“…Di musicisti così, adesso, ce e sono tanti in tutti i continenti. Il livello medio è molto alto, e il pericolo è rappresentato dal tecnismo, dal formalismo alla Wynton Marsalis. Sembra chiaro che da questi musicisti e dal jazz che si suona oggi – nel quale c’è tutto e c’è il contrario di tutto : il passato, il presente, la speranza del futuro e gli echi musicali dei paesi più lontani – non ci si possa attendere un “nuovo genio” sullo stampo di Charlie Parker, di Thelonious Monk o di John Coltrane. Per chi vorrà insisterci, l’attesa rischia di esser lunga; e in ogni caso il personaggio che (dato e non concesso) arriverà, sarà del tutto diverso”
Franco Fayenz, “Jazz Domani”, Einaudi 1990

Un aureo libretto, in molte cose preveggente. Da cercare sulle bancarelle dell’usato, fisiche o virtuali, è un volume della compianta Einaudi 1.0
Queste parole di Fayenz mi sono venute spontaneamente alla mente non appena lanciato uno sguardo alla platea della Rocca Malatestiana di Fano nella serata in cui era di scena Isaiah Collier ed i suoi Chosen Few. L’affollato parterre, oltre a comprendere una buona fetta dell’affezionato pubblico di Fano Jazz by The Sea, era vistosamente integrato da altrettanto consistente aliquota di forestieri giunti da ogni dove, chiaramente reduci di tante stagioni jazzistiche del passato. In una parola, anche qui regnava l’attesa delle grandi occasioni.
Oggetto di tanta attenzione era Isaiah Collier, tenorsassofonista classe 1998, da Chicago (provenienza che già dice molto). Insieme a lui i suoi fedeli “Chosen Few’, gli ‘Eletti’ che ormai lo seguono da quasi 8 anni: Liya Grigoryan, piano, Dr. Emma Dayhuff, basso e Tim Regis, batteria. Il quartetto era reduce da precedenti concerti a Pisa. Perugia ed a Roma, ad ulteriore testimonianza dell’attesa che lo circondava.

Un outfit che quelli della critica letteraria definirebbero “una dichiarazione di poetica”…
Se ci si attendeva una full immersion nel più rovente solismo anni ’70, l’attesa non è stata certo delusa: ben due ore di concerto, dettaglio anche questo molto significativo.
Ma nel caso in cui ci si attendesse un carismatico e ingenuo campione dello spiritual jazz postcoltraniano, beh, le cose sono andate diversamente, quantomeno a mio avviso.
Il nostro possiede un’eloquenza torrenziale ed inarrestabile, una grande ricchezza di idee sviluppate partendo da temi molto essenziali e coinvolgenti, mai viziati da cliches o banalità.
Dal disco di qualche mese fa. SI trova su BandCamp
Non mi sembra però di riconoscere in Collier un campione dell’improvvisazione estatica ad oltranza. Può fuorviare l’evidente assonanza con il modello coltraniano nelle atmosfere e nell’equilibrio di gruppo, ma un ascolto più riflessivo rivela in Isaiah un suono meno chiaro, meno tagliente ed estremo rispetto a quello di Trane: il suo tono ha sfumature più roche, un corpo più spesso e massiccio. Non a caso a qualcuno ha ricordato il Pharaoh Sanders degli anni ’70, a me è sembrato di percepire anche qualcosa del Charles Lloyd anch’egli apostolo coltraniano coevo.
Nonostante questa postura, infatti, non ci capita di ascoltare mai una nota in più, mai un momento di ripetitività o di ridondanza: il nostro ha un assoluto e minuto controllo del suo inarrestabile flusso di discorso. E’ evidente la perfetta conoscenza e soprattutto la completa padronanza di modelli ed influenze molto diverse: è una specie di affresco della musica afroamericana degli ultimi decenni condotto dalla prospettiva degli anni ’70. C’è molta consapevolezza ed un serrato controllo in tutta questa precisione che resiste impeccabilmente a misure metronomiche quasi sempre al limite del parossistico.
Prevale un’atmosfera torrida e rovente che vede Collier praticamente sempre alla ribalta ed in primissimo piano: i temi sono concepiti per consentire le lunghe cavalcate di Isaiah, ma nella loro essenzialità sono efficacemente disegnati, al punto da non perdere la loro fisionomia nemmeno nei venti minuti di loro durata media. E soprattutto rivelano un’immediata presa sull’ascoltatore.
