La seconda vita di Gabriele Buonasorte

Raramente capita di ascoltare un disco nel quale l’autore espone, in modo totalmente sincero e senza il velo della finzione narrativa, una parte importante e traumatica della propria vita. Con “The taste of a second life” (Dasè SoundLab Records) il sassofonista Gabriele Buonasorte racconta in musica, in otto episodi, altrettante tappe della propria esperienza recente che lo hanno condotto da una situazione di  pericolo per la propria vita ad una completa e totale rinascita, suggellata dalla nascita di nuova vita. Così  questo disco si può leggere come un coinvolgente racconto che affronta il momento del dolore e dello sconcerto, quello della partita in cui tutto è in gioco, fino ad un lento risveglio, ad una nuova percezione della realtà, circondato dalle persone più care che sono state fondamentali per l’impresa, ed alla completa riabilitazione che riporta di nuovo sulla strada. La strada, per Buonasorte, di origini siciliane e romano d’adozione, alle spalle una notevole carriera come sideman, docente e produttore in diversi ambiti, è quella del ritorno sui territori di un jazz moderno, ricco di influenze funk , già frequentati nelle precdenti uscite soliste e qui percorsi in compagnia del bassista Gabriele Lazzarotti e di due veterani come il pianista statunitense Greg Burk  e l’esuberante  batterista John B.Arnold, nipote del leggendario compositore Hoagy Carmichael, ovvero i Time Lapse. Un gruppo in grado di affrontare con grande disinvoltura e dinamicità le composizioni del leader, costruite su temi estroversi, in sapiente equilibrio fra profondità e gradevolezza, ed avvolte da un’onnipresente tensione verso il groove ritmico, garantita dal drumming eclettico di Arnold che spazia fra rock, hip hop e funk. Non siamo ovviamente di fronte ad un capolavoro in grado di innovare il linguaggio del jazz lasciando un segno indelebile, ma al tentativo, spesso riuscito, di cercare una via originale e coraggiosa per intrecciare diverse modalità espressive nell’ambito di un progetto bene organizzato intorno al tema dell’esperienza  personale. Fin dal primo brano, “The beginning”, simbolo dell’inizio di un profondo travaglio, colpisce una base poliritmica fittissima a servire la drammatica escursione tematica del sax, e sorprende, nel finale, un articolato assolo del sintetizzatore, fenomeno abbastanza raro in un disco di jazz.  Il viaggio, condotto con equilibrata ripartizione delle parti, affida poi al pianoforte di Burk, due ballads ritmiche come “Fold or rise”, dove il  sax tenore incornicia un suggestivo finale, e “Slow awakening”, divisa fra una sezione meditativa e melodica ed una più dinamica con lunghi soli del piano e del sax. Quindi attraversa scansioni funk (“The magician” , “Strenght for Alice”), alterna pause e rilasci (“The taste”, con un solo rabbioso del sax che richiama la forza vitale che riprende forma), ci lancia a capofitto nella corsa sfrenata del soprano di “Welcome Federica”, fino ad arrivare al finale di “I’m back”, vero ritorno alla strada celebrato con un dinoccolato andamento funky condotto dal sax di Buonasorte. Il quale, come in tutto il disco, appare perfettamente a suo agio nelle vesti di eclettico protagonista di questo travolgente ed incalzante inno alla musica ed alla vita.

 

 

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