Breve storia chicagoana

Immaginate Chicago a metà degli anni Sessanta: una città viva, rumorosa, attraversata da tensioni sociali ma anche da un’energia creativa incontenibile. Nei quartieri della South Side, tra piccoli club, sale prove improvvisate e comunità nere in fermento culturale, un gruppo di musicisti sente che il jazz – così come viene suonato e venduto – non basta più. Vogliono qualcosa di diverso, di più libero, di più loro.

È in questo clima che nel 1965 nasce la Association for the Advancement of Creative Musicians, la AACM. Tutto comincia con l’Experimental Band, un laboratorio guidato dal pianista Muhal Richard Abrams, dove giovani musicisti si incontrano per provare idee nuove: improvvisazioni senza schemi, composizioni che sfidano la tonalità, strumenti usati in modi inusuali. Non c’è un pubblico, non c’è un mercato da soddisfare. C’è solo la musica, e la voglia di scoprire cosa può diventare.

AACM 1977

Abrams, insieme a Jodie Christian, Steve McCall e Phil Cohran, capisce che questo spirito non può restare confinato in una sala prove. Serve un’organizzazione, un luogo dove i musicisti possano crescere, studiare, esibirsi e soprattutto controllare il proprio destino artistico. Così nasce la AACM: un collettivo autogestito, con una missione chiara e quasi rivoluzionaria per l’epoca. Non si tratta solo di suonare, ma di creare. Non solo di esibirsi, ma di educare. Non solo di sopravvivere nel mondo della musica, ma di ridefinirlo.

Gli anni passano e la AACM diventa un faro. Giovani talenti come Anthony Braxton, Roscoe Mitchell, Henry Threadgill e molti altri trovano lì un terreno fertile per sviluppare linguaggi nuovi. Alcuni di loro porteranno questa energia fino in Europa, altri fonderanno gruppi destinati a diventare leggendari, come l’Art Ensemble of Chicago, con il loro motto che è quasi una dichiarazione di poetica: Great Black Music: Ancient to the Future.

Roscoe Mitchell, Lester Lashley, Lester Bowie, University of Chicago, 1965. A.A.C.M.

La AACM non è solo un collettivo musicale: è una comunità. Organizza concerti, crea scuole per i bambini del quartiere, sostiene i suoi membri nelle difficoltà. È un luogo dove la creatività non è un lusso, ma un diritto. Dove la musica non è un prodotto, ma un modo di vivere e di pensare.

Col tempo, l’influenza della AACM si espande. Nasce un capitolo a New York, i suoi membri vincono premi, insegnano nelle università, incidono dischi che cambiano la storia del jazz e della musica contemporanea. Eppure, nonostante il successo, il cuore dell’organizzazione rimane fedele alle origini: sperimentazione, comunità, autodeterminazione.

Oggi, più di sessant’anni dopo, la AACM continua a essere un punto di riferimento. I suoi concerti, i suoi ensemble e i suoi programmi educativi mantengono viva una tradizione che non è mai stata nostalgica, perché è sempre stata proiettata in avanti. La sua storia è quella di un gruppo di artisti che ha deciso di non aspettare il permesso di nessuno per creare il proprio mondo sonoro.

L’Art Ensemble of Chicago sembra quasi una leggenda nata da un sogno collettivo: quello di trasformare la musica in un rituale, un teatro, un’esperienza totale. La loro storia è una delle più affascinanti dell’avanguardia afroamericana, intrecciata con la AACM ma capace di brillare di luce propria.

Tutto comincia nella South Side di Chicago, dove un gruppo di giovani musicisti – Roscoe Mitchell, Joseph Jarman, Malachi Favors e, poco dopo, Lester Bowie – si muove tra club, loft e sale prove, cercando un linguaggio nuovo. Sono membri della AACM, e condividono la stessa filosofia: libertà totale, sperimentazione, autodeterminazione.

Mitchell fonda il Roscoe Mitchell Art Ensemble, un laboratorio in cui i musicisti cambiano strumenti, ruoli, idee. Non c’è gerarchia, non c’è un leader: c’è un collettivo che esplora.

Il gruppo evolve rapidamente. Quando Lester Bowie entra nel progetto, il suono si espande: trombe squillanti, ironia, teatralità. Nel 1969, prima di partire per l’Europa, decidono di adottare un nome che rappresenti la loro identità collettiva: Art Ensemble of Chicago.

È un nome che dice tutto: arte, ensemble, radici.

