Julian Lage – Scenes from above

Con Bill Frisell momentaneamente impegnato in avventure oniriche e cameristiche, il trono di chitarrista jazz /americana è momentaneamente vacante ed il trentottenne californiano Julian Lage appare uno dei più accreditati pretendenti.

Il nuovo album uscito per Blue Note “Scenes from above“, ha alcuni elementi in comune con il precedente “Speak to me” (Blue note) portato con successo in tour nell’arco degli ultimi due anni : la sedia del produttore confermata per Joe Henry, autore in proprio di una autorevole carriera di cantautore folk rock, il basso nelle mani di Jorge Roeder e la collaborazione con il tastierista Patrick Warren. Le novità riguardano la presenza di John Medesky alle tastiere e di Kenny Wollesen alla batteria, quest’ultimo spesso presente nei gruppi di Frisell.

Uno dei tratti distintivi del disco, concepito da Lage come lavoro di un quartetto di vecchi amici ritrovati che hanno scritto e suonato collettivamente, è proprio la massiccia presenza dell’organo hammond di Medesky, che stabilisce con la raffinata ed inventiva sei corde del titolare una staffetta al proscenio in diversi episodi e contribuisce al un clima spesso intimo e raccolto del lavoro

Accomodiamoci dunque nel dondolo piazzato sull’immaginario front porch della fattoria con il drink preferito in mano ed iniziamo ad immergerci in queste “scene catturate dall’alto”, titolo volutamente evocativo ed aperto all’immaginazione dell’ascoltatore.

Si parte in modo informale con una batteria in levare che introduce una suadente melodia dal finale aperto della chitarra, mentre un piano sgocciola sullo sfondo (“Opal“), per arrivare subito ad uno dei brani più consistenti dell’impronta jazz del disco: “Red Elm“, scandita dal coriaceo basso di Roeder, vede la chitarra di Lage sviluppare un’a’ articolata parte solista contrappuntata da momenti collettivi di sospensione, in un clima che si va progressivamente surriscaldando per poi sciogliersi in un finale diluito ed astratto.

Talking drum” prosegue il percorso prendendo le strade del blues con un passo incalzante e funky, sul quale si sviluppano le invenzioni dell’esuberante Medesky all’hammond in dialettica con gli interventi di raffinata ed essenziale misura di Lage. Senza pause arriva uno dei brani più originali, “Havens“, fraseggio nervoso e funky della chitarra acustica su un vivace tappeto di percussioni e folate dell’hammond ad incendiare l’orizzonte sonoro, sul quale il solo di Lage si staglia con vivida efficacia. Dedicata a Richie Havens, la composizione inizialmente stava per essere esclusa perchè poco in linea con il generale tono dell’album, ma fortunatamente la scelta di Joe Henry e Julian Lage è stata di mantenerla, donando così al disco una delle sue perle.

La dialettica fra suono e silenzio caratterizza “Night shade“, inzialmente una ballad dal taglio classico finemente intagliata dalla chitarra di Lage, che gradualmente, sulle onde create dall’organo, incrementa la propria magnitudo verso un pieno strumentale che ne trasforma completamente la natura.

Ecco poi un altra evocativa melodia folk a tempo di valzer: “Ocala“, miniatura sottilmente suggestiva che profuma di Messico, ornata da un suggestivo solo della chitarra acustica perfettamente calato in queste atmosfere old fashioned.

Un paio di episodi paiono rivolti ad esplorare il rapporto fra struttura ed astrazione, entrambi caratterizzati da un tema di impronta innodica che viene avvolto in vortici di libera espressione: “Solid air” è ariosa ed imprendibile come suggerisce il titolo, mentre “Storyville” scioglie il tema scandito dalla chitarra acustica e la lunga escursione del basso in un esito astratto e free, salvo recperare nel finale un aggancio con la struttura originaria.

La chitarra elettrica conduce “Something more” e la sua classica struttura laid back verso la conclusione del disco, sancita dalla bonus track “Aberdeen” , basata su un vorticoso e virtuosistico riff della chitarra che fa da starter per un dialogo disteso e swingante fra i quattro strumenti base: grande dinamismo e vitalità nel dialogo fra organo e chitarra fino all’ultima nota.

E’ tutto, prima di ritirarsi, nella quiete della notte che scende sulla prateria .

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