Lp and The Vinyl – Heard and seen

Estesa  e ricorrente è la diatriba fra i jazzofili che mal sopportano ascoltare l’amato idioma utilizzato per traduzioni da pop e canzone, e quelli che, invece, prediligono la nuova veste dei conosciuti classici, apprezzando quel tanto che basta improvvisazioni ed invenzioni estemporanee, purchè premessa o seguito del tema cantabile e cantato. Una linea di separazione che, nel terreno nostrano dell’italico pop(ular), è quanto mai evidente e trova rappresentanti della prima fazione anche all’interno di Tdj. Personalmente, se può interessare,  mi colloco in posizione di neutralità, senza aborrire né prediligere le riletture jazz di Modugno, Battisti o Celentano che vedono spesso impegnati  musicisti italiani, ma  cercando, come in ogni altro caso, la frequentazione di idee e progetti musicali che sappiano trasmettere emozioni e contenuti, in modo più o meno indipendente dai materiali di origine. Devo però dire che mi rimane oscuro perché tante songs del grande catalogo americano siano diventati standards del jazz mentre ad una canzone d’autore italiana debba essere negato questo futuro.

Trasferendoci oltre oceano un esempio recente, che potrà eventualmente alimentare il fuoco della citata contesa, è il nuovo album  presentato dall’ ensemble Lp and The Vinyl, nome che è tutto un programma, composto dal trio del pianista statunitense Danny Green con Justin Grinnell al basso e Julien Cantelm alla batteria, per l’occasione insieme al cantante Leonard Patton. Tutti musicisti dell’area di San Diego, California, con ampie esperienze e riconoscimenti  alle spalle. Di Patton si dice abbia iniziato a cantare dalle scuole elementari e non abbia più smesso, specie dopo essersi imbattuto nel jazz alla Berklee School of Music di Boston ed avere sviluppato uno stile profondo e duttile che gli consente di passare dal canto allo scat fino all’imitazione del sassofono e della tromba evocando paragoni con il celebre Bobby Mc Ferrin.  Danny Green è invece un pianista dal tocco elegante ed esuberante che, attingendo al jazz, alla classica ed alla musica brasiliana, ha consolidato con  il proprio trio  negli anni ed attraverso diverse prove discografiche, a partire dal 2009 con With You In Mind, una forma di solido e personale mainstream, basato su standards e composizioni originali,  ed aperto a soluzioni diverse come il disco con una sezione di archi del 2018, One Day It Will.

Il quartetto ha pensato, per questa prima prova, di scomodare nientemeno che classici del pop del calibro di “Life on Mars” di David Bowie, “Wonderwall” degli Oasis, la beatlesiana “The fool on the Hill”, e brani  di Quincy Jones, Michael Jackson e dei Tears for fears. E l’effetto è tanto spiazzante quanto interessante, perchè nel corso di tutto il disco  pop, jazz e soul continuano ad intrecciarsi e fondersi con un risultato decisamente godibile.

L’iniziale “The lonely band”, ad esempio,parte da un riff ritmato di piano elettrico che potrebbe ricordare i Supertramp, si allarga con l’ingresso della calda vocalità di Patton, protagonista di un refrain da sing along, ma il solo di pianoforte che spezza a metà la canzone, allargandone la struttura armonica, la spina dorsale  del contrabbasso, ed il drive della base ritmica, come le sue variazioni, sono intrisi di jazz.

In modo ancora più evidente, Green ed il suo trio immaginano una nuova veste per i brani di Bowie, dei Beatles e degli Oasis, sostituendo l’elettricità con  un fitto dialogo ritmico nel quale il pianoforte rappresenta il perno centrale,  sia negli sviluppi armonici dei brani che nelle parti soliste.  “Everybody wants to rule the world” singolo di successo planetario dei Tears for fears nel 1985, è depurato dalla pesante ritmica anni ’80 per rinascere in una veste essenziale e lirica cucita dalle tante sfumature vocali di Patton e dal pianoforte discreto ma eloquente di Green.

Su terreno decisamente  più prevedibile, “I can’t help it” di Michael Jackson  e “One hundred nights” di Quincy Jones, che, nonostante la prestazione di Patton, ed il solo di contrabbasso di Grinnell sulla seconda,  rimangono nel recinto  soul pop a cui appartenevano dalla nascita.

Completano il disco un altra ballad con accenni gospel  di Green “Night waltz” di Green ed i due standard “My one and only love”,  e “Softly as in a morning sunrise” nei quali il gruppo offre una vetrina degli stili e delle tecniche  che  padroneggia: in entrambi i casi si parte con l’atmosfera da ballad per poi salire con la temperatura ed il ritmo, fino a consolidare una leggera trama  funky sulla quale Patton infila assoli di scat a replicare il suono dei fiati.

L’invito è, per tutti, di accostarsi senza pregiudizi: le soddisfazioni potrebbero essere  in agguato.

 

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