Dagli Aktuala ai Nexus

Quando Daniele Cavallanti incontrò Tiziano Tononi, Milano era una città che respirava in modo irregolare, come un sax che cerca la sua voce. Era la metà degli anni Settanta, e nelle cantine, nei loft, nei centri sociali, qualcosa ribolliva. Gli Aktuala erano già un piccolo mito: un laboratorio nomade, un caravanserraglio di strumenti, lingue e intuizioni. Non un gruppo, ma un ecosistema.

Daniele, giovane sassofonista affamato di mondi, si era lasciato catturare da quella miscela di etnie, improvvisazione e trance. Tiziano, poco più in là, aveva scoperto nelle percussioni non un semplice ritmo, ma un modo di stare al mondo. Entrambi, senza saperlo, stavano imparando la stessa lezione: la musica non è un genere, è un viaggio.

Fu proprio in quell’ambiente – tra tamburi africani, flauti balcanici, oud, campane tibetane e improvvisazioni che sembravano evocare deserti e metropoli allo stesso tempo – che i due iniziarono a riconoscersi. Non ancora come compagni di strada, ma come due spiriti che vibravano sulla stessa frequenza.

Gli Aktuala si sciolsero, come spesso accade alle comete. Ma la loro scia rimase. E Daniele e Tiziano, ognuno per conto proprio, continuarono a cercare quella libertà radicale che avevano assaggiato.

Milano, intanto, cambiava pelle. Gli anni Ottanta portavano con sé un’altra energia: più elettrica, più urbana, più affamata. Nacquero collettivi, ensemble, piccole comunità di musicisti che volevano spingere il jazz oltre i confini del jazz. Cavallanti e Tononi si ritrovarono lì, in quel magma creativo, e questa volta non si lasciarono sfuggire l’occasione.

Cominciarono a suonare insieme. Prima in situazioni estemporanee, poi in progetti sempre più strutturati. Scoprirono di avere una grammatica comune: un’idea di musica come rito, come ricerca, come atto politico e poetico allo stesso tempo.

Fu così che prese forma una delle avventure più importanti del jazz italiano contemporaneo: il Nexus, e poi il Laboratorio di Musica & Improvvisazione, e ancora il Creative Music Orchestra. Ogni progetto era un tassello di un mosaico più grande: costruire una scena, un linguaggio, una comunità.

Daniele portava il respiro lungo del suo sax, una voce che sapeva essere meditativa e incendiaria. Tiziano portava il ritmo come un racconto, fatto di colpi, silenzi, stratificazioni. Insieme, erano un dialogo continuo: uno spingeva, l’altro apriva; uno incendiava, l’altro scavava.

Non imitavano il free jazz americano: lo reinventavano. Lo filtravano attraverso la loro storia, la loro città, la loro generazione. Era un free jazz europeo, mediterraneo, urbano, spirituale.

Negli anni Novanta e Duemila, la loro collaborazione raggiunse una maturità quasi rituale. I concerti diventavano viaggi collettivi: il pubblico non assisteva, partecipava. Le composizioni erano mappe, ma la destinazione era sempre ignota.

Cavallanti e Tononi avevano ormai sviluppato un’intesa che andava oltre la musica. Erano due narratori che usavano strumenti diversi per raccontare la stessa storia: quella di una libertà conquistata nota dopo nota, prova dopo prova, errore dopo errore.

Il free jazz, per loro, non era un genere. Era un’etica. Una postura. Un modo di stare nel mondo senza chiedere permesso.

Col tempo, i loro percorsi si sono arricchiti di progetti personali, collaborazioni internazionali, nuove generazioni di musicisti da guidare. Ma il filo che li unisce non si è mai spezzato.

La loro storia – dagli Aktuala alle orchestre creative, dai piccoli club alle grandi rassegne – è la storia di due uomini che hanno scelto la via più difficile: quella dell’esplorazione continua.

E ancora oggi, quando salgono sul palco, si percepisce la stessa scintilla di allora: quella di due ragazzi che, in una Milano sotterranea e visionaria, avevano capito che la musica può essere un atto di libertà assoluta.

Discografia ragionata:

La storia discografica di Daniele Cavallanti e Tiziano Tononi è un percorso che attraversa quasi mezzo secolo di musica italiana non allineata, e che si può leggere come un’unica lunga traiettoria: dalla trance nomade degli Aktuala alla costruzione di un free jazz europeo, urbano e spirituale. Le prime tracce di questo cammino non appartengono ancora a un loro progetto comune, ma sono già decisive. La Terra degli Aktuala (1974) non è un disco di Cavallanti in senso stretto, ma è il luogo in cui si forma la sua idea di musica come attraversamento di culture, come rito collettivo, come spazio aperto. È un’eco che tornerà ovunque, anche quando il linguaggio diventerà più esplicitamente jazzistico.

