Cartoline da Manerba (Perez/Patitucci/Cruz e delizie shorteriane)

Abbiamo avuto il piacere e il privilegio di assistere ad alcuni concerti in quel di Manerba, sponda bresciana del Lago di Garda, dove la rassegna jazzistica volge ora al termine e dove hanno fatto registrare significativi “sold out” sia il concerto “Kind Of Bill“, con Dado Moroni, Eddie Gomez e Joe La Barbera, tenutosi per motivi climatici nel palazzetto dello Sport, che quello di cui parliamo oggi con il trio di Danilo Perez, con John Patitucci al basso e Adam Cruz alla batteria, tenutosi invece nel luogo deputato, ovvero lo splendido parco della Chiesetta di San Giorgio, una terrazza naturale affacciata sul Lago, per trecento e rotti fortunati spettatori. Tutto esaurito ed ottimo successo anche per il concerto dell’enfant de pays Fulvio Sigurtà, affermato trombettista che si è esibito con il trio Barba, Negri, Ziliani, ritrovando felicemente i suoi stilemi à la Kenny Wheeler. La rassegna si concluderà Venerdi 21 Luglio -ed i posti sono tutti esauriti- con una band che ha toccato ora e per la prima volta il suolo europeo con una fitta serie di concerti per lo stivale, ovvero il quartetto di Peter Erskine con quel satanasso di George Garzone al tenore, Alan Pasqua al pianoforte e Darek Oles al basso. Agevoliamo una clip propedeutica da un album uscito nel periodo pandemico e che avrebbe meritato gran clamore, un’occasione unica per vederli in azione dal vivo e in azione, come in quelle tre notti Los Angeles…

Tornando al concerto in questione fughiamo subito ogni dubbio, il panamense Danilo Perez, ormai assurto a stella mondiale degli ottantotto tasti, lo guida con democratico appeal e con un effluvio d’idee assai moderne, sebbene il gruppo si muova su un piano paritetico, con grandi apporti da tutti i suoi membri. Il trio, reduce dalla serata precedente in cui aveva suonato al Morlacchi per Umbria Jazz, si diverte molto sul palco e pare estremamente rilassato, pronto ad accendersi quando lo sviluppo tematico dei brani prende vie inconsuete e ci si muove volteggiando senza rete (ebbene si, “Without a Net” era il titolo di uno degli ultimi lavori del Wayne Shorter 4tet con Perez al piano e Patitucci al basso) cercando e trovando linee ampie, o costruendo attorno a semplici cellule tematiche una serie di assoli pregnanti mai alla caccia del facile applauso ma inseriti nello sviluppo del discorso musicale, che ha sempre voluto essere estremamente leggibile, anche nei momenti più eterei o in quelli più convulsi. La bussola che Danilo Perez ci consegna punta ora verso New York, ora verso il Sudamerica, ora pare disegnare dardeggianti rotte mediorientali….fragranze che si condensano attorno a composizioni che inevitabilmente riportano un’egida shorteriana anche quando in alcuni casi hanno nome e cognome, con suggestioni e pulsioni tra il letterario ed il politico e con le ombre di Toni Morrison ad Angela Davis a far quasi capolino tra gli alberi del parco. Composizioni che il panamense dirige e lascia dirigere, partiture ampie, stese davanti ai musicisti con una lunga serie di mollette antivento, si sviluppano sinuose come nel caso di “Alternate Reality” dedicata appunto alla celebre attivista americana che Danilo Perez ha definito in modo mirabile durante lo straniante e doloroso periodo pandemico. “Una forza centrale nella lotta per i diritti umani in America, Angela Davis mi ispira a pensare oltre questa caverna di paura per una realtà alternativa. A lei dedico questo pezzo. “Devi agire come se fosse possibile trasformare radicalmente il mondo. E devi farlo tutto il tempo.”

“Beloved” (“Amatissima” nella traduzione italiana) è uno dei più famosi libri della scrittrice afroamericana premio Nobel Toni Morrison ed anche il titolo del brano di Perez che lo ha inciso qualche anno con Kurt Elling, che vi aggiunse delle liriche molto toccanti in un disco di cui parlammo anche su questi schermi . Nella proposta in trio sono mirabilmente vibrate anche le corde del basso di Patitucci e il drumming sofisticato e geniale di un Adam Cruz che in alcuni passaggi ha rubato la scena ai due titolatissimi jazzmen fornendo scansioni brillanti e molto moderne, sia in fase di accompagnamento che nelle stimolanti escursioni solistiche. I tre si conoscono da una ventina d’anni e per farla breve e senza scomodare la partita doppia non abbiamo rimpianto Brian Blade che per anni ha funzionato alla grandissima come terzo componente dei “Children Of The Light” (la precedente ragione sociale di Patitucci/Perez in trio).

Si diceva dunque di brani lunghi e dalle atmosfere cangianti ma che non girano mai a vuoto e portano sempre da un punto all’altro in un percorso che si fa beffe dei confini (“The Journey” ha significativamente aperto il viaggio/concerto). La tastiera elettrica, che da sempre intriga Perez e la sua mano destra, ha cambiato il mood in alcuni passaggi, lavorando su alcuni spunti al synth che hanno generato un enorme, pulsante groove accolto con ovazioni dal pubblico, situazioni su cui il trio potrebbe anche insistere maggiormente in futuro, chissà…

Emozione pura per il nuovissimo brano di Perez dedicato al sommo Maestro Wayne Shorter con accenno al cielo sopra al lago, e un dialogo che diventa flusso ininterrotto, preghiera, ringraziamento e summa di mille magie vissute insieme sui palchi di tutto il mondo. Personalmente vorrei risentirlo quanto prima.

Un solo breve bis, una “Round Midnight” dall’elegante classicità ed un finale sospeso, perfetto per gli applausi a scena aperta e per fischiettare il tema mentre i tre, gentilissimi, si concedono totalmente al pubblico, firmano vecchi dischi e si fanno fotografare da chiunque lo voglia, tra sorrisi, risate, pacche sulle spalle e la piacevole sensazione di avere vissuto un’ora e mezza di grande musica in prima fila. (Fotografie di Patrizia Bonatti)

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