The Bad Plus: Ventisei Anni ai Confini del Jazz

C’è una scena che racconta tutto. È il dicembre 2017, e al Village Vanguard di New York si esibisce per l’ultima volta nella formazione originale uno dei trii più controversi e amati del jazz contemporaneo: i fondatori del Bad Plus — il pianista Ethan Iverson, il bassista Reid Anderson e il batterista Dave King — sfilano in fila indiana lungo la balconata superiore del locale verso il palco, vestiti più o meno come li avevi visti per la prima volta quindici anni prima. Sempre così: come se arrivassero da tre band diverse.  (JazzTimes)

Quel senso di disomogeneità apparente, però, nascondeva una delle intese più profonde del jazz del nuovo millennio.

Ethan Iverson, Reid Anderson e David King si incontrarono per la prima volta nel 1989, ma fondarono ufficialmente The Bad Plus solo nel 2000. Le loro strade si erano intrecciate da adolescenti nel Midwest americano, e il legame non si era mai spezzato del tutto. Anderson era nato a Minneapolis nel 1970 e aveva affiancato alla sua formazione classica un crescente interesse per il rock. Iverson, nato nel Wisconsin nel 1973 e cresciuto a Eau Claire, aveva ricevuto invece un’educazione interamente classica, prima di incontrare Anderson quando quest’ultimo era ancora studente nella sua città. 

Dopo anni di percorsi separati tra Philadelphia, New York e Los Angeles, i tre si ritrovarono a Minneapolis. Il loro debutto live avvenne nel maggio del 2000, con una rilettura di “Smells Like Teen Spirit” dei Nirvana — un brano che Iverson, enciclopedia vivente di jazz, non conosceva nemmeno.  (JazzTimes) Era già, in nuce, il manifesto estetico della band.

Il primo album, omonimo e autoprodotto per la label Fresh Sound, fu registrato in meno di un giorno, dopo appena tre concerti insieme.  Ma la vera svolta arrivò l’estate seguente, al Village Vanguard, durante il JVC Jazz Festival. In platea c’era Yves Beauvais, responsabile A&R di Columbia Records. Ascoltò il trio, rimase folgorato, e li mise sotto contratto. 

Il loro album d’esordio per la major, These Are the Vistas (2003), mescolava jazz avant-garde con energia rock — persino punk — e includeva cover audaci di Nirvana, Aphex Twin e Blondie accanto a composizioni originali, portando il trio a un pubblico ben oltre i confini del jazz tradizionale. 

Era una proposta sonora che divideva. C’era chi gridava al sacrilegio, chi invece vedeva in loro i salvatori di un genere che rischiava di chiudersi in se stesso. Il dibattito era acceso, ma la musica era innegabile: potente, colta, irriverente, capace di muoversi da Ornette Coleman ai Black Sabbath senza perdere coerenza espressiva.

Negli anni seguenti, la band pubblicò una serie di album che consolidarono la loro reputazione. La maggior parte debuttò nella top 10 delle classifiche jazz di Billboard, con Made Possible (2012) che raggiunse il primo posto nella classifica Traditional Jazz Albums, e Give (2004) e Never Stop (2010) che si fermarono al secondo posto. 

Il loro approccio alle cover era sempre rigorosamente personale. Nel tempo, la band reinterpretò brani di Nirvana, Aphex Twin, Blondie, Peter Gabriel, Pink Floyd, Ornette Coleman, Pixies, Rush, Tears for Fears, Neil Young, David Bowie, Yes, Interpol, The Flaming Lips, Johnny Cash, i Bee Gees, Burt Bacharach, Cyndi Lauper e i Black Sabbath. Ma forse il progetto più ambizioso fu la reinterpretazione integrale della Sagra della Primavera di Stravinsky, un’impresa che mostrava quanto il trio si muovesse con uguale disinvoltura tra jazz, rock e musica classica del Novecento.

Le esibizioni dal vivo erano teatro oltre che musica: contorsioni fisiche, effetti sonori insoliti, un’energia fisica che rimandava più a certi concerti rock che alle composte serate nei club jazz.  King, in particolare, era un batterista capace di trascinare ogni cosa con sé.

Nel 2017 arrivò lo choc. Per un gruppo che aveva sempre incarnato un ideale di collettivismo musicale, senza mai ammettere sostituzioni, l’annuncio che Ethan Iverson avrebbe lasciato per dedicarsi a progetti solisti fu uno sconvolgimento di proporzioni esistenziali. 

Al suo posto arrivò Orrin Evans, pianista stimato e personalità forte. La transizione fu seguita da vicino: a casa di Evans a Philadelphia mentre si preparava, in uno studio di Brooklyn durante le sessioni per Never Stop II, e infine al Jazz at the Bistro di St. Louis per il suo debutto pubblico con la band.   Fu un tentativo riuscito di preservare l’identità del gruppo pur reinventandone le coordinate interne. Evans rimase fino al 2021.

Quando Evans se ne andò, Anderson e King compirono la mossa più radicale della loro carriera: nel 2021 reinventarono il gruppo come un quartetto senza pianoforte, aggiungendo il chitarrista Ben Monder e il sassofonista tenore Chris Speed. 

Ventidue anni dopo il loro debutto come trio piano-basso-batteria che aveva fatto esplodere i confini del genere, si reinventavano come quartetto dinamico. Come disse Anderson: “Se dopo più di vent’anni riesci a pubblicare un disco con l’energia di un album d’esordio, questo vuol dire qualcosa. È questo il senso del reinventarsi.” 

Il disco omonimo del 2022 e Complex Emotions del 2024 confermarono che la scommessa era riuscita. Il suono era cambiato, ma l’attitudine — quell’irrequietezza creativa, quella voglia di non accontentarsi — era rimasta intatta.

Nello scorso anno nuovo mutamento nella formazione, via Monder e Speed e spazio al pianoforte di Craig Taborn e al sax di Chris Potter, la stessa formazione che ascolteremo a Bergamo tra pochi giorni con lo stesso progetto che il gruppo ha portato in tournée per tutto il 2025: un songbook tratto dalle incisioni del quartetto americano di Keith Jarrett (Charlie Haden, Paul Motian, Dewey Redman). Ho avuto il privilegio di ascoltarli a Saalfelden lo scorso mese di agosto, e credo che il loro concerto (che parzialmente vi propongo) sia stato tra le migliori performance ascoltate nel festival.

Il 12 gennaio 2026, dopo ventisei anni di attività, Anderson e King hanno annunciato che il 2026 sarà l’anno finale di The Bad Plus.   “Condividiamo questa notizia con il cuore pesante, ma anche con grande orgoglio per ciò che abbiamo realizzato,” hanno scritto. Sedici album in studio, generazioni di appassionati conquistati, un intero immaginario estetico costruito mattone dopo mattone.

Il loro lascito è definito dall’approccio senza paura ai generi, dal ruolo avuto nel ridefinire i gruppi jazz contemporanei e dall’influenza esercitata su formazioni successive come i GoGo Penguin. 

The Bad Plus non è mai stata una jazz band nel senso convenzionale del termine. Era qualcosa di più difficile da definire e per questo più necessario: una band che credeva nella musica come atto collettivo di rischio, e che per ventisei anni ha tenuto fede a quella promessa. Senza compromessi, senza nostalgia, senza mai smettere di cercare la prossima nota giusta.

Con questo post termino la mia breve disamina di quanto di meglio si potrà ascoltare nel prossimo festival di Bergamo. Le precedenti puntate erano su Dave Holland e Steve Coleman.

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