Ritorno al Cafè Blue – The Style Council

Woking, Surrey, cittadina a sud di Londra, 1972. Un quattordicenne alto e dal viso un pò spigoloso, John William Weller, figlio di un taxista e di una casalinga, inizia la sua avventura nella musica sulle orme dei più famosi gruppi mod inglesi, The Who, Small Faces, Kinks e dei Beatles, unendo la propria chitarra al basso ed alla batteria degli amici di liceo Bruce Foxton e Rick Buckler.

Woking, 1984. Quel ragazzo, cambiato il proprio nome in Paul, dopo avere portato il proprio trio, The Jam, dalle ingenue rudezze del punk britannico alla vetta delle classifiche con sei albums che ne hanno delineato un percorso di crescita tale da avvicinarsi ai suoi modelli di un tempo, decide che è l’ora di cambiare musica. Nel decennio trascorso ha recuperato,in una visione personale, accanto al rock e pop, stili e generi del passato come il Northern soul, il rythmn and blues ed il funk, concentrando la propria attenzione sui temi più caldi della realtà sociale dell’Inghilterra, ed ora vuole esprimersi con questi linguaggi facendo spazio ad un modo di scrivere più raffinato e profondo e ad una espressività che possa prescindere dai salti sul palco e dalle chitarre distorte. I compagni di un tempo non lo seguono e lui, nel 1982, dichiara chiusa l’avventura The Jam per cercare nuove strade. Le trova sempre nei pressi di casa, a Woking, dove stringe amicizia con Mick Talbot, un tastierista con esperienze in gruppi mod come i Merton Parkas e nei Dexy’s Midnight Runners, altra banda di neo revivalisti amanti di Van Morrison. Ai due si unisce Steve White, un fantastico batterista che bazzica la scena jazz della capitale. Nascono così The Style Council, e la lavagna rock e punk di Paul Weller viene completamente cancellata e riscritta a base di soul, jazz, rap e funk con ‘un’idea di collettivo aperto che, per lunghi anni, il cantante e chitarrista coltiverà nella propria officina di musica: c’è la cantante D.C.Lee che in seguito diventerà sua moglie, ci sono Ben Watts e Tracey Horn, ovvero gli Everything but the girl, il sassofonista Billy Chapman degli Animal Nightlife, tutte formazioni che all’epoca finirono sotto l’etichetta di “new jazz” coniata da qualche inventivo giornalista. In realtà il jazz c’entrava ma solo in …tracce, perchè il quadro era molto più ampio e comprendeva un mix di generi black e della sensibilità di songwriter di Weller affinata negli anni ed oggi giunta ad uno stadio di maturazione completo. Alcuni singoli in copertina presentano al pubblico degli anni ’80 il gruppo con immagini ed abbigliamento impensabili fino a pochi anni prima: al posto dei giubbotti di pelle, eleganti trench, cravatte e golfini, i palchi del punk sostituiti da vie e caffè parigini, via le chitarre elettriche e dentro un organo hammond, una batteria vivacissima ed una semiacustica per le ballate scritte da Paul. Rimane l’impegno politico e l’attenzione ai temi sociali negli anni del governo Thatcher e della rivolta dei minatori che proprio in quei mesi stava raggiungendo il culmine . Il debutto su album è del 1984 , “Cafè Blue” introdotto dalle ermetiche note del Cappuccino Kid che accompagnerà ogni uscita del gruppo. Oggi è tempo di riscoprire quel piccolo capolavoro degli anni ’80 perchè, con una di quelle operazioni che l’industria discografica mette periodicamente in campo a vantaggio dei ragazzi dell’epoca, oggi ben oltre la soglia dei sessanta, “Cafe Blue “viene ripresentato in un dettagliatissimo cofanetto di sei cd ricco di ogni irrestistibile prelibatezza si possa immaginare, per tornare ad immergersi in quei tempi tormentati ma, per chi aveva vent’anni, bellissimi: versioni alternative dei tredici pezzi del disco, sessioni radiofoniche, concerti, demo e tutto il rituale di queste occasioni, incluso un corposo album storiografico firmato dal giornalista Gary Crowley.

