Chris Potter Quartet, un live a sorpresa

La maturità di un ex enfant prodige…..

Devo esser sincero: non sono mai stato un fan sfegatato di Chris Potter. L’ho sempre ritenuto un musicista elegantemente misurato, competente ed affidabile soprattutto nel suo ruolo di sideman di lusso in formazioni di gran classe come quella di Dave Holland. Ma non certo un carismatico capace di sedurre e dominare platee, e men che meno capace di infrangere quel sottilissimo diaframma che si interpone tra noi ascoltatori e la musica registrata, impresa che riesce veramente solo a pochissimi, autentici fuoriclasse.
Ma è pur sempre un musicista ormai alle soglie della cinquantina, che debutta precocemente sia negli studi e misurandosi strada facendo con vari strumenti, sia come professionista sul palco ed in sala di registrazione. Una parziale perdita di udito da un orecchio non gli impedisce di cumulare un brillante curriculum da sideman al fianco oltre che del citato Holland (qui spesso al fianco di Dave Douglas), anche di Paul Motian e nella Mingus Big Band. Come leader intesse rapporti particolarmente intensi con il pianista David Vireilles ed il batterista Eric Harland, con i quali incide ripetutamente dal 2013 presso ECM.
Ragion per cui, perché negarsi una serata di musica ben concepita ed elegantemente eseguita, per di più nel sempre più deprimente e desertico panorama jazzistico milanese? Tanto più che il gruppo che accompagna Potter mi intriga di più di quello che ha registrato “Circuits” per ECM: Taborn al piano (con cui Potter ha una certa consuetudine) e Justin Brown alla batteria (già notato nel formidabile quartetto di Akinmusire).
E quindi eccomi sotto il palco del Blue Note di Milano. E qui cominciano le sorprese. Nonostante venga presentato lo stesso repertorio del cd, Potter si rivela solista molto più incisivo e tagliente di quanto non appaia su disco. Non solo: ma il suo eloquio strumentale è sensibilmente più caldo e direi quasi torrenziale, senz’altro immune di quel quid di laconicità che invariabilmente spira negli studi di Monaco.
Il quartetto nel suo complesso è poi animato da un drive, da una forza propulsiva di gran lunga superiore a quella rivelata dalla registrazione ECM. Piacevolmente stupito da questo imprevisto esito, ho però paradossalmente dovuto registrare una qualche sottile delusione per una prestazione un po’ ‘sottotraccia’ di Taborn, su cui viceversa inizialmente avrei puntato di più: ma concediamogli l’attenuante di un ambiente acustico che non lo favoriva, anche se le nicchie solistiche riservategli non hanno rivelato le affascinanti sottigliezze che abbiamo ascoltato mesi fa in “Daylight Ghost”. Il contributo di Justin Brown è viceversa determinante: il suo beat secco, nitido ed inesorabilmente energico è il vero propellente dell’imprevisto dinamismo della band, con evidente influsso sullo stesso leader.

Justin-Brown

Un batterista che è il vero ‘asso nella manica’ di una piccola formazione….

A questo punto, mentre il concerto volge al termine tra gli applausi convinti di un pubblico molto coinvolto, mi si presentano alla mente due riflessioni. La prima riguarda il ruolo sempre più centrale ed irrinunziabile che svolgono i batteristi di una certa scuola (i Brown, i Royston, gli Harland, i Drake etc.) nell’economia di piccoli combo con vocazione all’innovazione ed alla sperimentazione: spesso sono loro gli autentici ‘architetti’ che costruiscono una scena musicale coerente e meditata intorno a solisti spesso concentrati sui loro spazi di improvvisazione e ricerca sul suono.
In secondo luogo, non ho potuto fare a meno di pensare a quanto pesi sull’immagine di un musicista l’impronta della produzione discografica cui si affida. E questo è tanto più vero quando l’etichetta in questione ha una sua forte e consolidata fisionomia, se non addirittura una sua vera e propria estetica. E questo è senz’altro il caso della ECM di Manfred Eicher, un produttore di personalità tale che con un po’ di ironia si potrebbe dire che ‘suoni’ la sua etichetta, come Duke Ellington faceva con le sue orchestre. Ormai queste labels ‘di forte profilo’ sono rimaste veramente poche, ed ovviamente esercitano una grande forza di attrazione su musicisti anche artisticamente maturi e formati, che evidentemente le scelgono non solo e non tanto per motivi di maggior serietà contrattuale e distributiva, ma anche per considerazioni di ordine estetico e di sviluppo artistico, peraltro ben consapevoli del riverbero che ne deriverà sulla loro figura. Quindi sta a noi ascoltatori aver l’accortezza di concedere a musicisti con i quali abbiamo limitata familiarità la prova del nove dell’ascolto ‘live’ per filtrare la loro figura dal ‘velo di produzione’ che li avvolge su dischi anche impeccabilmente e maniacalmente curati da producer di grande personalità. Mi ripeto: il jazz vive dei dischi, ma non finisce nei dischi…. Milton56

Chris Potter, sax
Craig Taborn, piano
Tim Lefebvre, basso elettrico
Justin Brown, batteria
Blue Note Milano, 9 aprile 2019

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