Come molti musicisti d’avanguardia afroamericani dell’epoca, trovano in Europa un pubblico più aperto e istituzioni più disponibili. Si stabiliscono a Parigi, dove registrano dischi fondamentali, collaborano con musicisti e attori, e sviluppano la loro estetica più riconoscibile:

  • costumi tribali e facciali dipinti,
  • centinaia di strumenti, dai più tradizionali ai più improbabili,
  • performance che uniscono teatro, poesia, danza e improvvisazione,
  • un motto che diventerà iconico: “Great Black Music: Ancient to the Future”.

Non è solo musica: è un rito, una storia, una memoria collettiva.

Il ritorno negli Stati Uniti e la consacrazione (anni ’70–’80)

Tornati negli USA, l’Art Ensemble diventa un punto di riferimento dell’avanguardia. I loro concerti sono eventi imprevedibili: si passa da momenti di silenzio assoluto a esplosioni di energia, da melodie dolcissime a rumori industriali.

Ogni membro porta un mondo:

  • Lester Bowie: ironia, teatralità, una tromba che sa essere lirica e dissacrante.
  • Roscoe Mitchell: rigore, ricerca timbrica, architetture sonore.
  • Joseph Jarman: poesia, spiritualità, danza.
  • Malachi Favors: il contrabbasso come cuore pulsante, radice africana e futurista insieme.
  • Famoudou Don Moye (dal 1970): percussioni globali, ritualità, groove.

Perdite, trasformazioni e rinascite (anni ’90–oggi)

La storia dell’Art Ensemble è anche segnata da lutti profondi:

  • Joseph Jarman lascia il gruppo per dedicarsi alla pratica buddhista (tornerà saltuariamente).
  • Lester Bowie muore nel 1999.
  • Malachi Favors nel 2004.
  • Joseph Jarman nel 2019.

Eppure l’ensemble continua a trasformarsi, fedele al proprio spirito collettivo. Roscoe Mitchell e Famoudou Don Moye guidano nuove formazioni, includendo musicisti più giovani e mantenendo vivo il motto che li ha sempre guidati.

Nel 2019, per il 50º anniversario, pubblicano “We Are On The Edge”, un’opera che celebra la loro storia e guarda ancora avanti.

Perché l’Art Ensemble of Chicago è unico

  • Ha ridefinito cosa può essere un concerto.
  • Ha unito Africa, jazz, avanguardia, teatro, ritualità.
  • Ha trasformato la libertà in una disciplina artistica.
  • Ha creato un’estetica che ancora oggi influenza musicisti, performer e compositori contemporanei.

La loro storia è un viaggio continuo, un ponte tra passato e futuro, tra radici e immaginazione. Un ensemble che non ha mai smesso di reinventarsi, perché la loro musica non è un genere: è un mondo.

Roscoe Mitchell – il costruttore di mondi sonori

Roscoe Mitchell nasce a Chicago nel 1940. Cresce in un ambiente dove il jazz è ovunque, ma fin da giovane sente che quel linguaggio può essere spinto oltre. Dopo il servizio militare, torna a Chicago nei primi anni ’60 e si immerge nella scena della South Side, dove incontra Muhal Richard Abrams e l’embrione di quella che diventerà la AACM.

Mitchell è ossessionato dal suono: non solo dalle note, ma da come nascono, da come si trasformano, da come il silenzio le circonda. È tra i primi a trattare il sassofono come un laboratorio timbrico: multifonici, suoni lunghi, frasi spezzate, registri estremi. Con il Roscoe Mitchell Art Ensemble comincia a sperimentare una musica che non è più solo jazz, ma una forma di composizione istantanea.

Quando il gruppo diventa Art Ensemble of Chicago, Mitchell resta il suo asse compositivo: scrive strutture, disegna architetture, ma lascia sempre spazio al caos creativo. Parallelamente sviluppa una carriera solista vastissima, tra ensemble da camera, orchestre, lavori per piccoli gruppi e solo. È anche un educatore: insegna, scrive, riflette sulla musica come pratica rigorosa, non come semplice spontaneità. Ancora oggi è una delle voci più lucide e radicali dell’avanguardia.

Lester Bowie in Montreaux, 1983 photo Dany Ginoux

Lester Bowie – la tromba che ride e piange

Lester Bowie nasce nel 1941 ad Atlanta, ma cresce a St. Louis, in una tradizione di bande, rhythm & blues, jazz, musica popolare. Porta con sé un bagaglio di ironia, teatralità e amore per il suono “sporco”, vissuto. Quando arriva a Chicago e si unisce al gruppo di Mitchell, qualcosa scatta: la sua tromba diventa il contrappunto perfetto alla severità di Roscoe.

