In principio, cioè nel 1980, ci fu “My life in the bush of ghosts“, l’album di Brian Eno e David Byrne che rappresenta un caposaldo della musica globale. Mossi da un crescente interesse per la musica ed il canto africano, in parallelo con il laboratorio di “fourth world music” di Jon Hassel, i due musicisti, insieme ad illustri colleghi come Bill Laswell, David Van Tieghem, Chris Frantz e Praire Prince, il batterista dei Tubes, sintonizzarono allora idee e suggestioni in un’opera costruita intorno a potenti grooves poliritmici che inglobavano collage di voci di gente comune, radio speech, predicatori e field recordings. “Rendere l’ordinario interessante, trovare musica dove non ci si aspetterebbe, e collocare un messaggio pre definito in un contesto che ne cambi o amplifichi il significato“: queste le basi concettuali del lavoro, che alla sua uscita suscitò un vivace moto di attenzione, rinnovato agli inizi del nuovo millennio con la ristampa rimasterizzata e completata da numerose bonus tracks. Un disco che ha segnato profondamente le scelte artistiche e le direzioni di molti musicisti. Fra i quali i chitarristi Stephan Thelen e David Torn, ed il tastierista Fabio Anile, nomi illustri del panorama prog jazz attuale che hanno ripreso quelle idee originali di Eno &Byrne nel momento di concepire i contenuti del loro nuovo disco.
“Avevo rivisitato “My Life in the Bush of Ghosts”, un album innovativo di Brian Eno e David Byrne che aveva utilizzato campioni vocali molto prima dell’invenzione dei campionatori e che era stato anche un album importante e influente per David Torn –spiega Thelen. Questo album mi ha ispirato ad includere le percussioni poliritmiche (acustiche ed elettriche) in misura molto maggiore di quanto avessi mai fatto prima. Ne ho parlato a Fabio Anile, e mi ha detto che anche a lui l’album di Eno/Byrne ha cambiato la vita e che sarebbe stato molto interessato a contribuire a questo progetto. Fabio da più di 20 anni aveva in testa un’idea originale su come trattare le voci in modo ritmico e pensava che, con l’aiuto della tecnologia moderna, questo potesse essere il momento e il progetto giusto per dare vita alle sue idee. Così abbiamo deciso di rendere i campioni vocali parte integrante di questo progetto e immediatamente – grazie alle meraviglie di internet – abbiamo iniziato a lavorare insieme per creare i pezzi di questo album. È stato un periodo di intensa collaborazione e sono molto grato a Fabio per le molte idee nuove e fresche che hanno plasmato in larga misura il risultato di questa musica.
“World in collision” seconda prova del nuovo corso RareNoise inaugurato qualche mese fa con l’ottimo “Sky full of hope ” del Fractal Sextet diretto dallo stesso Thelen, riprende quelle idee, inclusi gli sviluppi raggiunti dai Talking Heads di “Remain in light“, aggiornandole al contesto culturale e tecnologico odierno, aggiungendo l’apporto delle complesse trame ritmiche sperimentate dal chitarrista svizzero prima con i Sonar e quindi nei numerosi album solisti, ed insaporendo la miscela con robuste dosi di dub ed elettronica.
Si parte da “Palermo” , un’ affannata corsa fra le bancarelle del mercato di Ballarò in Sicilia, da cui derivano le voci raccolte sul campo da Anile, un brano con ritmo di base in 11/4 che ospita i barriti della chitarra / elefante di David Torn, per proseguire, a bordo di un “Bullet Train” ad elevata velocità grazie al metronomico drumming di Yogev Gabay; sul lavoro percussivo si sviluppano una fitta trama di voci campionate, gli interventi delle chitarre (Thelen, Torn e Jon Durant) e l’ordito delle tastiere elettroniche di Fabio Anile divise fra il ruolo ritmico e quello melodico. In “Worlds in Collision” troviamo i climi ed i poliritmi tipici di Thelen, una complessa architettura chitarristica, che presto avvampa di ritmo febbrile, con un loop tematico iterativo a spezzare la tensione: l’idea è di rappresentare in musica lo scenario conflittuale dell’attuale situazione geopolitica mondiale,
“Atomic”, che utilizza un campione del famoso discorso del presidente Harry Truman del 1945 sull’uso della bomba atomica, ed è presentato anche nel remix a cura di Bill Laswell , costruisce su schegge ritmiche ed elettroniche un denso tessuto funk (qui si avverte in particolare l’influenza delle Teste Parlanti di fine carriera) , lasciando carta bianca alle chitarre ed alle griglie elettroniche per aggiungere sorprese e suggestioni.
Si chiude con un duplice registro: i ritmi industriali, le incursioni dub e l’approccio hard di “Kosmonaut” e quelli più pacati ed eterei di “Voices from the Ether”, con una cortina di suoni elettronici attraversata dalla chitarra muezzin di Jon Durant, prima della “Coda” in chiave ambient .
Creatività nella struttura: la formula di Stephan Thelen e soci anche in questa sorta di omaggio all’opera di Eno & Byrne rimane suggestiva ed imprescindibile per i seguaci del, come chiamarlo, sci -fi jazz?
