Come ho avuto modo di scrivere recentemente la pubblicazione dei cartelloni dei festival jazz che si svolgeranno nelle prossime settimane suscita diverse tipologie di reazioni ad un vecchio appassionato come il sottoscritto. Predomina nella maggioranza dei festival la ricerca del facile consenso, si tratta, come scrive argutamente Jacopo Tomatis su Il Giornale della Musica, di festival dell’ assessore.
Sono caratterizzati da alcuni fattori: nessun rischio, ottimizzazione di budget, sponsor e numeri, meglio con il nome super inflazionato, solitamente costui non ha più niente da dire da molti anni, ma attrae sempre folle ignare, adoranti adepti che fanno ressa a prescindere dal grado di bollitura del loro idolo.

E fin qui, nonostante il brodino caldo proposto sempre in maniera roboante, il termine “jazz” ha comunque un suo significato, seppur recondito e alla menoria. Molto spesso però la sbracatura assume contorni comici, per cui succede che festival jazz finanziati con soldi pubblici vedano protagonisti cantanti che, con la musica jazz, non hanno nulla a vedere (e forse nemmeno con la musica….). Però attraggono folle, fanno felici gli organizzatori che non perdono poi l’occasione di starnazzare numeri miracolosi con assoluto disprezzo del ridicolo e dei fondi pubblici sperperati (tanto nessuno chiederà loro conto di quanto dilapidato). Insomma, come spesso accade, il termine jazz viene impropriamente adoperato per fini più o meno trasparenti.
Nella foto qui sotto uno dei tanti esempi di confusione mentale di chi organizza….

Diffidate del festival che spaccia parole come contaminazione, state alla larga da chi taccia di purismo l’ appassionato che se la ride delle Arise e dei Pelush, e, a meno che non siate ricchi benestanti, ignorate quei concerti dei soliti noti a prezzi da gioielleria. Se possibile lasciate perdere anche gli omaggi, i cantautori (preferibilmente defunti, così non hanno niente da obiettare) in jazz, le versioni pinkfloydiane, i Battiato, Battisti e Pino Daniele, tutta roba che normalmente fa rimpiangere l’ originale e quasi sempre denota la pochezza di idee di chi la propone.

Cosa rimane? Ben poco, almeno nel Belpaese. Ma anche nel resto dell’ Europa in generale non siamo messi troppo bene. Resistono i festival di tendenza, quelli che propongono i nuovi fermenti, i vecchi maestri ancora creativi, le novità americane ed europee che non trovano spazio nei festival dell’ assessore.
Dove sono questi festival? Purtroppo quasi tutti all’ estero, qualcuno anche in Italia, i nomi li ho fatti ormai diverse volte e non mi pare il caso di ripetermi Oggi, a titolo di esempio, è stato reso pubblico il programma di Saalfelden, Austria. Rispetto a molte edizioni passate non è il miglior cartellone, ma comunque c’è una intrigante miscela di musicisti europei ed americani, pochissimi italiani, giovani e del tutto sconosciuti ai fans dei soliti noti. Il budget del festival è un quinto di Umbria Jazz e non c’è pericolo di imbattersi in Mika o nei Village People….
