Su Cormons, capitale del Collio, incombe la minaccia di un vero ciclone, allarmi meteo di tutti i colori. Se ci aggiungiamo i quasi 400 chilometri di viaggio, viene da chiedere: “ma cosa vi ha portato laggiù?”.

Ma loro, naturalmente, il James Brandon Lewis Quartet (oddio, anche i formidabili bianchi del Collio ci hanno messo lo zampino): oltre al sax di Brandon Lewis, Aruan Ortiz al piano, Brad Jones al basso e Chad Taylor alla batteria.
Brandon Lewis è un musicista dai molti volti, tanti quanti sono gli organici tra cui si sviluppa il suo mondo musicale, ma questo quartetto è forse quello in cui più emerge la sua anima. Cosa rara di questi tempi, è formazione che resiste al tempo ed ha già alle spalle diversi anni di cammino comune. Da ultimo ha sfornato questo bell’album, da cui proviene il materiale proposto al Teatro Comunale di Cormons per Jazz and Wine of Peace.

La platea è piena zeppa di un pubblico chiaramente molto motivato: infatti io ed i miei amici eravamo tra i pochissimi italofoni persi in una massa di tedeschi, sloveni ed altri ex sudditi asburgici. Complimenti a Jazz and Wine, un poco meno agli appassionati nostrani, mi spiace per loro (spoiler 🙂 ).
Come il pugno di fedelissimi ben sa, da tempi immemorabili e non sospetti seguiamo James nelle molte svolte della sua carriera: e devo dire che mai ci ha deluso con banalità routinier o trendy, mai un momento di stanca. Ma a Cormons lui ed il gruppo sono riusciti egualmente a sorprendermi.
La serata friulana si è sviluppata in un’atmosfera molto più rovente ed affilata di quella dell’album, differenza evidenziata dalla comunanza dei brani in scaletta. Ad un primo ascolto il suono possente ed a tratti aspramente metallico del sax di Brandon può rimandare alla prima stagione del Free, ma quasi subito si percepisce che tanta infuocata passione è sempre rigorosamente iscritta in un nitido e determinato spirito costruttivo.
Belgrado, due giorni dopo Cormons, qui si ammira un’altra prodezza ‘a cappella’ di JBL. Grazie all’amatore serbo che ci regala questa preziosa ‘scheggia’ amatoriale
Quest’attitudine si rivela sin dall’inizio in un formidabile solo ‘a cappella’ in cui il nostro dialoga con sé stesso alternando due distinte linee, con un effetto di grande tensione che lancia l’ingresso del gruppo.
Le improvvisazioni del sax prendono lo spunto da temi essenziali e compatti, al limite del riff, ma sempre di grande efficacia ed impatto, anche grazie ad un’inesauribile iterazione con progressive variazioni. Un successivo brano più rilassato e disteso fa emergere con chiarezza l’inclinazione per l’avventurosa ed azzardata improvvisazione tematica, si balla su un filo. A questo punto l’ombra di Sonny Rollins si allunga vistosamente sul palco. Ci sono momenti più ampii e distesi, ma anche qui si percepisce un afflato epico, quasi l’incedere di un inno.
Ma l’energia di Brandon a nulla varrebbe senza l’insieme compatto e quasi monolitico del suo gruppo. Un’omogeneità che però scaturisce da una serie di incastri pressochè perfetti tra personalità spiccate ed autonome che convergono in modo spontaneo e quasi magico. E qui aleggia il ricordo del celebre quartetto coltraniano, non nel suono o nel fraseggio, quanto nella struttura.
Gli accordi cristallini e taglienti di Ortiz già spiccano in fase di accompagnamento, dando tensione ed apertura alla musica del gruppo (l’analogia ‘strutturale’ con McCoy Tyner fa inevitabilmente capolino). Negli ampii spazi solistici (Brandon è leader generoso) emerge il pianista rigoroso e lucido che già conosciamo, con i suoi disegni nitidi ed incisivi tratteggiati con elegante economia di mezzi: senza di lui questo quartetto non sarebbe quello che è, peccato che nell’album appaia più ‘ammorbidito’ rispetto a quanto si è sentito a Cormons.
Nemmeno Il basso possente e pulsante di Brad Jones passa inosservato: incombe imperioso anche nei collettivi più concitati (ma come ha fatto a farselo sfuggire il mio David Murray?), i non pochi assoli si impongono per asciutta eloquenza.
Ancora Belgrado, qui si ammira Brad Jones in solo su di un brano a tempo lento
A chiudere il cerchio arriva poi il drumming ‘cartesiano’ dell’impeccabile Chad Taylor: terso, parco nei suoi mezzi, ma sempre incisivo ed in spontanea evidenza. E così si completa l’immagine di lucidità e nitore del gruppo (e così anche il parallelo filosofico).
Il pubblico non tradisce le prime impressioni: attento e concentrato, rispettoso dei tempi e degli spazi della musica, al punto che in una pausa Brandon se ne esce così: “sentiamo tanta energia e tensione da voi, ma esprimetevi pure come volete, a noi va bene, non siamo ad un conservative dinner party (testuale 🙂 )”. Da allora salta definitivamente il tappo e le acclamazioni ed i ‘bravo’ non si contano più, sempre nelle pause, però. Finale caldo e praticamente trionfale, con la band gratificata da generosi calici di bianco offerti dall’organizzazione e ricambiati con un brindisi al pubblico. E che importa se proprio all’uscita dal teatro il ciclone a lungo trattenuto si sfoga con uno scroscio torrenziale: dopo serate così continui a sentirti due palmi sopra la terra anche bagnato fradicio. Milton56
La fortuna ci sorride: ecco un’altra clip amatoriale, questa volta ‘rubata’ dalle quinte del Comunale di Cormons…

Non conosco molto il jazz, ma apprezzo i bianchi del Collio! 😉
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