Nostalgici ed orfani del PMG, cultori del Pat Metheny più ortodosso e rassicurante, accorrete, qui c’è una tavola imbandita su misura per i vostri gusti e passioni. La seconda uscita del progetto Side Eye , dopo il primo episodio in trio del 2021, con il tastierista James Francies ed il batterista Marcus Gilmore, riporta infatti in copertina un + che si riferisce a due nuovi innesti, il bassista californiano Jermaine Paul ed il percussionista e vocalist Leonard Patton, che vanno a completare la line up di Chris Fishman alle tastiere e Joe Dyson alla batteria, già visti con il leader nei concerti italiani di un paio d’anni fa. Un quintetto, quindi che, unitamente alla ripresa di alcuni elementi distintivi del celeberrimo gruppo con Lyle Mays al pianoforte e Steve Rodby al basso, evoca inevitabilmente quella felice stagione di inizio anni ottanta, nonostante le rassicurazioni del leader circa il focus sul trio originario. In “Side eye III+” prima pubblicazione della nuova etichetta creata da Metheny, la Uniquity music , infatti, si ritrovano i guizzanti temiin staccato della chitarra di Pat, le armonizzazioni vocali che accompagnano i crescendo, i soli di chitarra synth, le melodie ricercate e velate di sottile malinconia appoggiate su accenni di ritmi latini. Oltre, naturalmente al timbro ed allo stile del leader, marchio di fabbrica riconoscibilissimo e fonte di innumerevoli tentativi di imitazione presso più di una generazione di chitarristi in tutto il mondo.
“Una replica di cose già sentite”, sento già dire da una parte. “Un auspicato ritorno alle forme più immediate ed accattivanti del repertorio del chitarrista del Missouri”, echeggia la fazione opposta . Non avendo ancora sciolto la personale riserva dopo ripetuti ascolti, lascio il giudizio ai lettori/ascoltatori, limitandomi a sottolineare alcune impressioni personali.
L’inserimento del basso, assente nel primo episodio, e l’eccezionale agilità ritmica di Dyson, evidente fin dal primo singolo “In on it“, assicurano una maggiore rotondità e fluidità allo sviluppo delle composizioni, nelle quali il ruolo del pianoforte, lungi dal replicare i contributi da co leader del companto Mays, viene interpretato in funzione di supporto armonico allo strumento del leader, limitando le sortite soliste ad alcuni interventi funzionali alla direzione musicale .
Tornando al brano che apre l’album, subito compare una dichiarazione di estrema immediatezza, trampolino di lancio per il soliloquio della chitarra; quindi una sezione dal clima rarefatto con l’intervento dell’elettronica che esplode in un vortice astratto di voci, suoni e rumori prima di riprendere la traccia iniziale in un contesto surriscaldato dai breaks della batteria.
“Don’t look down” è il classico tema “itinerante” di Pat, solare ed ottimista, periodicamente riportato alla base da alcuni passaggi ritmici di sapore ispanico, accentuato dall’intervento del pianoforte e, nel finale, sottolineato dal coro di voci: un mix sempre sul filo dell’eccesso, specie quando entra in gioco, ad aumentare la congestione degli elementi, il volo della chitarra synth.
Si replica, almeno sul fronte melodico, ma con una sfumatura più intimista, con la successiva “Make a new world“, adagiata su una soffice base ritmica di bossa nova, appena increspata da una sezione centrale elettronica più pulsante e scura prima del trionfo melodico e corale finale.
Con ” Urban and western” il quintetto si trasforma in hammnd trio e a dominare la scena è un concentrato di blues, attraversato dalle folate dell’organo, che nel finale si tinge di gospel raggiungendo elevate vette di pathos : uno dei brani più concisi ed interessanti del disco.
La parte finale del disco è occupata secondo una logica di alternanza, da due composizioni molto dinamiche e da due ballads, semplici e toccanti. “SE – O” apre con un concitato e nervoso andamento urbano costruito dalle tastiere e dalla sezione ritmica, per sfociare in un dialogo fra organo e chitarra sul filo dei rispettivi assoli, con basso e batteria che assicurano tensione ai massimi livelli: immancabile il vocalizzo tematico finale, che non attenura l’efficacia dinamica del brano.
“Risk and reward” è una lunga ed articolata suite sviluppata in senso circolare con picchi e ripartenze aventi in comune una base ritmica di stampo latino: verso la metà il clima si fa più rarefatto e timbricamente complesso e compaiono alcuni ben noti patterns chitarristici di Metheny che conducono ad una conclusione non sorprendente.
Le due ballads, “Our old street” e So far so good“, hanno in comune temi suggestivi ed in linea con quella poetica “da frontiera” che spesso ha fatto capolino nelle suggestioni ispirative di Metheny: nella prima lo sviluppo è giocato in chiave intimista fra la chitarra ed il pianoforte, mentre la seconda si apre ad atmosfere sognanti ed immaginifiche con l’intervento delle tastiere.
Ecco qua. Pat Metheny al 100%. Il dibattito (di cui sopra) è aperto.
