Due trii per l’anno nuovo

La formula del piano trio, fra le più frequentate nel jazz, nonostante la parca dotazione di mezzi strumentali continua a riservare sorprese ed a costituire motivo di indagine per chi sia interessato alle dinamiche musicali ed umane che legano le persone sedute dietro al pianoforte ed alla batteria, e quella in piedi  a sorreggere il contrabbasso. Due  esempi pubblicati recentemente sul mercato evidenziano due (fra i tanti) possibili approcci alla materia, andando ad arricchire un catalogo praticamente impossibile da stilare con pretese di completezza. C’è un modo migliore per iniziare il 2019? Sicuramente si, ma questo è uno dei tanti a disposizione.

“Enzirado” (Abeat records) è un gioco di parole inventato come possibile participio passato del finto verbo “enzirar” che viene proposto come sinonimo di “catturare, eccitare in maniera dolce e non frenetica..un pò come ci si potrebbe sentire dopo un paio di caipirinhas sulla spiaggia di Rio, mentre un’orchestrina suona una samba”. In realtà è facile svelare come dietro al neologismo stiano le iniziali di (En)zo (Z)irilli, (Ira) Coleman e Da(do)Moroni, catturati in una registrazione del 2015 allo studio Zerodieci di Genova su un repertorio quasi tutto a firma del pianista genovese. Eccezioni sono la ballad “Isn’t it a pity”, scritta da George Gershwin per il musical del 1933 “Pardon my english”,  un brano tratto da un disco del 1963 del trombettista Blue Mitchell (The cup bearers), ed il duetto improvvisato fra l’ex young lion del contrabbasso ed il batterista italiano (Enzira). Fra le tracce del lavoro si respira quel clima di rilassata esuberanza che è cifra peculiare di Dado Moroni, il cui stile, oggi al vertice di una maturità espressiva conosciuta in tutto il mondo, contempera il virtuosismo mainstream, evidente in particolare nell’hard bop del pezzo finale, con un approccio positivamente spontaneo e talvolta ironico. Di rilievo il ruolo dei coprotagonisti, con i quali Moroni dialoga fittamente, costruendo avvincenti temi ad incastro  (“The mighty bobcat”, “Three angels”) , dipanando una narrazione che alterna toni rarefatti e momenti di più intensa dinamica (“Enzirado” ), o affidando al piano elettrico due composizioni come “Black forest blues ” e “Blue or what”, con tema portante affidato al basso di Coleman, nelle quali si avverte tutta l’influenza delle esperienze americane del pianista. Il quale riserva per sè una sola composizione “First smile”, dedicata al figlio Oscar ed al suo primo sorriso nella culla.

Kuhn

Un raffinato interplay ed una narrazione che scorre limpida e stabile sotto la superficie di un’eleganza formale impeccabile sono le impressioni trasmesse da “To and from the heart” (Sunnyside) del pianista statunitense Steve Kuhn, in compagnia del basso di Steve Swallow e della batteria di Joey Baron. Kuhn, classe 1938, ha collaborato con Coltrane, Stan Getz ed Art Farmer, nel cui gruppo conobbe Swallow, prima di un esilio europeo verso la fine degli anni sessanta e dell’accasamento presso la ECM nel decennio successivo. E’ un vero piacere ascoltare questo dialogo rilassato e mai scontato fra i tre, nel quale il tocco elegante e cristallino del pianista si alterna al caratteristico suono “chitarristico” del basso di Swallow, ed ai colori ed al drive leggero di Baron, dando vita a gioiellini come “Pure imagination”, tratto dal film “Willy Wonka e la fabbrica del cioccolato” scritto da Leslie Bricusse e Anthony Newley, e cantato nella versione originale dall’attore Gene Wilder. Oppure spiegare le ali del mid tempo “Into the new world”, abilmente sostenuta dal drumming di Baron. O, infine, entrare nei territori aperti del medley “Trance/Oceans in the sky” dove la libertà formale lasciata ai singoli strumenti non pregiudica l’intesa  e rende esplicite le potenzialità e la versatilità di questo trio.

https://stevekuhn.bandcamp.com/track/into-the-new-world

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