“It’s wonderful to be here to play at Alpini’s festival” Con queste parole, davanti ad un gremito Teatro della Gioventù, in una Genova immersa nei preparativi per l’adunata nazionale delle Penne Nere, John Scofield ha salutato il proprio pubblico e presentato il partner, il pianista Gerard Clayton. Era appena terminato il secondo brano “Ringing out“, dopo l’iniziale tributo a Miles Davis, ed il concerto organizzato dall’Agenzia Zenart aveva già svelato le proprie carte: un raffinato dialogo senza rete ed alla pari fra chitarra e pianoforte, sviluppato lungo una trama profondamente intrisa di blues.
In piena forma all’indomani dell’esibizione torinese, i due musicisti hanno confermato il valore di una scelta artistica basata sull’economia di mezzi, sull’intesa e la capacità di ascolto reciproco, invertendo spesso i ruoli fra solista e spalla, con Scofield che addirittura spesso supporta i soli di Clayton spegnendo l’amplificatore. Tutto è rimesso alle immense doti “costruttive”, ed alla capacità di suonare con il cuore dei due protagonisti: la ritmica dei brani più movimentati, la profondità delle esplorazioni soliste, l’alternanza di suono e silenzio che ha segnato alcuni dei brani più affascinanti. Uno di questi è “Water’s edge” una composizione di Clayton tratta dall’album “Bells on sand ” del 2022, una ballad che sboccia, dall’ostinato iniziale del pianoforte, nell’evocativo tema qui affidato alla chitarra, e si sviluppa in un raffinato gioco di allusioni e sottrazioni. La stessa dinamica ritorna in un brano inedito dal titolo provvisorio che ci pare di avere identificato in “Slow“, dove la rarefazione e le sottigliezze assumono un ruolo ancora più cruciale ed accompagnano tutto il brano fino ai momenti finali di fading fra suoni e rumori.
Clayton interpreta il proprio ruolo con grande naturalezza, assicurando drive e carica ritmica ai propri assoli sempre ricchi di influssi blues ed offrendo alla chitarra di Scofield un ideale contraltare nel definire il panorama ed i particolari della scena musicale. Il chitarrista statunitense suona con assoluta libertà espressiva, e gestisce con sapienza gli apporti melodici ed immaginifici delle proprie composizioni, concedendo alla cantabilità un giusto spazio, che non prevede mai passi verso l’abbandono o concessioni eccessive. E’ anche un piacere vederlo smanettare con i pedali per cercare l’effetto giusto, passare dall’acustica ai suoni aggressivi ed elettrici, divertendosi come un bambino che ammira a bocca aperta i propri giochi.
Dopo un’ora e mezza il concerto volge al termine, ma un bis richiesto a gran voce dal pubblico evoca il fantasma country di Hank Williams e quello soul di Ray Charles per una “You win again” prima recitata e quindi suonata con grande trasporto quale festoso commiato finale .
Un concerto che rimarrà impresso nel ricordo soprattutto per le sue bellissime tinte blue.
Grazie per le splendide foto a Roberto Cifarelli


