“Questi non sono i Soft Machine dei vostri padri“. La frase, riportata nella recensione del sito somethingelse, fotografa in modo adeguato il perimetro operativo della band che ha mantenuto la gloriosa ragione sociale, e nella quale l’unico membro originario, insediatosi a metà anni settanta in sostituzione del chitarrista Allan Holdsworth è il collega John Etheridge. Proseguendo nell’agiografia del gruppo, la stessa recensione sottolinea come, rispetto all’ultima prova dei rinati Soft Machine, (“Other doors” del 2023) i due membri originari allora ancora presenti, John Marshall e Roy Babbington ,sono ormai fuori dai giochi, il primo perchè scomparso, il secondo ritirato dalla musica.
Nonostante queste premesse, il nuovo disco, prodotto da Moon June Records, pur essendo espressione di tre personalità musicali relativamente nuove rispetto alla storia della band (il batterista Asaf Sirkis, il fiatista e tastierista Theo Travis, il bassista Fred Thelonius Baker ) contiene diversi motivi per un collegamento musicale ed affettivo a quell’ aurea tradizione.
A partire dall’aspetto più formale: il titolo, che idealmente riprende la serie numerica inaugurata con il primo volume del 1968 ed interrotta al numero sette nel 1973, per lasciare spazio a formule verbali (“Bundles” del 1975, “Softs” del 1976, “The land of cockaine” del 1981 , “Hidden details” del 2018 ed il citato “Other doors” del 2023). Ovviamente solo per mettere in fila gli albums in studio e lasciando da parte la lunga collana di registrazioni dal vivo che hanno intervallato le citate pubblicazioni.
Ma poi l’occhio (e subito dopo l’orecchio) va alla traccia numero quattro intitolata “Waltz for Robert” ed entrambi trovano conferma che, si, è proprio una dedica del compositore e batterista Sirkis al collega Robert Wyatt, oggi ottuagenerio ed unico membro ancora in vita dei Softs originari. La traccia è l’opzione B di un tentativo di coinvolgere Wyatt nella registrazione, risolta in una delicata ballad condotta dal flauto di Travis in suo onore. “Conosco Asaf da anni, ha spiegato Wyatt , da abbastanza tempo per sapere che quando decide una cosa non c’è nulla che possa fermarlo. Il suo stile alla batteria è in costante evoluzione, ma ciò che mi affascina ancora di più sono le sue eteree ed inquietanti composizioni” .
Il brano ha in effetti molto delle atmosfere e misteriose e della naïveté di Wyatt e non ci saremmo sorpresi ad ascoltare la sua voce ultraterrena spuntare daun angolo dopo il tema del flauto o il solo del basso elettrico.
La scaletta di Thirteen, inaugurata dalle epiche escursioni chitarristiche di “Lemon poem song“, seguita da un espressivo brano di impronta progressive solcato dal lungo solo del sax (“Open road“) e dalle astrazioni elettriche di “Seven days“, incontra quindi uno dei brani più estesi ed articolati, la mini suite “The longest night” che si sviluppa in diversi movimenti, mescolando prog ed improvvisazione, fra dinamiche sezioni tematiche affidate al sax e liquidi interludi delle tastiere elettriche ed elettroniche che a tratti sembrano voler accennare alla timbrica dell’organo di Mike Ratledge.
Si prosegue quindi con brani di sempre solida struttura, fra suggestioni del passato e proiezioni sul presente alternando climi estatici ed ambientali (“Disappear“,“Beledo Balado“) a muscolari e dilaganti strutture ritmiche/armoniche, propiziate dalla batteria di Sirkis e dalla chitarra di Etheridge (“Green book“, “Turmoil“), libere improvvisazioni (“Pens to the foal mode“, “Which bridge do you cross?”), ed una miniatura che si distingue per concisione ed efficacia, in un contesto che non bada troppo al numero ed al minutaggio dei brani, “Time station“, affidata al soprano di Travis.
Ed infine si arriva all’ultimo brano, e la memoria viaggia allora ancora più lontano a cercare una connessione con la prima storia della band. 1966: Kevin Ayers, Robert Wyatt, Mike Ratledge e Daevid Allen costituiscono il primo nucleo dei Soft Machine, quelli esplosi a Londra all’Ufo Club insieme ai Pink Floyd e subito lanciati dal produttore Giorgio Gomelsky in una tourneè europea, dalla quale Allen non riuscì per problemi di visto a tornare in Inghilterra, si fermò a regalare la sua vena folle e dadaista ad un altro gruppo di culto dell’epoca, i Gong, mancando quindi l’appuntamento con l’esordio discografico dei compagni inglesi..
‘Daevid’s Special Cuppa’” omaggia proprio Allen utilizzando un loop della sua chitarra inciso anni fa, per costruire un brano psichedelico e tribale taccompagnato dal soprano, dalla chitarra e dal flauto armeno duduk.
Riferimento conclusivo che cogliamo al volo per annunciare fin d’ora che entrambe le band, i Soft Machine (con ospite alle tastiere Gary Husband) ed i Gong nella loro formazione attuale saranno ospiti dell’annuale Festival Moon June in programma a Teramo per la fine di Luglio 2026.

Soft Machine 2026
