BERGAMO JAZZ 2026 -LA ‘CARTOLONA’ – 2

Nella seconda e terza serata al Donizetti, Bergamo Jazz ha calato i suoi assi: delle occasioni di ascolto esclusive, quantomeno per la scena italiana. Ma prima occorre ‘sbrigare una pratica’

Lakecia Benjamin quartet

Il mio è punto di vista peculiare, sono al terzo ascolto di Lakecia.  La meraviglia per il bruciante debutto a Bergamo Jazz 2023 è in gran parte sfumata. La passione ed il carisma della prima volta hanno lasciato il posto ad un maggior controllo, ad un modello attentamente calibrato che punta allo spettacolo totale più che all’intensità della musica. Il gruppo ora è meramente funzionale al protagonismo della leader, e non si intravede più una personalità autonoma e dialogante come Zacchai Curtis, il pianista di allora. Il set condotto incessantemente a 100 db e 400 di metronomo appare oggi un poco calcolato e forzato, ed anche le arringhe al pubblico appaiono inserite in una accurata sceneggiatura. Ma per un pubblico alla prima esperienza lo show funziona ed il successo è stato garantito

‘Amerikka Skin’ (occhio alle ‘k’…). Lakecia ed il suo quartetto pochi mesi fa

The Bad Plus, guests Chris Potter e Craig Taborn

Mi concedo un’Intestazione di comodo, Reid Anderson in una intervista ha tenuto a precisare che di scena non erano The Bad Plus (peraltro in via di scioglimento), ma solo lui stesso al basso e Dave King alla batteria, più due ospiti. Resta il fatto che i due sono sempre stati il cervello della fortunata e camaleontica formazione, che ha spaziato dal piano trio al quartetto con sax e chitarra.

La cifra distintiva dei Bad è sempre stato un certo sfumato eclettismo postmoderno, che ha esercitato un grande richiamo sui giovani ascoltatori avvicinandoli al jazz. A Bergamo invece il programma era più netto e personale: un ritorno sulle musiche del c.d ‘American Quartet’ di Keith Jarrett, che ha avuto ed ha tuttora gran posto nel cuore di King ed Anderson.

1974,  da “Threasure Island”. Il ‘Quartetto Americano”, un Jarrett che oggi non molti ricordano (ma secondo alcuni il migliore)

Ma da inveterati modernisti non battono la strada del pellegrinaggio sentimentale, e lo si capisce dalla scelta dei due partner: Chris Potter è un grande specialista delle ance, un artigiano capace di ogni sottigliezza con le stesse e padrone di ogni stile e situazione, ma certo lontano dalla passionalità di Dewey Redman. Craig Taborn poi è pianista di assoluta originalità, un lucido e raccolto esploratore intellettuale, anche lui le mille miglia lontano dal protagonismo un poco narcisistico di Jarrett.

Il rapporto padroni di casa / ospiti si percepisce subito: basso e batteria sono in primo piano e si ritagliano spazi solistici estesi, a Taborn e Potter sono riservate finestre ben caratterizzate. Potter apporta la sua assoluta impeccabilità strumentale anche su tempi ‘spacca metronomo’, mantenendo un perfetto controllo anche nei momenti più torridi. Ed in ciò in qualche modo anticipa anche i soli di Taborn, imbevuti di una certa atmosfera notturna e soprattutto caratterizzati da un avventuroso rigore esplorativo. Il contrasto con l’attitudine più spumeggiante e brillante dei due Bad Plus storici è giocato abilmente, e dà luogo ad una musica che è al tempo stesso raffinatamente elegante ed avventurosamente indagatrice, un equilibrio ben difficile da raggiungere. Si vorrebbe che questa non fosse una band ‘che ha ballato una sola estate’, ma non sarà così, il duo Anderson-King non si guarda mai indietro.

Sorprendentemente lo stesso pubblico di Lakecia decreta un trionfo ancora più grande ad una musica complessa e sofisticata, evidentemente l’aliquota più smaliziata della platea ha dettato la linea. Sul mio taccuino questo è annotato come il punto più alto di Bergamo Jazz 2026, che pure ha visto una splendida performance dei Five Elements di Steve Coleman di cui si è parlato nella cronaca precedente

Anderson/King/Potter/Taborn pochi giorni fa a Lexington. Godetevi questi 25 minuti, perché dubito molto che li rivedremo (almeno dalle nostre parti)

Joe Lovano Ensemble ‘Setting the Pace’, Miles Davis & John Coltrane Centennial Celebration

Diciamolo pure, siamo stati in molti che alla vista di questo numeroso e diversificato ensemble abbiamo temuto un esito simile ai Jazz at The Philarmonic portati in giro per il mondo da Norman Granz: una serie di ‘cameos’ di grandi solisti uniti da un sottile e fragile filo che a stento li trasformava in qualcosa di coerente.

