Una veloce cartolina da Bergamo Jazz

La mia permanenza bergamasca è limitata a due giornate, lascio quindi volentieri il compito di una accurata cronaca a Milton e mi limito a veloci impressioni sulla mia esperienza concertistica.

ASSOLUTAMENTE SI

Steve Coleman & Five Elements da oltre quarant’ anni un punto fermo del riuscito connubio tra funky e jazz, tradizione e innovazione, con riff pungenti e spinti al limite. In tanti concerti, anche con formazioni allargate, il sassofonista non mi ha mai deluso, unendo un formidabile senso del ritmo ad una musica personale ed immediatamente riconoscibile. Grande merito anche alla tromba di Finlayson, partner imprescindibile e alla rocciosa sezione ritmica. Un meraviglioso risveglio dopo le atmosfere anestetizzanti del duo Holland/Loueke.

Foto Rossetti Corti Todeschini Guala

Anais Drago Releve’, un trio ormai collaudato con Calcagno ai clarinetti e Trabucco alla batteria. Nello scenario sempre evocativo dell’ Accademia Carrara il trio ha impressionato per calibrazione progettuale e sensibilità , con momenti di bellezza purissima e altri di libertà espressiva sempre coniugati ad una visione precisa e coinvolgente. Meraviglioso far parte di un pubblico caldo, attento e consapevole, fatto non sempre scontato alle nostre latitudini.

The Bad Plus, hanno annunciato il ritiro a fine anno e già mi mancano, soprattutto in questa nuova veste con Taborn e Potter. Come lo scorso agosto a Saalfelden il concerto è imperniato sulle composizioni del quartetto americano di Keith Jarrett, che raggiunge il culmine di grazia e bellezza in Silence di Charlie Haden. Scommessa vinta, e la differenza stilistica tra Jarrett e Taborn ha rappresentato una marcia in più nella riuscita dell’ impresa Un impatto notevole che il pubblico ha recepito subissando di applausi il gruppo.

SI

Lakecia Benjamin, indubbiamente tecnica, energia e notevole presenza scenica, a volte debordante, unite ad un suono acidulo e riconoscibile, fanno di questo set un successo garantito. Ma a ben vedere si tratta di un One (wo)man show, in cui nonostante qualche piccolo spazio, gli altri musicisti sono solo comprimari e l’ aria è rarefatta, condensata in un post coltranismo che a lungo andare si ripete. Riuscirà la nostra eroina a sfornare nuove idee e nuove soluzioni? Per ora bastano i requisiti già presenti, come testimonia il grande consenso del Donizetti.

SI, MA….

Jazz Passengers, storica formazione newyorkese, musicisti formidabili e pronti ad ogni evenienza. A mio parere questa volta frenati da parti vocali un po’ troppo lunghe e non del tutto all’altezza della situazione.

Hedvig Mollestad trio, erano anni che non partecipavo ad un concerto rock, e devo dire che le due splendide donne in minigonna e paillettes mi hanno fatto sentire più giovane di almeno quarant’ anni. Oltre che brave, anche diaboliche: un inizio soffuso e onirico prima di robusti riff a volume da saturazione (la mia), e quando ormai la rassegnazione ad una musica energica ma piuttosto deja entendu era cosa fatta, ecco mutare rapidamente lo scenario. Un contrabbasso al posto del basso elettrico e note distillate della chitarrista che per brevi istanti trasportano in una situazione idilliaca, ben presto rotta da energiche rasoiate. Mi sono anche divertito, ma era solo una breve parentesi.

Dave Holland/Lionel Loueke, un duo raffinato, probabilmente penalizzato dal grande spazio di un teatro, sicuramente più adatto ad un piccolo club. Il set , un po’ troppo lungo, evidenzia la indiscussa maestria tecnica e la facilità di fraseggio, ma anche la monotematicita’ della proposta che alla lunga diventa monotona e poco appetibile. Il Loueke cantante non aggiunge nulla di incisivo .

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