«Sto cercando di esprimere qualcosa di vero ogni volta che suono. Non di più, non di meno.»
— Dave Holland
Venerdi’ 20 marzo il contrabbassista inglese si esibirà al Teatro Donizetti con Lionel Loueke nell’ambito del festival bergamasco. A lui, e in successione ad altri protagonisti, dedichiamo un ampio ritratto.
Era un martedì sera al Ronnie Scott’s di Soho, Londra, 1968. Dave Holland — ventidue anni, capelli lunghi, contrabbasso che quasi lo superava in altezza — stava salendo sul palco per l’ultimo set della serata quando un amico lo fermò per un braccio. Era Philly Joe Jones, batterista leggendario e noto burlone. «Miles ti vuole nella sua band», disse sottovoce. Holland rise: «Smettila di scherzare». Ma Jones era serio. Entro venerdì, il ragazzo di Wolverhampton era su un aereo per New York.
Da quel momento in poi, la storia del jazz moderno e quella di Dave Holland sarebbero diventate inseparabili.
La traiettoria artistica di Dave Holland è una delle più affascinanti del jazz contemporaneo: un viaggio che parte dai club fumosi di Londra, passa per la rivoluzione elettrica di Miles Davis e approda a una delle carriere più coerenti, inventive e influenti degli ultimi cinquant’anni. Holland è oggi riconosciuto come uno dei grandi architetti del contrabbasso moderno, capace di unire tradizione, avanguardia e una rara sensibilità melodica.
Holland nacque a Wolverhampton nel 1946, e prima ancora di raggiungere l’adolescenza si ritrovò a suonare ukulele e poi chitarra, folgorato dalla musica skiffle che conquistava la gioventù britannica degli anni Cinquanta. Il suo primo strumento basso fu ancora più rudimentale: uno zio gli costruì il primo “tea-chest bass” ricavato dalle casse di legno sottile in cui veniva spedito il tè.
Per lo più autodidatta, Holland prese in mano l’ukulele a quattro anni, passò alla chitarra a dieci e al basso elettrico a tredici. Lasciò la scuola a quindici anni per lavorare come musicista professionista. Non era un abbandono per resa, ma per passione incandescente. Aveva capito che il suo destino era il palco.
La svolta intellettuale arrivò attraverso un disco. Ispirato dalla vittoria di Ray Brown nel sondaggio della critica come miglior bassista, Holland comprò tutti i dischi disponibili dello stesso artista nel negozio di zona. Poi scambiò il suo basso elettrico con un contrabbasso e iniziò ad affinare la tecnica suonando insieme alle registrazioni di Brown. A quei modelli si affiancarono presto Charles Mingus e Leroy Vinnegar.

Miles Davis, Newport, 1969 photo: Andrew Sacks
Holland si trasferì a Londra e studiò con James E. Merritt, il principale contrabbassista della London Philharmonic, che lo raccomandò al programma di laurea alla Guildhall School of Music and Drama. Alla Guildhall acquisì esperienza in una varietà di stili, dalla musica orchestrale al jazz di New Orleans fino al bebop.
Holland aveva appena diciannove anni quando iniziò ad apparire al Ronnie Scott’s jazz club nel Soho londinese, accompagnando veterani jazz in tournée come Ben Webster, Coleman Hawkins e Joe Henderson. Era la scena jazz più vivace d’Europa e lui ne era diventato parte viva, non semplice spettatore.
Nel 1966 iniziò a suonare con molti dei musicisti con cui avrebbe collaborato nei due decenni successivi — come il trombettista Kenny Wheeler, il sassofonista John Surman e il pianista John Taylor, tutti sintonizzati sulle innovazioni jazzistiche dell’epoca. La scena londinese era fertile, ribollente, aperta al mondo.
Fu proprio in quel contesto che accadde l’incontro che avrebbe lanciato Holland oltre l’Atlantico. «Stavo salendo sul palco per l’ultimo set quando Philly Joe mi prese per un braccio e disse: “Miles ha un messaggio per te: vuole che tu entri nella sua band.”

Jack DeJohnette – Dave Holland – Miles Davis – Wayne Shorter – Chick Corea
Holland accetta e vola negli Stati Uniti: un salto nel vuoto, ma anche l’inizio di una nuova vita artistica. Con Davis partecipa a sessioni fondamentali del periodo elettrico, entrando in contatto con un linguaggio musicale in piena mutazione. È un’esperienza che lo segna profondamente, spingendolo verso una concezione del contrabbasso come motore creativo, non solo ritmico.
Miles Davis stava per abbandonare la musica puramente acustica per passare a strumentazioni più elettriche nel 1968, incluse influenze rock e funk. Chiese a Holland di prendere il posto del basso nella sua band in un momento in cui generazioni di musicisti e appassionati seguivano intensamente ogni passo del trombettista.
Unirsi a Davis fu come salire su un razzo. Holland contribuì ad album che indicarono la via al futuro — Filles De Kilimanjaro, In A Silent Way, Bitches Brew — esibendosi in club jazz e festival rock, contribuendo a gettare le basi per l’ascesa del jazz fusion.
Il suo primo anno con Davis vide Holland suonare principalmente il basso acustico, per poi passare dal 1970 al basso elettrico con frequente uso di wah-wah ed altri effetti elettronici, nel solco della direzione “elettrica” imposta al gruppo da Davis. Holland faceva anche parte del gruppo stabile, a differenza di altri musicisti che comparivano solo in studio.
Il cosiddetto “quintetto perduto” — Davis, Shorter, Corea, Holland e DeJohnette — lavorò per tutto il 1969 senza mai registrare in studio in quella formazione. Un rimpianto enorme per la storia del jazz, e un tesoro di registrazioni live che sarebbero emerse decenni dopo.