Il primo vero documento della sua voce è Trio (1979), con Filippo Monico e Roberto Della Grotta: un lavoro asciutto, europeo, dove il sax di Cavallanti cerca un equilibrio tra lirismo e tensione, tra canto e frattura. È un disco di transizione, ma già rivela una postura: la musica come ricerca, non come stile.

La nascita dei Nexus, nel 1983, segna il punto in cui le traiettorie di Cavallanti e Tononi si intrecciano definitivamente. Open Mouth Blues è il loro primo manifesto: un ensemble che non imita il free afroamericano, ma lo metabolizza, lo filtra attraverso Milano, attraverso gli anni Ottanta, attraverso una generazione che vive il jazz come atto politico e poetico. I temi sono forti, spesso bluesy, ma la struttura è aperta, permeabile, pronta a esplodere in improvvisazioni collettive. È qui che si definisce la grammatica condivisa: Cavallanti come voce lunga, meditativa e incendiaria; Tononi come architetto ritmico, narratore percussivo, costruttore di paesaggi.

Gli anni successivi, documentati da una serie di dischi Splasc(h), consolidano questa identità. I Nexus diventano un laboratorio permanente, un collettivo più che un gruppo, un luogo in cui la memoria afroamericana (Mingus, Ayler, l’Art Ensemble) convive con la libertà europea e con un’idea di comunità musicale che in Italia non ha molti equivalenti. È un periodo in cui la loro musica si fa più consapevole, più strutturata, ma mai meno urgente.

Il dialogo con la scena internazionale arriva con forza in Going For The Magic (1989), dove Tononi e Cavallanti incontrano Andrew Cyrille e Maggie Nicols. È un disco che apre una finestra diretta sulla tradizione radicale americana: Cyrille porta una profondità storica e una chiarezza ritmica che spingono Tononi verso nuove architetture; Nicols introduce una dimensione performativa, teatrale, che si innesta perfettamente nella loro idea di musica come rito. È un lavoro che dimostra come il loro free non sia periferico, ma pienamente dentro una rete globale.

Parallelamente, Cavallanti sviluppa una scrittura sempre più orchestrale, evidente in The Leo (1987), dove la doppia sezione ritmica crea un terreno mobile, quasi rituale, su cui il sax può muoversi tra canto e abrasione. È un disco che anticipa la loro futura vocazione per le grandi formazioni.

Negli anni Novanta questa vocazione esplode: il Nexus si allarga, si trasforma in Creative Orchestra, accoglie ospiti internazionali, costruisce suite, cicli tematici, omaggi. È la fase in cui Cavallanti e Tononi diventano non solo musicisti, ma costruttori di scene, curatori di comunità sonore. La loro musica si fa più ampia, più stratificata, più narrativa. È un free jazz orchestrale, profondamente europeo, che dialoga con l’Italian Instabile Orchestra ma mantiene una propria identità: meno teatrale, più rituale; meno ironica, più spirituale.

La maturità arriva con una serie di lavori che sembrano voler distillare quarant’anni di esperienza. Experience Nexus! è un disco sorprendente per energia e freschezza: il gruppo suona come se fosse appena nato, ma con la consapevolezza di chi ha attraversato decenni di ricerca. La scrittura è più essenziale, ma più densa; l’interplay è serrato, quasi telepatico.

Infine The Call: For A New Life (2021) chiude – o forse apre – un cerchio. È un disco che guarda indietro senza nostalgia e avanti senza ingenuità. La “call” del titolo è un invito a ripensare la vita attraverso il suono, un gesto politico e spirituale insieme. Cavallanti ha un suono pieno, maturo, capace di passare dal canto al grido con naturalezza; Tononi costruisce paesaggi ritmici che sono veri e propri scenari narrativi. È un lavoro che può essere ascoltato come sintesi e come nuovo inizio.

La discografia di Cavallanti e Tononi non è una semplice successione di titoli: è la testimonianza di una fedeltà. Fedeltà a un’idea di musica come libertà, come comunità, come ricerca. Dagli Aktuala ai Nexus, dalle cantine milanesi alle orchestre creative, il loro percorso racconta una storia rara: quella di due musicisti che hanno scelto la via più difficile, quella dell’esplorazione continua, senza mai smettere di credere che il jazz – il loro jazz – possa ancora essere un atto di trasformazione.

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