Una storia italiana: Massimo Barbiero

Massimo Barbiero è piemontese, nasce ad Ivrea nel 1963 ed è batterista, percussionista, compositore , direttore artistico nonchè animatore di diversi progetti musicali, ma certamente i due più noti e più longevi sono il quintetto Enten Eller, spesso allargato ad ospiti di rilievo (Tim Berne, Roberto Ottaviano, Gianluigi Trovesi) e Odwalla, un gruppo di percussionisti e danzatori di indubbio fascino e richiamo. Nonostante il curriculum decisamente importante, non è facile ascoltare i due gruppi di Massimo Barbiero in concerto. A parte l’Open Jazz Festival di Ivrea, di cui è organizzatore, e qualche concerto tra Torino (il prossimo 1 maggio all’interno del Torino jazz Festival) e il Grand Hotel Billia di Saint Vincent dove Enten Eller si è esibito lo scorso dicembre (è in uscita il compact disc con la registrazione del concerto), ritrovare i due gruppi in qualche festival jazz sparso per la penisola è diventata impresa ardua. I motivi ? I soliti , sui quali spesso ci siamo soffermati e sui quali abbiamo speso le nostre rimostranze. Dicono, ad esempio, che sia molto più trendy riproporre Battisti o De Andrè o qualsiasi altro cantautore, purchè deceduto, il pubblico accorre convinto di assistere a chissà quale meraviglia jazz e l’assessore di turno si autocompiace della propria cultura musicale.

ENTEN ELLER è stato votato più volte tra i migliori gruppi italiani dalla rivista Musica Jazz. Cosi come lo stesso Barbiero è stato votato diverse volte, da Musica Jazz e da JazzIt Award, tra i migliori batteristi nazionali. Sono stati pubblicati 6 libri su di lui: “Massimo Barbiero – Enten Eller e Odwalla vent’anni tra jazz e ricerca”, a firma del noto critico Guido Michelone per le edizioni Lampi di Stampa, ulteriore riconoscimento del lavoro sviluppato in questi anni. Un secondo libro “Massimo Barbiero – Odwalla the World percussion and dance” con saggi di critici e le fotografie di Luca d’Agostino è invece un raffinato documento che definisce un progetto da vedere oltre che sentire. “Enten Eller” è invece un volume di Flavio Massarutto e Luca d’Agostino che tratta del rapporto tra letteratura, fotografia e la musica del gruppo. Ed il recente – Massimo Barbiero Sisifo la fatica della ricerca – (Edizioni Del Faro) a cura di Guido Michelone e Gian Nissola con saggi di Franco Bergoglio e Davide Ielmini. Il corredo fotografico – in bianco e nero e a colori – è di Luca D’Agostino e “Tempus Fugit” saggio di Davide Ielmini con foto di Davide Bruschetta su Odwalla e nel 2019 “Il suono ruvido dell’innocenza” un libro su Enten Eller in forma d’intervista. (fonte: Wikipedia)

Parte 1 : Enten Eller

Massimo Barbiero nasce batterista, ma fin da ragazzo capisce che il ritmo non è solo una questione di tempo: è un modo di pensare. Cresce in Piemonte, in un’Italia che negli anni Settanta e Ottanta sta ancora cercando il proprio linguaggio jazzistico, oscillando tra l’eredità americana e un desiderio crescente di autonomia poetica. Barbiero ascolta tutto, assorbe tutto, ma non vuole imitare nessuno. Vuole costruire un mondo.

Negli anni Ottanta incontra musicisti che condividono la stessa urgenza: esplorare, rischiare, non accontentarsi della forma. Nasce così Enten Eller, un nome che è già una dichiarazione di poetica: “aut-aut”, la scelta radicale, kierkegaardiana, tra la via comoda e quella necessaria. Barbiero sceglie la seconda.

Il gruppo diventa presto un laboratorio permanente. Non è una band nel senso tradizionale: è un organismo che respira, cambia, si rigenera. Le composizioni di Barbiero sono strutture aperte, mappe più che partiture. Ogni concerto è un viaggio, ogni disco un tentativo di catturare l’inafferrabile. Il suono degli Enten Eller è fatto di silenzi che pesano quanto i colpi di batteria, di melodie che sembrano emergere da lontano, di improvvisazioni che non cercano la virtuosità ma la verità.

