DESAPARECIDOS – 5. UN RITORNO INSPERATO

In questi ultimi tempi da noi si è spesso parlato di Massimo Urbani, una meteora, certo, ma che per fortuna ha lasciato dietro di sé una scia ancora ben visibile a chi sappia e voglia cercare: diversi album, un piccolo mazzo di video e documentari.

C’è invece qualcuno che ha percorso una via sorprendentemente simile, ma dietro di sé ha lasciato un solo disco a suo nome. Ma che disco!

E per fortuna proprio in questi giorni questo album riemerge dal lontano 1980 in cui vide la luce per la prima volta in un’edizione quantomai curata, soprattutto per la parte audio. Ma anche la nuova copertina è di gran livello, di quelle che raccontano un disco già al primo sguardo: si vede subito che dietro c’è la mano di un grafico di esperienza e talento, che per di più ha ben presenti molti classici dell’iconografia jazzistica. “God save Red Records!”, sia per quello che ha fatto, ed ancor più per quel che sta facendo oggi.

La parabola di Larry Nocella è durata quasi 40 anni, dal 1949 al 1989: ma ci sono vite in cui certi giorni contano e pesano quanto mesi di quelle ‘normali’. Larry nasce a Battipaglia, profondo Sud, proprio vicino a quella Eboli che Carlo Levi consegnò alla memoria collettiva:

Una zona brutalmente stuprata dalla guerra, tra l’altro, immaginarsi come doveva essere nel primo scorcio degli anni ’50. Non stupisce quindi che gran parte della sua infanzia ed adolescenza Nocella le abbia vissute in un collegio, un destino abbastanza comune in quegli anni bui e duri: se da una parte così spesso si scampava ad un’esistenza di fame e di miseria, d’altra parte l’esperienza di un’istituzione dura e totale  lasciava un spesso un segno indelebile sul carattere, e questo spiega una certa spigolosità ed asprezza di quello di Larry, che anche in età matura non ebbe vita facile nei rapporti con gli altri. Insomma, il nostro debutta con un handicap di partenza che nemmeno Massimo Urbani scontò.

Ma anche nelle situazioni più opprimenti talvolta si schiude uno spiraglio inaspettato: come nel riformatorio di Armstrong, anche nel collegio di Larry c’è una banda, dove il nostro prima si trova tra le mani un tamburo, poi un trombone a pistoni ed infine il clarinetto. Qualcuno nota che il ragazzo ha il raro dono dell’orecchio assoluto: Larry si ritrova al Conservatorio di S.Pietro a Maiella a Napoli dove fortunatamente lo ammettono senza esame iniziale e facendogli saltare un anno, fortunatamente c’era gente con orecchio e fiuto. Arriva un sax tenore in dono dalla madre, un regalo che segna un destino: nonostante le attenzioni riservategli, il nostro dopo due anni abbandona il Conservatorio ‘to earn a living’, come diceva il Reverendo Coltrane. E se per quest’ultimo il pane quotidiano – non poco salato – furono le band di rithm‘n blues, per Nocella lo furono i locali da ballo di Napoli e Bagnoli, dove grazie alla assiduità di folti gruppi di marinai americani si praticava anche un po’ di jazz e di altra musica nettamente black. Insomma il brodo di cultura di quel ‘Neapolitan Sound’, destinato a diventare una delle sorprese più fresche della scena musicale italiana tra gli anni ’70 ed ’80: con questo ambiente Larry mantiene per tutto il resto della sua vita un legame intenso e profondo.

Probabilmente nei dancing di Bagnoli viaggiava una musica simile a questa, un raro esperimento funk – fusion del 1977 in cui Nocella rivela però una palpabile inclinazione per il suono di Gato Barbieri

Il ‘Neapolitan Sound’ nei primi ‘70 è una realtà viva ed in crescita, ma c’è sempre l’impellente problema del ‘campare la giornata’. E quindi come tanti altri ragazzi del Sud non resta che prendere il solito treno della speranza verso il Nord. La prima tappa è Milano, allora culla di una vita jazzistica intensa e creativa: un primo approccio con il mitico Capolinea di Giorgio Vanni pare non esser stato molto felice per via di una certa inesperienza del nostro, che quindi prosegue per Torino. In questa città lascerà un segno duraturo, al punto che gli venne intitolato anni dopo un vivace jazz club. Ma oltre a farsi le ossa professionalmente, a Torino avviene un incontro fondamentale: quello con Kenny Clarke, uno di quelli che già nei primi anni ’40 tenevano a battesimo il bebop nel Minton a New York, e che dopo divenne il patriarca di tutti i jazzisti americani emigrati in Francia tra la fine degli anni ’40 ed i ’50. Insomma, un mito ed un’istituzione vivente che divenne il paterno mentore di Larry portandolo con sé in Francia ed introducendolo nel grande giro internazionale, dove il giovane sassofonista si creerà una solida reputazione tra grandi jazzmen americani.