Jazz drummer Bobby Battle (January 8, 1944 – December 6, 2019) performing with Sam Rivers and Dave Holland at Waterfront Park, Portland, Oregon, 1979. Photo by Lee Santa courtesy
Lasciato il gruppo di Davis nel 1970, Holland non si fermò un istante. Formò il gruppo Circle con Chick Corea, Barry Altschul e Anthony Braxton e iniziò una duratura collaborazione con l’etichetta ECM. Nel 1972 venne registrato Conference of the Birds, con Sam Rivers, Altschul e Braxton: il primo album di Holland come leader.

Anthony Braxton and Dave Holland
Tra i suoi mentori più importanti c’è il sassofonista Sam Rivers, che gli trasmette un principio destinato a diventare una sorta di mantra: “Don’t leave anything out — play all of it”. Holland lo cita spesso come una guida spirituale e musicale, un invito a esplorare l’intero spettro del jazz, dal blues alla libera improvvisazione.
Conference of the Birds divenne immediatamente un punto di riferimento. La composizione che dà il titolo all’album, ispirata a Holland dal canto degli uccelli all’alba fuori dalla finestra della sua casa di Londra, è un pezzo di delicata bellezza che è assurto al rango di standard. Pochi dischi d’esordio nella storia del jazz hanno raggiunto una simile autorevolezza immediata.
Negli anni ’80 Holland lavorò estensivamente con Sam Rivers e organizzò la propria band: un quintetto con Kenny Wheeler, Julian Priester al trombone, Steve Coleman al sax alto e Steve Ellington alla batteria. Da quel momento in poi, i piccoli gruppi guidati da Holland avrebbero continuato a girare il mondo e registrare per decenni.
Negli anni ’80 e ’90, Holland lavorò come educatore, dirigendo il summer jazz workshop alla Banff School in Alberta, Canada, dal 1983 al 1990. Dal 1987 al 1990 fu membro della facoltà al New England Conservatory of Music.
Holland è ben noto per il suo interesse per i giovani musicisti, che compaiono molto spesso nelle sue formazioni. Uno dei più celebri è il sassofonista Chris Potter, che ha lavorato con Holland per oltre un decennio. Una cosa che Potter dice di aver imparato da Holland è la determinazione: «Non credo che si aspettasse mai quel livello di successo o lo anticipasse — stava semplicemente facendo la sua cosa ed era determinato a farlo, che ci fossero cinque persone in platea o cinquemila.»
Holland è un bassista/compositore che nell’arco di una carriera di oltre cinquant’anni non ha mai smesso di evolversi, reinventando il proprio concetto e approccio con ogni nuovo progetto, affinando al contempo la sua voce immediatamente riconoscibile.
Nel 2017 la National Endowment for the Arts degli Stati Uniti lo ha nominato Jazz Master — il massimo riconoscimento del paese per i musicisti jazz. Quando ricevette la notizia del premio, Holland disse di essere stato molto commosso, perché sentire la comunità onorarlo in quel modo significava molto, e capiva che il suo viaggio aveva portato a quella meravigliosa esperienza.
Holland è oggi un punto di riferimento per generazioni di contrabbassisti e improvvisatori. La sua carriera dimostra come il jazz possa essere allo stesso tempo radicato e in continua evoluzione. La sua musica non cerca mai l’effetto, ma la profondità: un equilibrio raro tra rigore e libertà, tra forma e spirito.
La sua presenza nei festival e nei progetti contemporanei — come la partecipazione a eventi internazionali insieme ad artisti come Anouar Brahem e Django Bates — conferma la sua centralità Dave Holland incarna una verità fondamentale del jazz: che la grandezza non nasce dall’autocompiacimento, ma dall’ascolto profondo. Ogni nota che suona sembra dire qualcosa di necessario — mai ornamentale, mai superfluo. Settantanove anni d’età, ancora in tour, ancora in studio, ancora capace di sorprendere.
Da quel palco del Ronnie Scott’s dove Philly Joe Jones lo fermò per un braccio, Dave Holland ha percorso una distanza inimmaginabile. Eppure il segreto della sua musica è rimasto lo stesso: stare in ascolto, rispondere con onestà, e suonare come se il futuro del jazz dipendesse da ogni singola nota.