Negli anni Novanta il gruppo trova una sua identità sempre più definita: un jazz europeo, cameristico, ma attraversato da una tensione rituale. Barbiero porta nella musica la sua passione per la poliritmia, per le percussioni etniche, per la danza. Il confine tra composizione e improvvisazione si assottiglia fino quasi a sparire. Gli Enten Eller diventano un punto di riferimento per chi cerca un jazz che non sia né americano né imitativo, ma profondamente italiano nel senso più alto: artigianale, poetico, inquieto.

Con il passare degli anni, Barbiero continua a reinventarsi. Lavora con orchestre di percussioni, con ensemble di archi, con progetti che uniscono poesia, teatro, danza. Ma gli Enten Eller restano il suo laboratorio più intimo, il luogo dove può mettere in discussione tutto, anche sé stesso. Ogni disco è un nuovo inizio, ogni formazione una nuova possibilità. La musica non è mai un oggetto finito: è un processo, un cammino.

Oggi la storia degli Enten Eller è una delle più coerenti e coraggiose del jazz italiano. Non perché inseguano la novità, ma perché inseguono la necessità. E Massimo Barbiero, con la sua batteria che sembra parlare più che suonare, è rimasto fedele a quella scelta originaria: l’aut-aut, la via difficile, la via vera.

Discografia degli Enten Eller :

  • Enten Eller- Streghe 1987 Splasc(h)
  • Enten Eller- Cassandra 1989 Splasc(h)
  • Enten Eller- Antigone 1991 Splasc(h)
  • Enten Eller- Medea 1996 Splasc(h)
  • Enten Eller- Trait d’Union 1998 Splasc(h)
  • Enten Eller & Tim Berne- Melquiades 1999 Splasc(h)
  • Enten Eller & Tim Berne- Auto da fè 2000 Splasc(h)
  • Enten Eller- Euclide 2004 Splasc(h)
  • Enten Eller- Settimo Sigillo 2006 Splasc(h)
  • Enten Eller- Atlantide 2008 Splasc(h)
  • Enten Eller & Javier Girotto- Ecuba 2010 Splasc(h)
  • Enten Eller Orkestra E(x)stinzione – 2012 Splash record
  • Enten Eller – 25th Anniversar N. 22 (2012)
  • Enten Eller & Pietàs CD Splasc(h) (2014)
  • Enten Eller Tiresia CD (2016)
  • Enten Eller Minotauros (2018)
  • Enten Eller & Iva Bittova Lisistrata CD (2024)

Parte 2 : Odwalla

Massimo Barbiero incontra Odwalla come si incontra un territorio sconosciuto: non per conquistarne i confini, ma per ascoltarne il respiro. È la fine degli anni Ottanta, e lui ha già capito che la batteria non gli basta più. Non gli basta il jazz, non gli basta la forma canzone, non gli basta nemmeno l’improvvisazione. Cerca qualcosa che stia prima della musica, o forse sotto: un gesto primordiale, un ritmo che non appartenga a nessuno e che tutti possano riconoscere.

Odwalla nasce così, quasi per necessità. Non è un gruppo, è un rito. Un ensemble di percussioni e danza che sembra provenire da un altrove: tamburi africani, strumenti autocostruiti, voci, corpi che si muovono nello spazio come se il pavimento fosse un pentagramma invisibile. Barbiero non vuole dirigere, vuole accendere. Vuole creare un luogo in cui il ritmo non sia accompagnamento, ma linguaggio totale.

All’inizio è caos, un caos fertile. Le prove durano ore, spesso senza una parola. Si parte da un battito, da un passo, da un respiro. La musica cresce come una pianta selvatica: si intreccia, si spezza, ricomincia. Barbiero osserva, ascolta, interviene solo quando serve. È un artigiano del ritmo, ma anche un coreografo invisibile. Capisce che la percussione non è solo suono: è movimento, è relazione, è corpo che vibra nello spazio.

