C’era qualcosa, in Michel Portal, che sfuggiva sempre di un passo. Non per elusione, ma per natura. Anche quando entrava in una stanza – con il clarinetto basso che sembrava un’estensione del suo corpo – dava l’impressione di essere già altrove, in un luogo fatto di suoni che solo lui riusciva a sentire per primi.
Chi lo ha seguito negli anni lo ricorda come un uomo attraversato da molte vite. La prima, quella della formazione classica, gli aveva dato un rigore quasi monastico: ore e ore di studio, la disciplina del respiro, la precisione del gesto. Ma bastava ascoltarlo in concerto per capire che quel rigore non era una gabbia, bensì una molla. Portal non si accontentava mai della nota giusta: cercava la nota necessaria.
Negli anni della giovinezza, quando la Francia musicale oscillava tra avanguardia e tradizione, lui si muoveva come un funambolo. Entrava nei territori della musica contemporanea con la stessa naturalezza con cui, la sera dopo, si lanciava in un’improvvisazione feroce in un club fumoso. Boulez, Stockhausen, Kagel: nomi che per molti incutevano timore, per lui erano compagni di un viaggio verso l’ignoto. Eppure, quando suonava con Lubat o con Humair, sembrava che tutto quel bagaglio si sciogliesse in un’energia primordiale, quasi animale.
Le sue collaborazioni erano incontri più che progetti. Con Joachim Kühn, ad esempio, c’era un’intesa fatta di scosse elettriche: due vulcani che si riconoscevano. Con Bruno Chevillon, invece, il dialogo diventava una trama sottile, quasi telepatica. E poi Galliano, con cui Portal trovava un lirismo inatteso, come se la fisarmonica gli aprisse una finestra su un’Europa immaginaria, fatta di piazze, vento e malinconie luminose.
Chi lo ha visto lavorare al cinema racconta un altro Portal ancora: concentrato, silenzioso, capace di trovare in pochi secondi il colore emotivo di una scena. Non era un musicista che “accompagnava” le immagini: le abitava. Le sue colonne sonore per Tavernier o Corneau hanno quella qualità rara di chi sa ascoltare prima di suonare.
E poi c’era il Portal degli ultimi anni, quello che sembrava aver raccolto tutte le sue vite in un’unica voce. Nei concerti appariva più essenziale, più nudo. Non aveva bisogno di dimostrare nulla: ogni frase era un distillato, un gesto che conteneva memoria e futuro. In MP85, il disco che molti considerano il suo testamento, si sente un uomo che non ha perso la curiosità, che continua a interrogare il mondo con la stessa urgenza di quando era ragazzo.
Chi lo ricorda oggi non parla solo del musicista, ma della sua presenza. Della sua ironia sottile, del suo modo di inclinare la testa quando ascoltava gli altri, di quella timidezza che conviveva con una forza interiore quasi feroce. Portal non era un maestro nel senso accademico del termine: era un maestro perché, stando accanto a lui, si imparava a non accontentarsi. A cercare sempre un’altra possibilità, un’altra strada, un’altra voce.
E forse è questo che resta, più dei dischi, più dei concerti: l’idea che la musica non sia un territorio da conquistare, ma un luogo da attraversare. Con coraggio, con inquietudine, con stupore. Come ha fatto lui, fino all’ultimo respiro.
