Intervista immaginaria a Gianluigi Trovesi

Due giornate passate a stretto contatto con il maestro bergamasco mi hanno riempito di racconti, annedoti e ricordi. L’occasione è stata il concerto a Chiavenna, ospite del Trio Immaginario di Alex De Simoni. In pratica la riproposizione del concerto della scorsa estate, ma questa volta nel salotto buono del borgo, il teatro della Società Operaia. Il canovaccio è stato lo stesso, unica variante un pubblico numeroso e caldo (confesso, contro le mie previsioni pessimistiche), che ha tributato un caloroso successo al quartetto. La novità musicale è stata una nuova e deliziosa composizione di Alex, Piccolo Valzer, per una idea di quanto accaduto vi rimando alla recensione del concerto del luglio scorso qui

Ho provato porre domande al Maestro in una serata con i ragazzi della Scuola di Musica, ma per chi conosce Trovesi sa che si tratta di impresa improba, lui è un fiume in piena, difficilmente arginabile e, in fondo, era ugualmente bello e interessante stare a sentirlo, divagare, riprendere il filo, infilare arguzie e raccontare la sua personale avventura.

Poichè ha suonato con il Trio Immaginario, mi è parso coerente allora scrivere una intervista immaginaria, dove le parole non sono le stesse, inevitabilmente più coincise per adeguarsi allo spazio del web, ma lo spirito dell’uomo e del musicista mi auguro di averlo colto e tradotto in parole. Ecco dunque alcune domande che avrei voluto sottoporgli e, alla fine, le uniche due che invece sono riuscito a fare. Maestro, mi perdoni l’ardire.

Maestro, partiamo da casa. Quanto c’è delle sue montagne nella sua musica?

Trovesi: Tutto. Le montagne non sono un paesaggio, sono un ritmo. Hanno pause, silenzi, improvvise aperture. Da bambino ascoltavo i cori, le bande, le fisarmoniche. Non sapevo che fosse “musica popolare”: era semplicemente il mondo. Quando poi ho incontrato il jazz, ho capito che parlava la stessa lingua. Anche il jazz è una montagna: sale, scende, si perde nei boschi, poi trova un sentiero nuovo.

Il suo ottetto è diventato un laboratorio fondamentale nel jazz europeo. Come è nato ?

Trovesi: Per gioco, come tutte le cose serie. Volevo una formazione che potesse muoversi come un’orchestra ma respirare come un gruppo da osteria. Musicisti colti, ma con la voglia di ridere.

Lei ha collaborato con figure molto diverse: da Wheeler a Coscia, da Sclavis a Taylor. Cosa cerca in un compagno di viaggio?

Trovesi: La curiosità.
Non mi interessa il virtuosismo fine a sé stesso. Mi interessa chi ascolta.
Con Gianni Coscia, per esempio, c’è un’intesa che nasce dal sorriso. Con Wheeler c’era una malinconia luminosa. Con Sclavis una complicità da artigiani del suono.
E con Cecil Taylor… beh, con lui era come parlare con un vulcano. Ma anche i vulcani, se li ascolti, hanno un ritmo.

Lei ha dato dignità jazzistica alla musica popolare italiana senza trasformarla in folklore da cartolina. Come si evita la trappola della nostalgia?

Trovesi: La nostalgia è un sentimento pericoloso: ti fa guardare indietro invece che attorno. Io non suono “come si suonava una volta”. Io suono quello che mi è rimasto dentro. La musica popolare non è un museo: è un animale vivo. Se la tratti come un fossile, muore. Se la fai dialogare con il presente, respira.

A ottant’anni continua a esplorare, a scrivere, a suonare. Cosa la spinge?

Trovesi: La curiosità, ancora lei. E poi il clarinetto è un compagno fedele: se lo lasci solo troppo a lungo, si offende. Io non ho mai pensato alla carriera. Ho pensato alla musica come a un viaggio. E finché ho fiato, voglio vedere dove porta la prossima curva.

Come nasce un suo brano ?

Trovesi: Nasce da un’immagine. Sempre. Può essere una danza che ho sentito da bambino, un frammento di madrigale, un ritmo che mi ronza in testa mentre cammino. Poi prendo il clarinetto e provo a vedere se quell’immagine respira. Se respira, allora diventa musica. Se non respira, la lascio lì: magari un giorno si sveglia.