Con il tempo Odwalla diventa una comunità. Musicisti, danzatori, attori, performer: tutti entrano e escono come in una casa aperta. Non c’è gerarchia, non c’è repertorio fisso. Ogni spettacolo è un evento irripetibile, un incontro tra energia e disciplina. Barbiero porta nel gruppo la sua ossessione per la poliritmia, per le strutture circolari, per la ripetizione che non ripete mai davvero. I danzatori rispondono con gesti che sembrano scolpire l’aria. Il pubblico non assiste: partecipa, viene trascinato dentro un vortice che è insieme antico e modernissimo.

Negli anni Novanta e Duemila Odwalla diventa un laboratorio di ricerca unico in Italia. Barbiero esplora il confine tra musica e teatro, tra rito e performance contemporanea. Lavora con scuole, festival, comunità, portando il gruppo in luoghi dove il jazz non arriva e dove la danza non è prevista. Odwalla diventa un modo di stare al mondo: ascoltare, rispondere, trasformare.

Il rapporto tra Barbiero e Odwalla è fatto di fedeltà e distanza. Lui è il fondatore, il motore, ma non vuole essere il centro. Sa che un ensemble di percussioni e danza vive solo se è collettivo, se ogni corpo è necessario. Per questo lascia spazio, accoglie nuove energie, permette al gruppo di mutare. Odwalla non è un progetto: è un organismo vivente.

Eppure, in ogni colpo di tamburo, in ogni passo che attraversa la scena, c’è la sua impronta. Una visione che non si impone ma guida. Una fiducia assoluta nel ritmo come forza primordiale, come memoria ancestrale, come possibilità di trasformazione. Odwalla è il luogo dove Barbiero ha potuto essere non solo musicista, ma costruttore di mondi.

Discografia

La nascita del gruppo nel 1989 segna l’inizio di un percorso unico in Italia: un ensemble di sole percussioni che non accompagna la danza, ma la genera. In questi primi lavori si sente la materia grezza: tamburi africani, marimbe, vibrafoni, voci, acqua, metallo, legno. È la fase più “tribale”, nel senso più alto del termine: comunità, trance, ripetizione, energia.

Prima che il gallo canti (datazione anni ’90) Un manifesto: ritmo come sorgente, danza come risposta. Strutture circolari, pulsazioni ipnotiche, un suono ancora “terroso”, diretto, fisico.

In Brixen (live) Documento prezioso della prima fase performativa: l’impatto dal vivo, la costruzione collettiva del ritmo, la dimensione rituale che prende forma davanti al pubblico.

Il gruppo si amplia, si raffina, si apre a ospiti internazionali. La scrittura di Barbiero diventa più complessa: poliritmie, contrappunti tra marimbe e vibrafoni, dialoghi tra percussioni africane e strumenti contemporanei. È la stagione in cui Odwalla diventa un’orchestra di percussioni, capace di passare dalla dolcezza estrema all’esplosione totale.

Ankara Live (CD+DVD) Un lavoro cardine: energia pura, interplay serrato, presenza scenica dei danzatori. Perfetto per capire la forza del gruppo dal vivo.

Kratos e Bia (con Billy Cobham) L’incontro con Cobham porta una potenza nuova: un disco di forza, precisione, virtuosismo ritmico. Una pietra miliare della loro fase orchestrale.

Uomo Invisibile (DVD) Qui la danza diventa drammaturgia, la percussione diventa racconto. Un’opera visiva oltre che musicale.

Negli ultimi anni Odwalla entra in una dimensione più astratta, quasi “archetipica”. I titoli evocano figure mitiche — Medusa, Minotauro — e la musica si fa più scultorea: meno esplosione, più tensione interna. È la fase della maturità poetica.

Medusa (2020) Uno dei lavori più compiuti: marimbe e vibrafoni che disegnano melodie sospese, percussioni africane che emergono come ombre, voci che attraversano lo spazio. Un disco che unisce dolcezza e veleno, come la figura mitica che lo ispira.

Minotauro Più astratto, più geometrico. Ritmi labirintici, strutture che si avvolgono su sé stesse. Un lavoro che mostra la capacità del gruppo di reinventarsi senza perdere identità.

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