Ma la Francia (e soprattutto la sua Suretè) non è indulgente con quelli che vivono bruciando come Nocella: e l’avventura francese finisce con un foglio di via, si ritorna a Milano. E stavolta il Capolinea accoglierà tra i suoi habitueè e colonne della sua ‘house band’ un musicista ormai maturo e sicuro di sé (anche troppo…): si stringono rapporti profondi con i pianisti Mario Rusca e Luigi Bonafede (altri desaparecidos di lungo corso), fitte collaborazioni con Franco D’Andrea, Chet Baker (che lo vorrebbe per i suoi tours all’estero) e altri importanti musicisti della nuova leva Italiana per la quale il Capolinea era una vera incubatrice. Il conterraneo Tullio d’Episcopo gli offre una prima occasione di visibilità nel suo album “Futura Percussione”:

Nel pugno di dischi jazz rimediati a Napoli (grazie Sesta Flotta per aver fatto uscire dai tuoi empori pacchi di LP originali americani a prezzi umani….) Larry si forma nel culto di Sonny Rollins: anche il suo suono è potente, aspro e con sfumature metalliche, le pause attentamente studiate danno intensità al fraseggio. Non solo, ma Larry arriva addirittura ad imitare Sonny anche in questo:

Sonny all’apice del suo periodo hipster, siamo alla metà degli anni ’60

E però quando entra in studio d’incisione Nocella finisce spesso per prender in mano brani di Coltrane, soprattutto ballad in tempo medio e lento dove sound e feeling sono tutto. Eh sì che il ragazzo Larry sulle prime era rimasto interdetto di fronte a quello che lui chiamava ‘il sassofonista da un miliardo di note’. L’incrocio di queste due influenze, insieme alla bruciante urgenza espressiva, produrranno un risultato di un’originalità e di un’intensità veramente rare, lo vedremo tra poco.   

Certo che il ‘Neapolitan Sound’ vantava dei batteristi notevoli (da ricordare anche Toni Esposito, che riuscì ad entrare in classifica con un disco di sole percussioni… quanto mai fansiose e raffinate però), peccato che D’Episcopo poi abbia preso altre e più confortevoli strade. Significativo che un altro brano di ampio respiro sia concepito come una vera vetrina per Nocella

Come molti jazzisti dell’epoca, il nostro non si nega a numerose esperienze da session man anche su altri fronti musicali: si ricorda un passaggio in un gruppo seminale come gli Area dopo la scomparsa di Demetrio Stratos, ripetute collaborazioni con il primo Pino Daniele, ed anche una convinta milizia nel gruppo del bluesman Cooper Terry.

Ed eccolo qua Larry con Cooper Terry, ospiti di Gianni Minà nella sua trasmissione di musica dal vivo ‘Blitz’. Allora la TV era molto meno ‘sceneggiata’ di oggi, ed un sideman della band poteva alzare il dito ed interloquire senza tanta diplomazia. “Le interviste? Sono business”, fa notare il nostro a Minà che vanta le confidenze da lui raccolte in conversazioni con tanti musicisti. Larry non brilla per senso delle opportunità, ma il suo è un promemoria valido anche per l’oggi 😉

Ma anche in una vita accidentata come quella di Nocella arriva un momento magico. E’ il 1980, e la Red Records di Sergio Veschi ed Alberto Alberti è sulla cresta dell’onda e vanta un’invidiabile schiera di jazzmen di fama internazionale che incidono spesso con lei: è una delle due labels italiane regolarmente distribuite negli USA, dove ancor oggi la ricordano. Il nostro Larry entra così in studio con il pianista Bob Neloms (Charles Mingus, James Newton, Hamiet Bluiett), con il bassista Cameron Brown (colonna dei gruppi di Archie Shepp degli anni ’70, giusto per dirne una) ed infine il batterista Dannie Richmond, l’uomo senza il quale Mingus non ha mosso un passo per decenni. Per il nostro dev’esser stato una sorta di sogno ad occhi aperti. “Everything happens to me”, che ben potrebbe esser il sottotitolo della sua vita, per una volta suona bene, come una promessa di felicità.

Un suono che dentro ha tutta una vita

Esteriormente potrebbe sembrare la classica seduta con il jazzista italiano gratificato dall’accostamento ad un ensemble americano di prima classe, ma il gruppo ha equilibrio e cifra bellissimi e tutti suoi, anche se ha vissuto per una sola occasione. Il sax rovente e metallico con una sfumatura di acida disperazione di Nocella è perfettamente controbilanciato dal pianismo luminoso e smagliante di Neloms; il basso di Cameron Brown è pieno e scuro ed è un vero, palpabile pilastro del quartetto; la batteria di Richmond danza nervosa e leggera, anche questa ariosa e scintillante nel suo agile gioco sui piatti.

Colpisce anche l’accurata e raffinata scelta dei brani: la celebre title track ‘Everything happens to me’, ‘Along come Betty’ di Benny Golson ed ancora una volta ben due songs di Coltrane: ‘Nakatini Serenade’ da ‘The Believer’, un album Prestige della rinascita coltraniana degli ultimi anni ’50 e la splendida “Central Park West”.  Quest’ultima è un song reso da Coltrane con una tale assorta intensità, che rende quantomai difficile ad altri accostarlo. Ma il sound così diverso del rollinsiano Nocella ed un solo superlativo del piano di Neloms riescono nell’impresa di trasfigurarla completamente, con il risultato di un lirismo profondo, ma del tutto diverso da quello di Trane. Per me è il vertice di un disco che ancor oggi a quasi cinquant’anni di distanza riempie di meraviglia per quello che si riusciva a fare in un Italia forse più turbolenta, ma decisamente più vitale e creativa di quella di oggi.

Seguiranno altri anni con cose anche buone, ma sempre più spesso con momenti difficili e di tensione, e soprattutto con fiumi di alcol che nella primavera del 1989 presenteranno inesorabilmente il conto, scandendo per Larry la ‘final bar’, come dicono i colleghi yankee.

Ma per fortuna ora abbiamo ritrovato il concentrato del meglio di questa esistenza aspra e difficile, una vera gemma che non solo la riscatta pur nella sua unicità, ma ci riporta in contatto con una musica che è ancora il suono della vita. Una musica che purtroppo abbiamo da tempo dimenticato. Milton56  

Fatevi del bene, ascoltate ‘Central Park West’  

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.