Alle origini di ECM

Quest’anno si sta festeggiando con diversi eventi, tra i quali concerti e mostre anche in Italia, il cinquantennale della ECM records, etichetta fondata  da Karl Egger, Manfred Eicher e Manfred Scheffner a Monaco nel 1969. Da allora l’estetica maturata in seno alla casa discografica, sia dal punto di vista sonoro che dell’immagine, ha prodotto circa 1600 incisioni, cedendo, infine, un paio d’anni fa, dopo una vita legata al prodotto materiale, alla distribuzione digitale di tutto il catalogo. Nel caso vi venisse la curiosità di sapere quale sia stato il numero uno di questo ambizioso compendio di cultura e musica ideato e sviluppato nel Nord Eurpa per diffondersi poi in tutto il mondo, eccovi serviti. Si tratta di “Free at last” del trio condotto dal pianista Mal Waldron, con Isla Eckinger al basso e Clarence Becton alla batteria, registrato allo studio Bauer di Ludwigsburg sul finire di quell’anno, e prontamente ristampato e restaurato con aggiunta di alternate tracks, in occasione dell’attuale ricorrenza. Per Waldron, attivo a livello professionale dagli inizi del decennio precedente, l’approdo in Europa dal 1963 con tappe anche italiane e quindi più stabilmente a Monaco, rappresentava una sorta di seconda vita artistica, dopo le esperienze con Coltrane, Phil Woods, Billie Holiday ed Eric Dolphy, interrotte bruscamente da un esaurimento a seguito di overdose che lo costrinse ad un lungo processo di riappropriazione delle capacità musicali. Per Waldron si trattava di  un tentativo di suonare fuori dagli schemi provenienti dall’epoca hard bop che avevano caratterizzato fino ad allora la sua musica, per incontrare il free jazz, ma declinato secondo un codice personale: “Per me  free jazz non significa anarchia totale, ma suonare ritmicamente anzichè improvvisare sui cambi di accordi“. Il disco non rappresenta solo un documento storico significativo per la nascita della creatura di Manfred Eicher, ma offre un’ interessante panoramica dell’approccio enunciato da Waldron , proponendo una quarantina di minuti di musica dinamica e tumultosa, ricca di contrasti anche sul piano emotivo,(con circa una mezz’ora di versioni alternative nell’edizione restaurata), a firma del pianista americano, fatta eccezione per lo standard “Willow weep for me”, probabile omaggio  a Billie Holiday. Al centro della seduta due lunghe tracce come “Rat now ” e “Rock my soul”, nelle quali Waldron ed i compagni si ritagliano ampi spazi solisti, a partire, nel primo caso, da una struttura tematica costruita su aggregati tonali contrapposti, e, nel secondo, da un tema avvolto in un denso groove blues  che fa il paio con quello della più concentrata “Boo”. Detto dell’ autoesplicativa “Balladina ” e di una “1-3-234” lanciata a velocità sostenuta verso orizzonti ritmico armonici innovativi, bisogna notare che le spiegazioni di Waldron riflettono adeguatamente i contenuti, sempre ancorati, nello sviluppo del dialogo fra i tre musicisti,  ad un controllo della forma ed alla padronanza di fraseggi razionalmente concepiti. Libertà, quindi, ma entro perimetri ben delineati, Questo il primo segnale da Monaco nel lontano 1969, che avrà, nel corso degli anni, più occasioni per essere smentito, ribaltato o talora confermato.

 

 

2 Comments

  1. ECM, grande impresa culturale, senz’altro giusto ricordarla (magari con un pensierino anche per gli 80 anni di Blue Note, che è già risorta due volte, per ora). Soprattutto importante ricordare COME ha iniziato, ed anche un intero filone del suo catalogo degli anni ’70/80 che sembra svanito dal suo attuale ‘ritratto di famiglia’ (un po’ come nelle foto sovietiche degli anni ’30, da cui magicamente sparivano ‘a posteriori’ i cugini partiti per soggiorno-premio in Siberia 🙂 ). Accantonando ogni considerazione sulle scelte estetiche, se si può trovare un difetto nella filosofia di Eicher è quello della volontà di riscrivere il passato per metterlo totalmente in linea con l’attuale presente e con le evoluzioni future più in vista: una filosofia un po’ discutibile, quando si è custodi di un vero e proprio patrimonio culturale di valore ormai acclarato e consolidato. Come per esempio nel caso delle incisioni del grande Mal Waldron, musicista di grande retroterra e coerenza, oggi pressocchè dimenticato pure in Italia, paese a cui ha dato molto. Benissimo quindi per questa riedizione, purtroppo siamo di fronte al solito LP per gli ‘happy few’, scelta elitaria che limita molto la portata dell’iniziativa. En passant, Mal Waldron poi passò poco dopo ad un’altra valorosa etichetta, anch’essa di Monaco: la ENJA, pressocchè dimenticata (almeno qui da noi) nonostante un catalogo di grande qualità . Milton56

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