Nei lavori precedenti del compositore e pianista Alessandro Sgobbio, la serie Piano Music in tre volumi, “abitavano” , destinatari di rispettive dediche, diversi personaggi coinvolti nella recente, tragica storia palestinese: giornalisti, studenti, poeti, la cui vita è diventata un sacrificio nel tentativo di lottare per un’ esistenza inquadrabile nei parametri essenziali dell’umanità.
Con “Breathing” registrato presso lo studio Artesuono di Stefano Amerio e pubblicato da LevantineMusic Groups Records, , Sgobbio compie un passo ulteriore nel percorso di immedesimazione e condivisione di quella causa e quella cultura, dando vita ad un’alleanza artistica, avviata a Bari nel 2024, con la cantante palestinese Amal Murkus.
Una fra le pìù note musiciste del proprio paese, con una direzione artistica che mescola tradizione e cultura araba con elementi pop, manifestata in diversi album prodotti, Amal è anche portavoce di diversi movimenti in lotta per la libertà di espressione e contro ogni forma di censura.
Il suo canto dai forti accenti emotivi, in “Breathing” incontra il pianoforte ed i fondali elettronici di Sgobbio per un piccolo viaggio che passa attraverso sette tappe coincidenti con brani tradizionali palestinesi, due classici della musica araba, un canto popolare siriano, alcune composizioni originali ed una re-interpretazione di una canzone contemporanea.
Si parte curiosamente proprio da quest’ultima e dall’Italia, con la versione in lingua araba del brano manifesto di Enzo Avitabile “Canta Palestina“, a testimoniare una delle molte collaborazioni con musicisti occidentali – compreso Robert Wyatt – della cantante. Il groove partenopeo di Avitabile, immancabile occasione per la chiamata al canto collettivo nei concerti, è riletto da Sgobbio con un taglio elegiaco che affida alla voce di Murkus, collocata in un perimetro di rifrazioni elettroacustiche, tutta la carica emotiva del brano,
La vena interpretativa intensa e drammatica di Amal Murkus e gli scenari risonanti e brulicanti di Sgobbio danno vita in alcuni brani, come l’originale “Risalatohu“, o il canto tradizionale “Ya Mayela“, declamato sull’ ostinata base ritmica di un tango, ad una vera simbiosi fra forme musicali distanti : Oriente ed Occidente cercano un equilibrio e lo trovano nella fusione fra melismi ed elettronica.
Il pianoforte dialoga con la voce seguendo, invece, percorsi maggiormente legati alle strutture tradizionali in brani cone “Ahwak“, scritta da Abdel Halim Hafez, con la partecipazione di Firas Zreik, figlio di Amal, allo strumento cordofono kanon, o “La Ahada” di Amal Murkus, che nel finale, con un canto che sembra senza limiti, raggiunge altissime vette di pathos, .
“Bah’ri” (ovvero in arabo “il mio mare”) dedicata alla città di Bari da Sgobbio, è pura melodia della voce, accarezzata dalle rade note di un pianoforte stagliate su uno sfondo affollato di rumori minacciosi e sordi echi, forse un modo di contrapporre la grazia e la bellezza alla nefandezza di eventi anti umani.
La conclusiva “Khodoni“, una delle più toccanti del lavoro, conduce in un cielo costellato di stelle elettroniche la canzone delle donne palestinesi, immortalando nel modo più efficace questa forma d’arte gentile e militante, alleata dell’umanità.
