Questo film, una produzione franco belga olandese, dovrebbe uscire in Europa nel corso del prossimo anno ( In Gran Bretagna è presente nei circuiti indipendenti), non si sa se anche in Italia. L’unica speranza è riposta in Amazon Prime (!), perchè è già presente sulla stessa piattaforma ma esclusivamente per gli abbonati degli Stati Uniti. Prendo a prestito un articolo di Richard Williams dal suo notevole blog TheBluemoment.com per fornire qualche elemento in più per la conoscenza di una vicenda che i più giovani difficilmente potrebbero conoscere. Le conclusioni alle quali giunge Williams sono storicamente provate e fanno riflettere su quanto i media abbiano ancora un ruolo determinante nel distorcere, per non dire falsificare, tutto quanto avviene nel mondo che non riflette gli interessi dell’occidente. Gaza, Libano, Ucraina sono solo gli ultimi esempi in ordine di tempo. Mi addolora molto dire che oggigiorno, almeno nel campo musicale, non ci sono più gli Shepp, i Roach, i Coltrane capaci di sollevare la protesta e indicare la menzogna.
1960: sedici Paesi africani vengono ammessi alle Nazioni Unite, scatenando un terremoto politico. Per mantenere il controllo sulle ricchezze dell’ex Congo belga, Re Baldovino trova un alleato nell’amministrazione Eisenhower, che teme di perdere l’accesso alle forniture di uranio, vitale per la produzione di bombe atomiche. In veste di ambasciatore, il jazzista Louis Armstrong si trasforma inconsapevolmente nel paravento per il primo colpo di Stato post-coloniale in Africa, mentre altri artisti come Nina Simone, Duke Ellington e Dizzy Gillespie si trovano di fronte a un gravoso dilemma: come rappresentare un paese in cui vige ancora la segregazione razziale? La guerra fredda raggiunge l’apice quando il leader sovietico Nikita Kruscev denuncia all’Assemblea Generale la complicità delle Nazioni Unite nella destituzione di Lumumba. Un magistrale racconto a più voci e a ritmo sincopato su come è stata minata l’autodeterminazione africana negli anni ’60.
Sessant’anni fa Archie Shepp scrisse un articolo provocatorio per la rivista Down Beat in cui, se la memoria non mi inganna, paragonò il suo sassofono tenore a una mitragliatrice nelle mani di un guerrigliero Vietcong. Nei primi anni ’60 sembrava che la New Thing del jazz, o come la si volesse chiamare, possedesse una potente dimensione politica, esemplificata dalla Freedom Now Suite di Max Roach e Abbey Lincoln , da “Alabama” di John Coltrane e da “Malcolm, Malcolm — Semper Malcolm” dello stesso Shepp. Persino la musica che non aveva un contenuto politico esplicito, come “Free Jazz” di Ornette Coleman, sembrava in qualche modo esprimere sentimenti rivoluzionari.
È con grande genialità che il regista belga Johan Grimonprez trasforma quella musica (e in effetti proprio quei pezzi, più altri) in una componente integrante del suo pluripremiato documentario Soundtrack to a Coup d’état . Il soggetto del film, della durata di due ore e mezza, è l’omicidio nel 1961 dell’attivista e politico Patrice Lumumba, il cui mandato come primo ministro della neo-indipendente Repubblica del Congo, in precedenza Congo Belga, fu interrotto dopo soli tre mesi da un colpo di stato militare fomentato da coloro che avevano interessi nei ricchi giacimenti di minerali rari del paese, in particolare il Belgio, il potere coloniale in ritirata, il governo degli Stati Uniti del presidente Eisenhower e il governo britannico di Harold Macmillan.
Lumumba era un simbolo non solo dell’indipendenza delle ex colonie, ma anche del panafricanismo. Date le attività della CIA e dei servizi segreti britannici e belgi, non sorprende che abbia accolto con favore il sostegno della Cuba di Castro e dell’Unione Sovietica di Krusciov, o che abbia dovuto pagare il prezzo più alto per questo, il suo corpo fatto a pezzi e sciolto nell’acido dai mercenari che lo hanno ucciso. Nomi familiari a quelli della mia generazione — Moïse Tshombe, Joseph-Désiré Mobutu, Joseph Kasa-Vubu, Dag Hammarskjöld — costellano la narrazione, mentre Grimonprez distribuisce interviste d’archivio di vari gradi di palese o subdola autoincriminazione con partecipanti tra cui Larry Devlin, il capo della stazione CIA, e l’ufficiale dell’MI6 Daphne Park.
Ciò che rende questo film diverso è l’uso della musica. Grimonprez ha individuato l’impiego soft-power del jazz da parte del governo degli Stati Uniti durante la Guerra Fredda attraverso tour internazionali sponsorizzati dal Dipartimento di Stato. Nel 1956 Dizzy Gillespie e una band di 18 elementi trascorsero 10 settimane in tournée in Europa, Asia e Sud America. Un anno prima Louis Armstrong si era ritirato da quello che sarebbe stato il tour inaugurale per protestare contro la segregazione razziale nelle scuole negli stati del Sud, ma nel 1960 si recò in Congo, dove suonò per un pubblico di 100.000 persone a Léopoldville (come era allora conosciuta Kinshasa) nel mezzo dei disordini politici, prima di tornare in Africa nel 1961 per esibirsi in Senegal, Mali, Sierra Leone, Liberia, Sudan e Repubblica Araba Unita.

Nel film vediamo Armstrong in Africa, ma più innovativa e potente è la giustapposizione del jazz d’avanguardia dell’epoca con le riprese degli eventi politici: non tanto una colonna sonora quanto un commento attivo. Così sentiamo le urla angosciate di Abbey Lincoln, Max Roach che spara raffiche di rullante, i suoni contorti del clarinetto basso di Eric Dolphy (con il gruppo di Charles Mingus, poco prima della sua morte), Nina Simone che sobbolle attraverso “Ballad of Hollis Brown” di Bob Dylan, e Coltrane, in fiamme in “My Favourite Things” e che intona il dolore di “Alabama”. Il montaggio veloce è solitamente nemico della comprensione, ma il montaggio astutamente ritmato di Rik Chaubet crea un arazzo ininterrotto di emozioni, facendo sì che i ritmi e il grido della musica rispecchino gli eventi rappresentati.
Anche l’azione diretta ha avuto un ruolo, e se vedete questo film straordinariamente avvincente, non dimenticherete lo spettacolo di Lincoln, Roach e decine di altre persone che hanno coraggiosamente interrotto una sessione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a New York per protestare contro l’assassinio di quella figura che Malcolm X ha definito “il più grande uomo di colore che abbia mai camminato nel continente africano”.
La morte di Lumumba è stata un crimine e una tragedia di enorme portata. Grimonprez allude alla sua importanza duratura ricordandoci che la Repubblica Democratica del Congo, le cui miniere hanno prodotto l’uranio per le bombe atomiche cadute su Hiroshima e Nagasaki, rimane la principale fonte mondiale di coltan, la merce rara e preziosa che alimenta i nostri iPhone. In altre parole, un paese di 100 milioni di persone, i cui depositi minerali si dice valgano 24 trilioni di dollari, ma dove due milioni di bambini sono a rischio di fame, e che attualmente si classifica al 179° posto su 191 paesi nell’Indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite, è sicuro per la civiltà.
Richard Williams

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