Trio of Bloom :Craig Taborn, Nels Cline, Marcus Gilmore

Tutto parte da David Breskin, una singolare figura di giornalista, scrittore e produttore discografico, attivo prima a Chicago, quindi a New York dagli anni ottanta, con una decina di libri pubblicati ed un ruolo di primo piano nella scena avant garde statunitense, dove ha prodotto lavori di John Zorn, Bill Frisell, Vernon Reid e, più recentemente, di Nels Cline, Mary Halvorson, Ingrid Laubrock, Kris Davis e Craig Taborn. Nel 1987 Breskin fu il promotore di un esperimento chiamato Power Tools che metteva insieme una sezione ritmica formata da autorevoli veterani della scena free con predilezione per il funk come il batterista Ronald Shannon Jackson (membro di Last Exit, il gruppo con  Brotzmann/Laswell/Sharrock)  ed il bassista Melvin Gibbs (al basso in contesti jazz e rock come le bands di Henry Rollins e di Arto Lindsay) con un Bill Frisell ancora immerso negli anni più sperimentali ed avventurosi della propria carriera, prima della svolta “americana” che ha caratterizzato molte delle sue produzioni più recenti. “Strange meeting” era il titolo azzeccato di quel disco perché affiancava sensibilità e modi diversi, quelli free funk di Jackson e Gibbs e quelli più garbati e melodici, sebbene filtrati da lievi glasse elettroniche, della chitarra di Frisell, nell’intento di creare una musica libera dalle classificazioni e dai generi, che potesse nascere da un dialogo/ confronto senza alcun pregiudizio. Quaranta anni dopo, quelle idee di Breskin hanno trovato nuovi protagonisti  e nuovi strumenti, con la creazione di una nuova avventura affidata alle tastiere di Craig Taborn, alla chitarra di Nels Cline ed alla batteria di Marcus Gilmore e pubblicata dalla Pyroclastic di Kris Davis. Tutti nomi di assoluto rilievo della scena jazz contemporanea con uno dei tre, Cline, in bilico fra il versante alt-rock dei Wilco, con i quali suona da una ventina d’anni, ed i propri gruppi rivolti più decisamente al versante jazz come il Consentrik Quartet con Ingrid Laubrock. 

Il legame fra i due lavori non è solo frutto di speculazioni da ascoltatori, ma viene esplicitamente ammesso dai protagonisti, come lo stesso Nels Cline, in questo frammento di intervista pubblicata sul sito the tone arm (https://www.thetonearm.com/ok-bloomers-nels-cline-finds-his-happy-place/).

Quella musica fuori da ogni categoria, aperta e dal forte carattere, è stata una vera ispirazione per liberare la mia musica. Quell’album è stato realizzato senza preoccuparsi di quale tipo di musica ne sarebbe scaturito. E penso che noi abbiamo cercato di approcciare il progetto Trio of bloom me con lo stesso tipo di libertà. Dividiamo il più ampio ventaglio possibile di influenze e volevamo approfondirle anzichè delimitare un certo spazio. Abbiamo lasciato aperte tutte le possibilità ed affrontato ogni pezzo come un’ occasione specifica.”

Nella stessa intervista Cline dà una divertente definizione di se stesso come musicista, nel rapportarsi a due giganti come Taborn e Gilmore: “ Mi sento come un ragazzo di una garage band che ad un certo punto si è messo ad ascoltare Coltrane e Miles, e naturalmente King Crimson, Allmann Brother Band e Jimi Hendrix. Non posso paragonarmi al loro livelli di conoscenza e tecnica”.

Affermazione di grande umiltà, che però non trova riscontro nella ripartizione di ruoli e nel contributo assolutamente paritario sia dal punto di vista compositivo che interpretativo fornito dai tre alla musica di questo album, composto da otto brani originali e tre cover,. Un disco aperto alla totale imprevedibilità, nel quale ci si può imbattere in robuste scansioni funk come in liriche ed atmosferiche ballate, in improvvisazioni collettive su tempi impossibili come in brucianti frammenti free.  Breskin ha chiesto ai tre musicisti di portare in dote una cover ciascuno per la scaletta e l’inizio di “Nightwhistlers” firmata proprio da Ronald Shannon Jackson è quella che vede protagonista la batteria di Gilmore prima in veste solista, quindi come propellente per una estesa digressione in territori free funk, nei quali Cline oscilla fra rumorismo e creazione di cellule melodiche a perdere. Va associata sul fronte dei brani più movimentati a “Queen King” firmata da Cline, groove granitico ed organo e chitarra a scambiarsi le parti soliste con il primo che ricorda le tastiere di Zawinul nei Weather Report di “Black Market” e la seconda a scandire un ricorrente tema melodico.

Sul fronte opposto, quello più etereo ed astratto, troviamo “Unreal light”, che vola nello spazio fino all’ingresso di una vivace parte ritmica e di un giro armonico vagamente afro beat sul quale la chitarra di Cline arreda un proprio spazio solista, lasciando posto nel finale alle tastiere. Qui collocherei anche le emozionanti volute delle tastiere incastonate dalla chitarra ambient di “Breath”, e la ripresa in clima rarefatto e cameristico di “Diana” brano di Wayne Shorter e Milton Nascimento registrata sull’album “Native dancer“.

Citati i dieci minuti dell’improvvisazione collettiva di “Bloomers“, ritmica articolata di Gilmore che costituisce la base per una rassegna di variazioni timbriche estesa dal rumore alla voce umana, la scaletta propone una blues ballad in due stadi dominata dalla chitarra (“Eye shadow eye“) l’ ipercinetico free di “Why Canada”, le iterazioni crimsoniane di “Forge“, con i ruoli di batteria e chitarra invertiti, e la terza cover, “Bend It“, del chitarrista Terye Rypdal, una passeggiata in spazi sonici siderali accompagnata da un pulsante meccanismo vitale. Chiude in modo assertivo e con accordi punk il frammento di “Gone dust“.

Come si può notare, un banchetto di grande varietà e sempre di ottima qualità, confezionato da chef di assoluta eccellenza. Con menzione particolare per la multiforme ed agilissima batteria di Gilmore.

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