JOHNATHAN BLAKE – My Life Matters (Blue Note) Supporti disponibili: CD / LP
Il progetto “My Life Matters”, che Blue Note ha pubblicato qualche mese fa, risale al 2017 quando il compositore e batterista Johnathan Blake sfruttò una borsa di studio della Jazz Gallery, un’organizzazione no-profit newyorkese che sostiene i migliori giovani musicisti offrendo loro anche la possibilità di una serie di concerti per presentare dal vivo i progetti selezionati.
Eravamo dunque nel pieno del periodo “Black Lives Matters” cui sarebbero seguite pandemie, guerre, (ri)elezioni di Trump ed altre sciagure assortite, ma quel messaggio appare oggi più che mai vivo e urgente negli Stati Uniti-sempre-più- lacerati.

La dimensione personale che Blake cerca con quest’opera fin dall’allitterazione che produce il titolo lo espone dal punto di vista politico ed artistico visto che il drummer, volente o nolente finisce per riallacciarsi ad opere come la “Freedom Now Suite” di Max Roach, piuttosto che ad “Alabama” di Coltrane, passando attraverso il lavoro di musicisti contemporanei come Terence Blanchard che ha esplorato con grande acume quella temperie e che in qualche modo rappresenta il riferimento stilistico più vicino che abbiamo riconosciuto. Insomma, il batterista amato da personalità musicali come Kenny Barron, Maria Schneider o Bill Frisell ha dimostrato da tempo una spiccata attitudine alla leadership, compone ottima musica e questa suite rappresenta il suo lavoro più denso e potente.
Il concept album di Blake è infatti sviluppato in sei composizioni lunghe che coinvolgono il suo quintetto base ed alcuni ospiti , e in otto episodi-collante improvvisati tra un brano esteso e l’altro, interludi che vedono Blake in duo, di volta in volta con i suoi fidati Pentad, ovvero Dayna Stephens, Fabian Almazan, Dezron Douglas e Jalen Baker, nuova stella del vibrafono e nome da segnare in rosso sul taccuino. In un’America che tutt’ora soffoca sotto il peso delle disuguaglianze, Blake e i suoi Pentad non si limitano a suonare, ma raccolgono con fierezza il testimone dei grandi militanti del jazz del passato per consegnarci un disco urgente, un dialogo serrato tra la memoria di chi ha indicato la via e la consapevolezza di chi resta a lottare, adesso.
Il magistero del batterista, dotato di groove esplosivo e soprattutto di una straordinaria reattività ad ogni stimolo, si evidenzia in “My Life Matters” nelle situazioni elettriche, che pescano anche da campionamenti radio o da giradischi di quotati Djs, oltre che dall’EWI di Dayna Stephens, ma si dispiega anche in ambito squisitamente acustico, e sia negli episodi più dolorosi (“Last Breath”) che in quelli più carichi di una forse illogica speranza (“I Still Have A Dream”), fornendo l’idea di un compositore di assoluto talento che peraltro ha confessato il metodo, molto jazz, di lavorare sui promemoria vocali che si registra al telefono cantando i lacerti di melodie che il giorno, o l’umore, o il telegiornale, gl’ispirano.
Chi ama gli assoli di batteria si godrà la breve, fulminante “Can You Hear Me? (The Talking Drums Have Not Stopped)“, un momento virtuosistico che scatena pulsioni profonde, suoni ancestrali che rivivono in scansioni futuribili, un pezzo di bravura che si scioglie portando il flow nella successiva “Always The Wrong Color” , con un’urgenza che si fa quasi insostenibile, sirene di polizia, campionamenti radio, appelli all’unità, versi hip-hop e voci di bambini, tutto saldato dall’implacabile sostegno ritmico del leader e del suo bassista Dezron Douglas, un rapporto quasi simbiotico il loro.
Limpido e toccante il finale, tacciono i tamburi e il pianista Almazan dipinge un eloquente “Prayer For Brighter Tomorrow” cui non possiamo che idealmente aggiungerci.