Anche qui i rischi dell’operazione erano molti: un organico fitto e complesso che avrebbe richiesto la figura di un arrangiatore, una sezione di tre saxes con relativi problemi di differenziazione, musicisti non solo con scarsa dimestichezza reciproca, ma anche appartenenti a generazioni molto diverse. E su tutto incombeva l’incubo del fattore tempo: nel circo volante del grande jazz internazionale non c’è modo di concedersi il lusso di preparazioni e prove approfondite.

Insomma, non era affatto realistico attendersi una suite di quasi due ore nitidamente strutturata ed a registro persino nei minimi dettagli. Lovano ha invece scelto una via diversa, ed a mio parere con risultato apprezzabile e di un certo fascino (ho sentito però pareri più critici).

‘Settin’ the Pace’ è stato essenzialmente un fluttuante arazzo sonoro, una sorta di sogno ad occhi aperti in cui si è inseguita quella galassia musicale che va da Miles Davis a John Coltrane. Non citazione, non reinvenzione, bensì una continua evocazione in un’atmosfera sospesa tra sogno del passato e schegge di veglia del presente.

Avishai Cohen, l’uomo del sogno davisiano

La prima parte del ‘sogno’ è stata a mio avviso la più riuscita, grazie anche ad un superlativo Avishai Cohen alla tromba, che, pur se distante per stile strumentale  da quello di Miles (mancava la concentrata laconicità di quest’ultimo), è apparso a più riprese veramente illuminato da un profondo spirito davisiano. In questo cooperato splendidamente dalla finissima ritmica di Drew Gress al basso e soprattutto dal drumming sottilissimo e raffinato di Joey Baron, che peraltro in prosieguo della performance ha sfoderato anche altri registri, come l’esplosiva poliritmia di Elvin Jones. Uno dietro l’altro sono sfilati i fantasmi dei grandi classici davisiani, il tutto con un equilibrio ed una naturale eleganza che non sarebbe dispiaciuta al Miles anni ’50 e ’60.

George Garzone, l’indomabile mattatore coltraniano. E pensare che è classe 1950….

Nella seconda parte, il ‘sogno coltraniano’, si è notato di più il carattere estemporaneo dell’ensemble, che è risultato meno a fuoco ed ha preso una piega più tumultuosa, Va ammirata la generosità del Lovano sassofonista, che si è messo a fianco un temibile rivale come George Garzone, rivelatosi un appasionato e rovente ‘coltraniano dentro’ che ha giganteggiato in tutta la seconda parte della suite. Ha fatto piacere vedere uno Shabaka Hutchings abbandonare i suoi solitari studi sui flauti etnici per imbracciare di nuovo il sax tenore con un’energia muscolare ed un timbro abrasivo che evocavano il primo Pharaoh Sanders, ‘spalla’ dell’ultimo Trane. Di Shabaka si è anche ammirata la conquistata padronanza dei tradizionali flauti classici, con cui ha donato al sottile arazzo d’insieme delle acide pennnellate di contemporaneità. La sottile trama ha a mio parere conosciuto qualche smagliatura negli interventi solistici del piano di Leo Genovese: se nell’accompagnamento si è amalgamato all’ensemble con precisione ed incisività, nei soli si è concesso un’esuberanza un poco esibita che mi è sembrata un poco ‘sopra alle righe’ rispetto alla leggerezza ed all’ariosità del gruppo. Ma forse la cosa va messa in conto all’emozione di trovarsi in evidenza sul palco di un festival jazzistico di grande tradizione. Ahimè, il Jakob Bro chitarrista non è pervenuto, lo strumento non era fatto per affiorare in un contesto così affollato: da lui però è venuto un valido contributo alle elettroniche, che sono andate a dare sostanza alla profonda trama d’insieme.

Bentornato, Shabaka…..

Tirando le somme, un ‘unicum’ di un certo interesse, ed a tratti anche affascinante: forse guadagnerebbe da un ulteriore sviluppo. Ma in questo caso non sarebbe più l’ ‘unicum’ che è…  Benvenute opinioni critiche e contrarie, perché so che ci sono. Milton56      

Per ‘Settin the Pace’ niente clips, ahimè non vi restano che le mie parole. A mo’ di consolazione, ecco un remoto precedente orchestrale di Lovano: nel 1993 lo vediamo solista con alle spalle una big band arrangiata e diretta niente di meno che da Gunther Schuller, campione della Third Stream Music e grande storico e teorico del jazz. Di originalità ed eccentricità ce ne è anche qui

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