Sarà vera gloria?

La musica jazz fenomeno dell’anno: è questo il dato che emerge dal Rapporto Agis 2025 presentato in occasione delle Giornate dello spettacolo che si sono appena concluse a Roma. Un appuntamento che ha messo in evidenza quanto il comparto dello spettacolo dal vivo italiano abbia registrato una crescita straordinaria, consolidando sempre di più il suo ruolo primario per l’economia del Paese e l‘occupazione.

Per il jazz i dati SIAE 2024 confermano la centralità di un settore che registra 7100 concerti (+6,9%) con 1,2 milioni di spettatori e una crescita del 18,6% delle presenze. Un successo che viene collegato a due aspetti significativi: il prezzo accessibile dei biglietti (15,11 euro di media), elemento che richiama le radici storiche di questo genere musicale; e la diffusione dei festival estivi in tutto il territorio nazionale, che è parte integrante del successo sempre più ampio del legame tra turismo culturale e spettacolo.

In tempi non sospetti l’allarme era già stato dato da Franco Fayenz e Gerlando Gatto: inutile illudersi, nonostante le centinaia di cosiddetti festival jazz che nei mesi estivi si svolgono nel nostro paese, la effettiva qualità ed attinenza alla parola “jazz” sono del tutto rivedibili. Spesso il termine viene utilizzato per dare una sorta di patente di rispettabilità e credibilità artistica, quando poi, alla lettura dei programmi, la maschera casca impietosamente.

E il Rapporto Agis non indaga sulla qualità, bensì sui numeri, che si prestano a letture di stampo economicista più che musicale. Quindi, se Mika, Brunori sas, Zucchero o Fiorella Mannoia partecipano ad un festival jazz, cosa normalissima di questi tempi, il pubblico che accorre viene catalogato tra il milione e duecentomila che, in teoria, seguono e amano il jazz.

Si pagano anni di “edonismo reganiano” per usare termini un tempo di moda: scomparsa dai palinsesti di radio e televisioni la musica jazz arranca, relegata in spazi angusti e sempre più contesi. Chiusi in una riserva, alla stregua di Apache e Navajos, anche gli appassionati patiscono la scomparsa di spazi e festival a loro veramente dedicati.

Non bastasse che si tratta di una musica appannaggio di una ristretta minoranza, con cifre di vendita irrisorie, nella maggioranza dei cartelloni estivi proposti, complici le scelte artistiche,  è avvenuta una “sostituzione etnica”, per dirla alla moda vannacciana: i jazzofili , mancando la materia prima, lasciano spazio ad un pubblico perlopiù ben poco acculturato musicalmente,  pigro e maldisposto al nuovo, men che meno se si richiede attenzione e conoscenza.

Fatti confermati da un addetto ai lavori, un amico con il quale ogni tanto si scambiano pareri e che, a tal proposito mi scrive cosi’: “…da molti anni, forse troppi, un cambiamento è in atto. E il jazz, a volte, è anche intrattenimento o una musica al servizio di un territorio. Allo stesso tempo, sono sicuro che al giorno d’oggi, il jazz, così come un certo tipo di Festival, sia oggi impossibile proporlo.”

In poche righe si certifica la mutazione, intrattenimento a servizio del territorio. E quindi degli sponsor, politici o commerciali, che di cultura se ne intendono come Pappagone ma che di numeri, presenze e bilanci fanno una religione. Che puntualmente il Rapporto Agis certifica, dando l’ illusione che la musica jazz, per dirla alla Arbore,  goda di ottima salute nel nostro paese. Peccato che siano in molti, a giudicare da quanto leggo sui social, che ci credono e si illudono. Strano, soprattutto se si tratta di addetti ai lavori che dovrebbero ben conoscere la reale situazione.

Non ho infine elementi per confutare l’affermazione che il biglietto medio di un concerto jazz si aggiri intorno ai 15 euro, vedo però che, per assurdo, spesso ottimi nomi americani al botteghino costano molto meno rispetto ad un jazzista nostrano, soprattutto se costui compare in tivù, in cielo, in terra e in ogni luogo. Non capisco e non mi adeguo, ovviamente stando alla larga dal trito e dal ritrito.

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