Nicholas Payton – Relaxin’ with Nick

NICHOLAS PAYTON
Relaxin’ with Nick
Smoke Sessions Records
Supporti disponibili: 2CD

Nick Payton, riconosciuto alfiere della cosiddetta “BAM” -acronimo che un tempo identificavamo nella Banca Agricola Mantovana e che invece come molti sapranno sta per Black American Music, un’etichetta di cui Payton è al contempo il puntuto intellettuale ed una sorta di ieratico profeta da tastiera, che da qualche lustro vorrebbe, in modo a dire il vero assai confuso, addirittura sostituirsi al termine Jazz, giudicato insultante, vetusto e deteriore in senso presso chè schiavistico, perdonate se uso l’accetta nel definire il “movimento” in questione che in ogni caso a parte alcuni ultras isolati pare avere più autoproclamatisi leader che non adepti- ecco che Payton, dicevamo, sforna un doppio disco dal vivo che –udite, udite!– più jazz di così davvero non si potrebbe, fin dalla copertina, col nostro che fuma in controluce nel buio, e poi con il club ovattato con non molti astanti, il titolo davisiano e soprattutto la musica proposta: un hard bop della più bell’acqua, aggiornato cum juicio, composizioni originali eleganti, spesso in medium tempo, che trasudano blues e offrono alcuni spunti elettronici gestiti sempre dal leader, che si esibisce contemporaneamente anche al pianoforte -che suona molto, per l’intero concerto- ed al Fender Rodhes, suonato anche in contemporanea alla tromba, rendendo però all’orecchio l’effetto “piano jazz trio più tromba solista”, uno dei più canonici combi jazz ascoltabili sia in queste lande che nelle un tempo lontane Americhe.

Ben inteso, e lasciando ogni risvolto ironico, va davvero benissimo così, perchè è un gran piacere sentire le evoluzioni di un Payton che swinga felino da buon neworleansiano (in “Tea For Two” per esempio, uno degli zenith del disco) supportate dalla ritmica “presidenziale” in carica, ovvero Kenny e Peter Washington, da molti anni al servizio del pianismo di Bill Charlap, giusto per dirne uno.

Va detto che continuiamo, di gran lunga, a preferire il nostro come trombettista tout court, sebbene alla tastiera dimostri una padronanza notevole, ma anche la tendenza a dilatare le introduzioni (per esempio nel brano eponimo), e si cimenti anche cantando il morbido rap di “Jazz is a Four letter word” (che avevamo già ascoltato senza scomporci nel precedente disco e che vorrebbe probabilmente essere polemico negli assunti ma scivola innocuo come un Ferrero Rocher a mezza mattina).

In sostanza, ci ritroviamo per la mani un doppio Live tra i più brillanti dell’ultimo periodo, sprizzante energia positiva, (nota di merito per la registrazione top dei tecnici Smoke Sessions, label che sta assumendo connotazioni dominanti ed è ineludibile per chiunque volesse aggiornare la propria discoteca “post Blue Note”) in cui Payton riscatta alcune prove altalenanti (Afro-Carribbean Mixtape), si conferma una delle trombe Jazz migliori al mondo, favorito dalla spontaneità del live che lo inquadra sempre più dentro la grande linea black che include Satchmo, Navarro, Clifford Brown e lo stesso Wynton Marsalis, con i dovuti distinguo ed aggiornamenti, beninteso. Insomma, se gli fa piacere possiamo pure chiamare questa musica “BAM” ma, detto tra noi, è Jazz al 100%, e funziona alla grande.

 

 

 

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