Una passione per il pianista e compositore statunitense nutrita fin dall’adolescenza in famiglia, un lungo periodo di prove nello studio domestico, seguite da estese chiaccherate con i compagni di viaggio Fioravanti e Furian, per mettere a punto le coordinate del progetto. Sono queste le fonti di “The Wand,” tributo al Chick Corea compositore e pianista ideato e realizzato dal pianista trentino di stanza a Bergamo, pubblicato dall’etichetta Clessidra Records e composto da quattro interpretazioni di brani composti da Corea oltre a cinque composizioni originali.
Francesco Chebat, al centro di numerose formazioni e progetti nel mondo del jazz italiano, è al suo terzo album dopo “Imprinting registrato nel 2006 con Attilio Zanchi e Marco Castiglioni, e “Promenade” del 2009, con il trombettista Gianni Satta, :Stefano Bertoli alla batteria e Cisco Portone alle percussioni. È inoltre pianista ed arrangiatore dei progetti musicali della cantante milanese Martha J., con la quale ha realizzato diversi lavori, ultimo dei quali, nel 2024 “Amelia”, con Giulio Corini e Max Furian, dedicato alle composizioni di Joni Mitchell.
Dei quattro brani di Corea, tre provengono dai periodi e gruppi “elettrici”, Return to Forever ed Elektric Band: un fatto significativo, attribuibile certo a motivi anagrafici di Chebat, ma che induce ad una interpretazione più motivata, ovvero il tentativo del pianista italiano di portare dentro il proprio perimetro espressivo, fatto di equlibrio e raffinata espressività, alcuni dei tratti caratteristici dello stile eclettico e personale di Corea.
Così “Hymn of the Seventh Galaxy” che apre il lavoro, mantiene ad una temperatura ambiente le esplosioni tematiche e la velocità del brano originale, chiarendo subito le coordinate del trio nel segno di un rodato interplay con ruoli paritari sia nella costruzione collettiva che negli spazi solisti.
Una riprova deriva dall’unico brano del Corea “acustico”, “Duende“, derivante dalla collaborazione con il vibrafonista Gary Burton: qui l’assenza dello strumento lamellare è colmata dal sottile gioco percussivo di Furian che accompagna uno svolgimento intimo e delicato, rispettoso dell’originale.
“Tone poem” riproduce l’articolazione tematica e la temperie emotiva del brano di Corea riconducendola ad una tensione fra le varie sezioni tematiche, dal groove ritmico teso ed incalzante alle meditative sortite del contrabbasso, mentre “Silver Temple” stempera il clima funky originario, offrendo un intenso dialogo costellato di spunti originali fra i tre strumenti.acustici.
I brani originali di Chebat sono frutti di una buona vena compositiva, sia quelli attraversati da una più definita corrente ritmica che le ballads. Fra i primi “Night radio“, il cui dimesso avvio svela poi una brillante natura narrativa, “The Wand” che vive di un felice contrasto fra il dialogo sulla base ritmica incalzante e la melodia accuratamente scolpita, nel finale aperta ad ulteriori sviluppi, ed “Underwater blue“, una delle composizioni più articolate, con gli iniziali blocchi tematici retti da un elastico supporto ritmico ed il contrastato “ponte” del piano che apre la strada a coerenti ed assertivi sviluppi improvvisati da parte di tutti i componenti del trio.
Il versante più riflessivo è rappresentato da “Lume“, una ballad immersa in un clima onirico, basata sull’iterazione di una cellula tematica , ed “A weird storyller” incorniciata da un tema intimamante malinconico, i cui sviluppi solisti offrono esempi della capacità indagativa nelle sfere più intime del sentire del pianista.
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“The Wand” segna un significativo punto fermo nella carriera di un musicista non alle prime armi, con un futuro da seguire con grande interesse.
