CARTOLINE – JOSHUA REDMAN, PERSEGUITATO DALL’EQUIVOCO

Beh, lo devo proprio confessare. Anni fa Joshua Redman non mi ispirava gran simpatia: mi sembrava uno nato con la camicia (di quelle tagliate su misura), un predestinato al successo concentrato su di un calcolato culto dell’immagine, molto in linea con le tendenze dei tempi.

1976, notare l’etichetta che li ha tenuti a battesimo…

Poi un’estate di qualche anno fa arriva il ripensamento: lo sentii dal vivo in “Still Dreamin’”, accorato e sentito omaggio al quartetto di ornettiani che con ‘Old and New Dreams’ divulgò nel mondo in pieno riflusso il cuore caldo della musica del texano di Fort Worth, proprio mentre lui altrove batteva altre e più controverse strade. Tra di essi Dewey Redman, il padre di Joshua, che però lo ha conosciuto solo in età adulta, crescendo umanamente e soprattutto musicalmente lontano dalla figura di Dewey.  Il che carica ancora di maggior valore “Still Dreamin’ “. Il primo di una serie di equivoci che hanno fatto velo intorno alla figura di Redman jr.

Ahimè, Ron Miles non c’è più…

Altro ‘qui pro quo’ ingannevole: Joshua non era un predestinato ad una luminosa carriera musicale. Al contrario di altri suoi coetanei, non ha alle spalle le Berklee con anni di serrata formazione accademica minuziosamente programmata per un precoce esordio professionale. Ha vissuto invece una adolescenza da appassionato amateur immerso in un ambiente musicale vario e stimolante. Ma alla fine lo troviamo diplomato in scienze politiche ad Harvard (!) e con un’iscrizione alla Yale Law School (!!): cioè a dire un biglietto di prima classe per una vita di ricchezza ed affermazione sociale.  

Ed invece qui scatta l’irresistibile richiamo della musica come scelta totale di vita. Una scelta rischiosa, quasi subito premiata nel 1991 dall’ambito premio del Thelonious Monk Institute, seguito a ruota da un Grammy per il suo album d’esordio.

Seguono una serie di collaborazioni prestigiose, ma Redman sa anche mantenersi tenacemente fedele ai compagni di strada con cui si è formato agli esordi della sua carriera. E con faticosa costanza riesce a radunare di nuovo intorno a sé Brad Meldhau, Christian McBride e Brian Blade che nel frattempo sono diventate vere e proprie star in proprio, richiestissime ed impegnatissime. Ne escono due splendidi dischi, che hanno l’apparenza esteriore di una sessione all stars concepita in laboratorio, ed invece sono solo lo spontaneo e telepatico ritrovarsi di amici di gioventù. Equivoco n.3.

Quando l’orrore di questi giorni vi prende alla gola, mettete su questo per disintossicarvi con un poco di autentica, sentita bellezza….

Joshua è da anni figura di prima grandezza della scena jazzistica internazionale, ed ahimè questo è un problema non da poco per il nostro circuito concertistico afflitto da tante ristrettezze. E’ stata quindi preziosa l’occasione esclusiva offerta dalla Casa del Jazz con il suo Summertime, una rassegna tra le pochissime che in un torrido lunedì d’agosto potesse riunire in una Roma semideserta più di mille spettatori muniti di biglietto non proprio popolare. E spettatori attenti e di non facile contentatura.

Redman si è presentato con il quartetto del suo ultimo album, ‘Words fall short’, bel titolo più facile da afferrare al volo che da tradurre efficacemente: Paul Cornish al piano, Philip Norris al basso e Nazir Ebo alla batteria. Ovviamente mancano gli ospiti che intervengono nel disco, ma mi sembra poco male, la musica scaturisce più agile ed essenziale.

Da subito si nota la grande eleganza del suono dei sax di Redman, che non offusca mai il il suo timbro chiaro nemmeno quando, come spesso avviene, la scelta cade su tempi quantomai serrati e veloci. Nonostante la soffusa malinconia che spira nei brani di “Words fall short”, Redman sfoggia uno slancio ed una passione assistiti dalla sua fluida eloquenza, che gli consente un’impeccabile e ricco sviluppo dei temi, spesso venato da una sottile astrazione. Ho visto giudicare con sufficienza il Redman compositore, a mio avviso a torto: i suoi temi densi di atmosfera sono prima di tutto dei flessibili trampolini per i suoi travolgenti voli di improvvisatore.