Non la vedo bene in qualche playlist MAGA…..Quelle “K” (ben due..) dicono molto a chi ha vissuto gli anni ’70
Ogni tanto c’è qualche sospirato momento di requie, un blues su tempo medio e persino un pezzo di intonazione più lirica. Ma il prepotente vitalismo del leader si riaffaccia in parafrasi acidamente grottesche dell’inno americano e di un frammento di quella che mi è sembrata la celebre sigla della Metro Goldwin Meyer. Emerge un bel talento nella citazione, sembra di intravedere anche Ayler nell’album di famiglia di Isaiah. Non posso fare a meno di pensare che il nostro farà bene a riservare queste libertà e sarcasmi alle platee europee: con il sinistro clima totalitario che sta calando negli States (e che sta già avendo micidiale incidenza anche sul mondo delle arti e della cultura) rischiamo di avere un bel talento cancellato e ridotto al silenzio.
In un gruppo in cui non c’è molto spazio per i sidemen, l’emergere della Eletta Grigorian al piano ci rivela la stoffa di una musicista di gran livello: dopo il dinamico sostegno alle cavalcate a rotta di collo del leader, i suoi interventi brillano per un pianismo arioso e limpido, che porta una ventata di aria fresca nell’arroventata fucina di Collier. In questa funzione di ‘apertura’ Grigorian assume un ruolo simile a quello del McCoy Tyner nel quartetto di Trane, ma la somiglianza finisce qui perché la pianista dei Chosen Few ha un ventaglio stilistico e di registri diverso e più lieve rispetto ai vertiginosi voli radenti tyneriani.
La quiete dopo la tempesta, si diceva. Ecco i Chosen Few a Perugia nel luglio scorso, con la notevole Grigorian in bella evidenza
Per il resto il gruppo è compattamente funzionale ad un leader così protagonista, al limite del debordante, che satura quasi ogni spazio. Il basso della Dayhuff si nota per la sua energia e potenza, anche se non per la particolare attenzione al timbro ed alle sue sfumature: finezze che d’altronde passerebbero completamente in cavalleria nell’arroventato e denso clima di gruppo. Anche la batteria di Regis fornisce un’efficace sostegno, soprattutto con una incessante cortina sui piatti, mentre il lavoro sulle pelli sembra più convenzionale.
Allo spirare del centoventesimo minuto di musica, Collier ed i Chosen raccolgono un caldo e meritato successo da tutti i settori del pubblico. Abbiamo fatto la conoscenza con un musicista complesso ed articolato, con una visione molto stratificata e lucida delle sue radici culturali e musicali. E soprattutto è dotato di una comunicativa e di una immediatezza che gli consentono di riproporre alle generazioni di ascoltatori più giovani lo spirito e la tensione del jazz anni ’70 rompendo la barriera di reducismi ed intellettualismi che ne hanno frenato la ricezione e comprensione da parte di chi non ha potuto conoscerlo nelle sue manifestazioni più dirette e vitali, ma solo in più stanche e derivative rievocazioni di molti anni dopo.
Non é più tempo di ‘nuovi Messia’ del jazz: del resto oggi di messianici al lavoro ne vediamo ormai di ogni risma, con i terrificanti risultati che le cronache ci gettano in faccia ogni giorno. Ed a questo proposito auguro a Collier ed i suoi Chosen Few di trovare una non facile nicchia protetta per la loro musica in tempi quantomai minacciosi per loro e tanti altri loro colleghi: mi sbaglierò, ma mi sembra alle viste un’altra ondata di jazzmen espatriati ed esuli in Europa, simile a quelle degli ultimi anni ’40 oppure a quella di fine anni ’60. Se amiamo veramente questa musica, starà a noi accoglierli e dargli spazio mettendo tra parentesi sciovinismi e rivalità del recente passato. Milton56
“The World is on fire”, il mondo va a fuoco. Appunto. Aprile 2025, Collier ed i Chosen dal vivo in uno studio radiofonico
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Stendiamo un velo pietoso su Wynton Marsalis citato quale esempio di demone da cui stare ben lontani (sic). Considerazioni condivise da larga parte della stampa che han fatto più danni della grandine, dalle nostre parti.
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