Intorno all’uscita del box Universal, prevista per il 30 gennaio 2026, c’è molta attesa (e promozione), ma qui vorremmo cogliere l’occasione per rifare un piccolo tour attraverso il disco originale, il cui contenuto, poi , attraversa, in versioni e formati variabili , i sei cd o tre vinili dell’edizione del quarantennale, celebrata in realtà, con due anni di ritardo.

“Cafe Blue” era stato proceduto nel 1983 da cinque singoli in parte confluiti nella raccolta “Introducing …The Style Council”, mentre alcuni di quei brani si ritrovano in diverse versioni nell’album, inaugurando una complessità di classificazione che andrà avanti per tutta la storia del gruppo.

Le porte del Cafè si aprono sulle note soulful del piano di Talbot che con “Mike’s blessing” apre la sequenza dei sei strumentali dell’album, una sorta di introduzione ritmata dal sapore vagamente old fashioned. Quindi la prima delle ballate firmate Weller, “The whole point of no return” intima e scarna, esclusa dalle note di copertina perchè queste erano già stampate quando si decise di introdurre il brano in scaletta, aumentando la confusione sulla già non semplice tracciabilità dei brani.

Me ship came in” è di nuovo soul jazz con i fiati a punteggiare un esuberante loop funk disegnato dal pianoforte e dall’organo, con l’alternanza fra sax e tromba a chiudere il pezzo.

Con “Blue cafe” si apre una piccola finestra parigina, a base di archi, malinconia ed una chitarra che sorvola i boulevards, quasi un’introduzione alla successiva “The paris match“, ballad molto conosciuta, eseguita in molte versioni diverse e qui affidata alla voce blue di Tracey Thorn: un giro fra bar e locali della capitale francese in cerca dell’amato bene con la mente offuscata dalla tristezza.

La prima facciata – ragioniamo così perchè siamo in epoca pre cd – si chiude con l’autoanalisi di “My ever changing moods”, altro pezzo da novanta del Weller balladeur, qui in scarna versione accompagnata dal solo pianoforte, e con lo strumentale dal titolo esplicito “Dropping bombs on the whitehouse“, un’arrembante soul jazz guidato dal drumming di Steve White e dal potente riff dei fiati.

La seconda parte mette ancora altra carne sul fuoco dell’ispirazione del Council : il rap e le drum machines di “A Gospel“, il soul collettivo militante di “Strenght of your nature“, per poi rallentare e tornare sul versante delle ballate più melliflue con “You’re the best thing“, bassi profondi, una chitarra gentile e voci eteree per una dedica totale all’amore. Un brano che fino a pochi mesi prima nessuno si sarebbe aspettato dall’ex leader dei Jam.

Un pizzico di Irlanda arriva dai violini di “Here’s one that got away“, che con i suoi falsetti avrebbe potuto comparire nel repertorio di Kevin Rowland con i suoi Dexy’s , il gruppo di Talbot, mentre “Headstart for happiness” riporta su il tempo con la carica soul di D. C. Lee, e la dolce grinta della voce di Weller.

Si chiude un pò come si è iniziato, con una “Council Meetin‘” che mette su un binario r’n’b lo sparatissimo organo di Talbot, quasi un saluto, un arrivederci a presto.

Il che ci porterebbe a “My favourite shop”, il secondo e forse migliore degli album firmati TSC, uscito l’anno seguente, nel 1985; ma quella è un’altra storia, che proseguì negli anni seguenti seguendo una piega meno feconda di buona musica, con un paio di album nel complesso poco riusciti, seppure non privi di singoli pezzi di rilievo (“Confessions of a pop group“, 1986 e ” Cost of loving“, 1987) per poi concludersi nelle secche di un progetto dance in parte abortito “Modernism: a new decade“. nel 1998 ).

The Style Council chiuse le attività per lasciare posto alla carriera solista di Weller, tuttora in pieno svolgimento, nel 1990, sei anni dalla sua prima felice, creativa trasmissione dall’interno del Cafè Blue. Dove, ancora oggi, è piacevole fare un salto.

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