Siphonoforo non è, come potrebbe pensarsi, il nome di uno strumento musicale esoterico, in realtà si riferisce ad una specie di invertebrato marino consistente in una colonia di organismi interdipendenti, fra i più antichi abitanti degli oceani, che si nutre di piccoli animali catturati con una sorta di capsule urticanti chiamate nematocisti, simili a quelle delle meduse, ed assume configurazioni e colorazioni in continuo mutamento.
L’originale animale ha ispirato, ciò nonostante, un disco, concepito e realizzato dal quartetto omonimo formato da Marco Pasinetti– Chitarra e composizioni, Pierluigi Foschi – batteria, Tommaso Iacoviello – Tromba e Luca Tapino – Trombone, ed edito dall’etichetta Flying robert Music, che è anche pieno di “inconsueti strumenti”, soprattutto a fiato.
Il progetto che ha unito i quattro giovani musicisti è nato nell’ambito dei laboratori tenuti presso l’Accademia Nazionale Siena Jazz diretti da Stefano Battaglia, incentrati sulle formazioni bassless (dal trio di Jim Hall, Bob Brookmeyer e Jimmy Giuffre fino a quello di Paul Motian, Joe Lovano e Bill Frisell), esperienze di cui due cover presenti in scaletta (“Probabillity cloud ” di Frisell e “Apache” di Giuffre) , sono diretta testimonianza.
La musica di Siphonoforo è percorsa, contemporaneamente, da una vena sognante ed onirica, foriera di accattivanti contributi melodici e da spasmi ritmici che animano il tessuto dei brani più dinamici seguendo logiche e stilemi del tutto personali. La chitarra, la tromba ed il trombone popolano questi scenari accompagnati dalla pulsazione incessante delle percussioni, unendosi in perentori unisono e separandosi per seguire percorsi paralleli o incrociare traiettorie contrappuntistiche: il tutto immerso in atmosfere surreali, a tratti astratte o attraversate da una venatura grottesca.
Spesso le composizioni assumono la forma di sintetici bozzetti ricchi di potenziali sviluppi che si immagina possano trovare piena concretizzazione nelle esibizioni dal vivo, mentre altri episodi hanno una struttura compiuta che rivela le potenzialità di un progetto dalla vena originale e iconoclasta, nonostante i riferimenti apertamente riconosciuti.
E’il caso del secondo brano in scaletta che segue l’introduttiva ballad “Yoogurt“: si intitola “Capaci” e prende il via da una solenne e vagamente medievale aria declamata dai fiati, per svoltare, subito dopo, con uno scarto melodico inatteso ed avvincente, in uno spazio popolato dalle estese narrazioni dei due fiati e concludersi in una parte improvvisata sul bordone ritmico costruito da batteria e trombone. O quello di “Shafro“, costruita sulle minimali scansioni ritmiche di un ricco apparato percussivo cui si uniscono i fiati e la chitarra, per disegnare, i primi, un esuberante sviluppo tematico e l’altra un dissonante assolo che attraversa la struttura del brano. Il riff di chitarra che introduce “Chico” e l’unisono dei fiati seguente diventano invece propulsione per un irresistibile cavalcata in stile latino, che vede la tromba prendere quota con un lungo assolo prima dell’improvviso break finale.
In altri casi entra in gioco una vena minimalista ed astratta: in “Marco e Maria” la geometrica melodia dei fiati è supportata da un esile, ripetitivo, noise ritmico, “Conigli e conigliette” è un numero in stile vaudeville con la tronba sordinata e la chitarra che scivola dolcemente sulle piccole onde ritmiche, “Lascia tutto aperto” ed il suo contraltare “Ti ho detto di non chiudere” sono escursioni astratte fra i timbri degli strumenti immerse in un clima da sogno/incubo degno delle pellicole di David Lynch .
“Requiem for E” è una scarna ballad che vede protagonista il dialogo fra la chitarra ed il trombone, con un finale che in modo imprevedibile vede accendersi il ritmo con cadenze bandistiche.
Infine le due interpretazioni di artisti che hanno ispirato la formazione del quartetto: il brano di Frisell è reso costruendo una cornice ritmica del trombone alla splendida melodia nella quale entra in modo più o meno esplicito un omaggio a Nino Rota, mentre quello di Giuffre, tratto dalla “Western suite“, è aperto da un lungo soliloquio per didgeridoo alla cui estremità si palesa un tema proposto dalla tromba e ripreso dal trombone che conduce verso una scura e pesante atmosfera metal dominata dalla chitarra.
Gli ascolti ripetuti del disco confermano la bontà della scelta del titolo, rappresentata graficamente dall’artista Massimo Sorrentini: una volta catturati dalle spire dello Siphonoforo, sarà difficile separarsene.