Lei usa spesso strutture complesse, ma la musica rimane sempre comunicativa. Come si bilancia rigore e immediatezza?

Trovesi: Il rigore serve a non perdersi. L’immediatezza serve a non annoiare. Io penso sempre a chi ascolta. Non voglio che il pubblico debba “capire”: voglio che senta. Il contrappunto, la fuga, le strutture… sono strumenti. Ma se non c’è un’emozione, diventano ginnastica. E il jazz non è ginnastica: è un modo di stare al mondo.

Parliamo di improvvisazione. Come la concepisce?

Trovesi: Come una conversazione. Non improvviso mai “contro” la musica: improvviso dentro la musica. L’improvvisazione non è libertà assoluta: è libertà responsabile. Devi ascoltare gli altri, devi ascoltare il brano, devi ascoltare il pubblico. E devi ascoltare te stesso, ma senza innamorarti troppo della tua voce.

Nei suoi lavori c’è spesso un dialogo con la musica antica. Cosa la attrae di quel mondo?

Trovesi: La purezza delle linee. La musica antica non ha bisogno di effetti: è architettura. E poi c’è un senso di comunità: le voci si intrecciano, si sostengono, si contraddicono. Quando lavoro su un madrigale o su una danza rinascimentale, non penso mai a “modernizzarla”. Penso a come farla parlare oggi, con rispetto e con un po’ di malizia.

Lei ha scritto per big band, per ensemble da camera, per il cinema. Come cambia il suo modo di comporre?

Trovesi: Cambia il vestito, non la persona. Per una big band penso al colore, alla massa, al movimento delle sezioni. Per un ensemble da camera penso alla trasparenza, alla precisione. Per il cinema penso alle emozioni che devono arrivare senza farsi notare troppo. Ma alla fine, il mio mestiere è sempre lo stesso: raccontare una storia con i suoni.

C’è un elemento tecnico che considera fondamentale nel suo lavoro?

Trovesi: Il respiro. Sembra banale, ma tutto nasce dal respiro. Il fraseggio, il ritmo, la dinamica… anche la scrittura orchestrale, se ci pensi, è un grande gioco di respiri. Quando un brano non funziona, spesso è perché non respira bene. Allora lo smonto, lo ascolto, lo faccio camminare. E prima o poi trova il suo fiato.

Ultima domanda tecnica: come si mantiene la curiosità dopo sessant’anni di musica?

Trovesi: Non sapendo niente. Ogni volta che prendo il clarinetto, mi dico: “Vediamo cosa succede oggi”. La musica è infinita. Se pensi di aver capito tutto, sei finito. Io preferisco restare un principiante curioso.

Il clarinetto basso è diventato una sua firma. Cosa le dà che gli altri strumenti non le danno?

Trovesi: Profondità. Il clarinetto basso è come un narratore anziano: ha vissuto, ha visto, ha memoria. E poi ha un’ironia naturale. Può essere buffo, tragico, lirico, tutto nello stesso respiro. Quando lo suono, sento che posso raccontare storie che il clarinetto soprano non saprebbe dire.

Lei è uno dei pochi musicisti che ha saputo unire balera, contrappunto rinascimentale e improvvisazione radicale. Come si tiene insieme tutto questo?

Trovesi: Non si tiene insieme: si lascia convivere. Io non ho mai pensato in termini di “generi”. Ho pensato in termini di persone. Il contadino che suona la polka alla festa del paese ha la stessa dignità del clarinettista che studia Bach. E il jazz, per me, è un luogo dove queste persone possono sedersi allo stesso tavolo.

Poi, certo, ci vuole mestiere. Il contrappunto ti insegna a non fare confusione. La balera ti insegna a non annoiare. L’improvvisazione ti insegna a rischiare.

1 Comment

  1. Non voglio che il pubblico debba “capire”: voglio che senta. Il contrappunto, la fuga, le strutture… sono strumenti. Ma se non c’è un’emozione, diventano ginnastica. E il jazz non è ginnastica: è un modo di stare al mondo”

    Frase che molti musicisti odierni dovrebbero affiggere a caratteri di scatola sulle mura delle loro stanze. Milton56

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