Bowie è un “trickster”: cita le marce, il blues, il gospel, il free, li mescola, li parodia, li esalta. Sul palco indossa camici bianchi, abiti eccentrici, gioca con il pubblico, ma dietro la maschera c’è una conoscenza profonda della tradizione afroamericana. Con l’Art Ensemble, Bowie porta la dimensione del gioco, del grottesco, del comico che svela verità scomode.

Parallelamente fonda i Brass Fantasy, reinterpreta pop e soul con una brass band visionaria, collabora con musicisti di ogni area, dal jazz all’R&B. La sua morte nel 1999 chiude una delle voci più inconfondibili del Novecento: una tromba capace di essere, nello stesso respiro, preghiera e caricatura, elegia e farsa.

Joseph Jarman – il monaco del suono

Joseph Jarman nasce nel 1937 in Arkansas, ma cresce a Chicago. La sua vita è segnata da esperienze dure, compresa la guerra in Corea. Quell’impatto con la violenza e l’assurdità del mondo lo spinge verso una ricerca spirituale e artistica radicale. Tornato a Chicago, entra nella AACM e trova nella musica un campo di trasformazione interiore.

Jarman non è solo un sassofonista: è poeta, performer, danzatore. Nei concerti dell’Art Ensemble recita testi, indossa costumi rituali, si muove come in una cerimonia. I suoi strumenti (clarinetti, sax, flauti, percussioni) diventano estensioni di un corpo che cerca equilibrio tra dolore e trascendenza. La sua musica è spesso intensa, lirica, a volte aspra, sempre carica di significato.

Negli anni ’90 si ritira in gran parte dalla scena per dedicarsi alla pratica buddhista e alle arti marziali, aprendo un dojo e un centro di meditazione. Torna occasionalmente con l’Art Ensemble, ma la sua traiettoria è ormai quella di un monaco-artista. La sua figura incarna la dimensione più spirituale e rituale del gruppo.

Malachi Favors Maghostut – la radice africana

Malachi Favors nasce nel 1927 nel Mississippi e cresce tra Sud rurale e città del Nord, assorbendo blues, gospel, swing. Il contrabbasso diventa presto il suo strumento, e con esso sviluppa un suono profondo, terroso, che sembra sempre collegato a qualcosa di antico.

A Chicago entra nella cerchia della AACM e poi nell’Art Ensemble, dove diventa il centro di gravità del gruppo. Il suo contrabbasso non è solo accompagnamento: è canto, percussione, dramma. Favors porta anche strumenti africani, kalimba, percussioni, costumi, maschere: è spesso lui a incarnare visivamente la “Great Black Music: Ancient to the Future”.

Sul palco appare a volte silenzioso, quasi in ombra, ma ogni suo gesto pesa. Il suo modo di suonare tiene insieme groove e astrazione, radice e viaggio cosmico. La sua morte nel 2004 segna la fine di una presenza che era, per molti, l’anima più profonda dell’ensemble.

Famoudou Don Moye – il cerimoniale del ritmo

Famoudou Don Moye nasce nel 1946 (a Rochester, New York) ma la sua formazione è globale: studia percussioni africane, caraibiche, afro-cubane, si muove tra Europa e Stati Uniti, assorbendo ritmi e tradizioni. Incontra l’Art Ensemble in Europa alla fine degli anni ’60 e nel 1970 entra stabilmente nel gruppo.

Con Moye, l’Art Ensemble diventa un’orchestra di percussioni: tamburi africani, congas, bongos, gong, campane, “little instruments” di ogni tipo. Il suo ruolo non è solo quello del batterista: è il maestro di cerimonia ritmico, colui che apre e chiude spazi, che trasforma un brano in un rito.

Moye continua a lavorare con l’Art Ensemble anche dopo la scomparsa di Bowie e Favors, affiancando nuove generazioni di musicisti. La sua estetica è quella di un percussionista-

narratore: ogni colpo, ogni suono è parte di una storia che viene da lontano e va ancora più lontano.

Altri compagni di viaggio

Attorno al nucleo storico ruotano altre figure importanti:

  • Phillip Wilson, batterista dei primi anni, che contribuisce a definire l’energia iniziale del gruppo.
  • Corey Wilkes, trombettista che, nei 2000, raccoglie l’eredità di Bowie con rispetto ma senza imitazione.
  • Ari Brown, sassofonista potente, legato alla tradizione di Chicago ma aperto
  • all’avanguardia.
  • Baba Sissoko e altri percussionisti africani, che rafforzano il ponte diretto con le radici del continente.

Questi musicisti mostrano come l’Art Ensemble non sia mai stato un monumento fisso, ma un organismo in continua mutazione.

photo copertina: Art Ensemble of Chicago in Italy by Paolo Ferraresi

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