Secondo grande musicista presente a Bergamo Jazz la sera del 20 marzo, qui un breve ritratto:
Ci sono musicisti che suonano il jazz, e poi ci sono quelli che lo ripensano dall’interno. Steve Coleman appartiene alla seconda categoria. Da oltre quarant’anni, questo sassofonista nato a Chicago nel 1956 costruisce un edificio sonoro talmente personale da aver ricevuto un nome proprio: M-Base, sigla che sta per Macro-Basic Array of Structured Extemporization. Un titolo volutamente tecnico, quasi intimidatorio — ma che nasconde, sotto la superficie, musica di straordinaria vitalità ritmica e lirica.
Coleman cresce nel South Side di Chicago, immerso nel soul, nel funk e nel bebop. Inizia con il violino, ma presto capisce che la sua voce è l’alto sax: lo imbraccia poco prima dei 14 anni e non lo lascia più. I primi anni sono dedicati alla tecnica, ma la vera folgorazione arriva con Charlie Parker — ascoltato a casa, amato dal padre, studiato con devozione Studia al Governeurs State University prima di trasferirsi a New York alla fine degli anni Settanta, dove suona per strada ad Harlem e poi entra nell’orchestra di Thad Jones e Mel Lewis. È un periodo di immersione totale: big band, improvvisazione libera, discipline ritmiche non convenzionali. Tutto confluisce nella sua visione emergente. È in quegli anni che inizia a frequentare Dave Holland, che lo ingaggia nel suo quintetto, e attraverso Holland incontra il mondo dell’improvvisazione europea. Ma Coleman ha già in mente qualcosa di diverso da tutto ciò che lo circonda.
Il sistema M-Base
Nei primi anni Ottanta, Coleman fonda il collettivo M-Base insieme a un gruppo di giovani musicisti newyorchesi: Greg Osby, Geri Allen, Cassandra Wilson, Gary Thomas, tra gli altri. L’idea non è fondare uno stile, bensì una filosofia di ricerca. M-Base non prescrive una sonorità specifica, ma un metodo: partire da pattern ritmici ciclici, intrecciati in poliritmie di origine africana e afroamericana, e costruire sopra strutture melodiche e armoniche che abbiano la stessa logica interna del groove.
«La musica non dovrebbe essere qualcosa che impari a memoria e poi ripeti. Dovrebbe essere un processo vivo, come pensare ad alta voce.»
Steve Coleman, intervista a The Wire, 2014

Quello che colpisce nell’ascolto di Coleman è la sensazione di muoversi dentro una macchina ritmica di orologeria svizzera — eppure umana, danzante, mai meccanica. Il suo sassofono contralto tesse linee asimmetriche che sembrano sfidare la barra di misura: frasi che cominciano e finiscono nei punti meno prevedibili, costruendo tensione e rilascio secondo una logica tutta sua. Chi si aspetta lo swing tradizionale si perde. Chi si lascia trascinare dentro il flusso, capisce.
Coleman non improvvisa sopra una struttura.
Coleman improvvisa come struttura.
Le radici: Africa, Cuba, India
Una delle chiavi per comprendere Coleman è sapere dove ha guardato. A differenza di molti suoi contemporanei, il suo studio delle fonti lo ha portato lontano dall’asse Europa-America. Ha viaggiato a lungo in Africa Occidentale per studiare le percussioni dei Gnawa e i poliritmia delle tradizioni griotiche senegalesi. Ha soggiornato a Cuba per assorbire la logica degli strumenti della santería. Ha lavorato con musicisti indiani e ha esplorato i tala del carnatico, il sistema ritmico della musica classica dell’India del Sud.
Queste influenze non sono decorative — non c’è esotismo di maniera nella musica di Coleman. Sono invece elementi strutturali, integrati in profondità. Il risultato è una musica che suona contemporanea eppure arcaica, elettrica eppure organica, cerebrale eppure corporea.
Coleman non è solo un musicista: è un pensatore. Studia sistemi ritmici africani, filosofia, cosmologia, linguaggi simbolici. La sua musica è spesso costruita su cicli complessi, poliritmie, strutture che si intrecciano come frattali sonori.
Cinque dischi essenziali
1985
Motherland Pulse
1991
Black Science
1995
The Tao of Mad Phat
2009
Harvesting Semblances and Affinities
2014
Synovial Joints

Il MacArthur Genius e la legittimazione tardiva
Per decenni Coleman ha lavorato ai margini del mercato discografico principale, distribuendo spesso la propria musica in modo indipendente, fondando etichette proprie, costruendo una rete di distribuzione alternativa. Nel 2014 arriva la MacArthur Fellowship — il cosiddetto “premio genio” — che lo consacra ufficialmente come uno dei pensatori più originali della musica americana. È una forma di riconoscimento tardivo ma significativo: la conferma che il suo sistema non era una bizzarria intellettuale, ma una vera e propria innovazione nel linguaggio musicale.
Eppure Coleman non ha mai cercato la validazione delle istituzioni. Il suo sito web è ancora oggi un labirinto di testi teorici, diagrammi ritmici e registrazioni rare — un archivio della mente di un musicista che pensa in continuo. Insegna in workshop intensivi, lavora con le nuove generazioni, mantiene Five Elements, il suo ensemble di lungo corso, come laboratorio permanente.
L’eredità: chi ha imparato da Coleman
L’influenza di Coleman sulla musica contemporanea è capillare quanto spesso non dichiarata. Kamasi Washington ha parlato apertamente del debito nei confronti del M-Base. Esperimenti come quelli di Ambrose Akinmusire o Mary Halvorson portano tracce del pensiero colemaniano sulla struttura e l’asimmetria. Anche in ambito hip-hop — da Flying Lotus a Thundercat — l’elaborazione poliritmica che Coleman ha contribuito a teorizzare risuona chiaramente. Molti dei protagonisti del jazz contemporaneo — da Steve Lehman a Vijay Iyer — riconoscono il suo impatto sulla loro formazione. Il suo lavoro ha aperto nuove strade per comprendere il ritmo, l’improvvisazione e il ruolo della musica nella società.
Steve Coleman non ha semplicemente scritto pagine nuove del jazz: ha cambiato il modo in cui pensiamo alla musica. La sua opera è un invito a esplorare, a non accontentarsi, a cercare connessioni profonde tra ritmo, vita e coscienza.
Ma forse l’eredità più profonda non è stilistica. È metodologica. Coleman ha insegnato a una generazione di musicisti che il jazz non è un linguaggio fisso da preservare, ma un processo da rinnovare — partendo sempre, ancora e ancora, dalla domanda: dove viene il ritmo, e dove porta?