Joshua a Roma, un interessante collage di varie ‘schegge’ della performance…

Ad onta del suo consolidato status di divo, Joshua è leader democratico, lascia ampii ed evidenti spazi ai suoi. Anche perché sa bene di aver assemblato un gruppo di gran livello….

Sono un amante del solo di basso, spesso non molto corrisposto. Ma con Philip Noyce è stato immediato colpo di fulmine. L’avevo già conosciuto al fianco di Ethan Iverson, ma accanto a Joshua oltre ad un suono potente e rotondo sfodera una capacità melodica entusiasmante: lunghi assoli che sembrano scolpiti, tanto precisa è l’articolazione e la pronunzia, con un esito finale di grande espressività che dà un contributo decisivo a quella calda ed intensa dell’intera band.

Zakir Ebo dà il suo contributo alla scioltezza ed al dinamismo del gruppo con un drumming terso e sottile, particolarmente pregevole nel lavoro sui piatti.

Ancora Roma, un tiratissimo scambio tra Redman e Cornish, che rivela la bella chimica che corre tra i due

Ma il più gran regalo Joshua ce lo ha fatto facendoci conoscere Paul Cornish. Un pianista asciutto, con spiccata predilezione per le tonalità scure. Non a caso si fa notare già nell’accompagnamento, ma quando la scena rimane tutta per lui scopriamo un musicista totalmente alieno da ogni facile seduzione in termini di colore e volumi, e totalmente concentrato sullo scavo e la reinvenzione istantanea dei temi, spesso spigolosamente percussiva. Nonostante una personalità nettamente spiccata ed originale, anche lui si integra alla perfezione nella fisionomia di gruppo. Con un bel gesto d’altri tempi, Redman gli ha procurato un esordio in grande stile introducendolo alla Blue Note, che a breve distanza dall’uscita di ‘Words fall short” ha fatto uscire “You’re exaggerating!”, titolo esclamativo che a me sembra alquanto allusivo…..

Sono disposto a scommettere che di Cornish sentiremo parlare a lungo: rischio poco, del resto, vista la compagnia in cui mi trovo. Nel frattempo, consiglio caldamente questo ‘disco rivelazione’, merce abbastanza rara ai nostri tempi, anche perché viene da un musicista che è a lungo maturato nell’ombra (ora ha 28 anni, età non verde per le affermazioni jazzistiche odierne).

Il concerto prende il volo inanellando una dietro l’altra le composizioni dell’album. Ma dal veterano del palco che è, Redman flirta con il crescente entusiasmo e coinvolgimento della platea e dapprima piazza un bel cameo dedicato a Paul Cornish con la sua ‘New Joy’ (“è la prima volta che la suoniamo in pubblico con questa band”). Ma il colpo mancino arriva in chiusura, quando chiama sul palco il vecchio amico Gregory Hutchinson, da tempo di stanza a Roma, che prende in consegna le bacchette da Ebo. Ed in una jam che sa di rimpatriata cosa si può suonare? Ma uno standard, ovviamente: è un frizzante ed ironico “Remember” di Irving Berlin, ma nell’arrangiamento di Hank Mobley dal magnifico “Soul Station” del 1960.

E così il successo diventa praticamente un trionfo: ahimè solo un bis, perché un aereo aspetta all’alba… Spero che le clips perlopiù amatoriali con cui ho punteggiato il pezzo vi diano un’idea di questa bella e calda notte d’estate, dopo Akinmusire a Perugia è il mio più bel ricordo di questa stagione. Milton56

P.S. non fatevi scappare Paul Cornish, è su tutte le piattaforme, anche free

Sì lo so, sono 21 minuti. Ma ad 1:50 c’è un assaggio del formidabile solo a cappella con cui Joshua ha sostituito il duetto con Melissa Aldana dell’album, anche quello senza accompagnamento

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