concerto tedesco, una formazione dei Soft Machine che ebbe vita breve, con la presenza del batterista australiano Phil Howard, subentrato a Robert Wyatt e prima dell’arrivo di John Marshall, in periodo successivo agli shows olandesi pubblicati di recente da Cuneiform. Gli altri sono Ratledge, Dean ed Hopper, ed il repertorio attinge a “Fifth” da poco pubblicato. Dei tre dischi, tutti rimasterizzati con grande cura dal chitarrista e produttore Mark Wingfield, questo è il più vicino alla fase free jazz del gruppo, l’orizzonte verso cui Dean ed Howard miravano con maggiore attenzione e che poi perseguiranno nelle proprie carriere una volta usciti dai Soft Machine, al contrario di Hopper e Ratledge, più orientati al suono dei precedenti albums. Classici del repertorio come “Slightly all the time” o “Out bloody rageous” sono riletti in una chiave che evidenza l’approccio totalizzante ed il ruolo da solista continuo del batterista, che marca qui una profonda differenza rispetto al modo di interpretare la parte di Wyatt.
Una curiosità finale, a riprova della mutevolezza dell’organico dei Soft Machine nel tempo : nessuno dei vari membri della band citati risulta presente su tutti e tre i dischi. Purtroppo quasi tutti non sono più fra noi.
