Piena riuscita, nonostante i problemi di meteo, per la sedicesima edizione del festival di “altre musiche in alta quota”, ovvero Chamoisic, diretto da Giorgio Li Calzi ed organizzato nell’omonimo comune della Val d’Aosta. Problemi sorti dopo il primo giorno con il concerto all’aperto nella usuale località di Plan Des Avaz del fisarmonicista Simone Zanchini, che ha raccordato la tradizione della fisarmonica del liscio al jazz e l’esibizione serale di Matteo Salvadori dedicata al songbook americano.
Sabato 19, causa pioggia incombente, i sets in programma sono stati delocalizzati al coperto.
Il suggestivo racconto dedicato al lupo della guida naturalistica Elisabetta Bottinelli, con il supporto del sassofonista Michel Dellio e le coreografie del danzatore Leonardo Sinopoli presso la biblioteca dell’ostello Bellevue.

E lo spettacolo pomeridiano AcquadueO della Banda Osiris con lo scienziato Telmo Pievani presso la sala del Bar Chamois, gremita di una platea che ha letteralmente abbracciato musicisti e conduttore impegnati in un equilibristico happening fra scienza.musica e comicità. Banda Osiris in piena forma nell’animare ed illustrare con la verve umoristica ben conosciuta i temi fondamentali dei nostri tempi e luoghi affrontati da un rigoroso e complice Pievani.

Dopo il blues acustico di Elisabetta Maulo e Mattia Donati, domenica 20 era di scena il set clou del festival, il secondo concetto in assoluto in Italia del trio norvegese Elephant 9, dopo l’esordio nel 2022 nell’edizione del Torino jazz Festival codiretta da Giorgio Li Calzi.. Concerto spostato dalla frazione sede del festival al centro sportivo di Antey St Andre’ causa meteo incerto, ed afflitto da problemi di viaggio aereo dei membri del gruppo in arrivo dal Nord Europa. Eppure, magicamente, alle 17 tutto pronto ed il palazzetto del paese pieno dei fans del festival trasferiti a valle. La musica degli Elephant 9 è un’onda ritmica travolgente che si infrange su litorali psichedelici. Il concerto parte con un lungo brano floydiano “I cover the mountain top”, che permette di mettere a fuoco gli ingredienti del gruppo: il lavoro strutturale e l’ampia tavolozza timbrica dell’organo hammond, del fender e delle tastiere di Stale Sorlokje, il basso metronomico, implacabile costruttore di riff di Nikolai Hængslee, e l’incandescente batteria di Torsten Lofthen, che sforna ritmo e grooves in ciclo continuo, suonando con due, quattro bacchette o a mani nude, squadrando con scansioni tonitruanti le fondamenta dei brani presentati. Echi di Soft Machine nelle sonorità dell’organo, percorsi angolari progressive e riff rock e funk attraversano i novanta minuti di un concerto ad elevato tasso energetico che ha attinto a tutta la storia del trio. Un bel modo di sigillare un’edizione di Chamois che è riuscita ad avere la meglio anche sul tempo.




