“Era una notte buia e tempestosa….”. I romanzi dello Snoopy del rimpianto Charles Schultz iniziavano tutti così. Ma quello che per il simpatico bracchetto era un comico tormentone talvolta può diventare mera cronaca. Com’è avvenuto la sera del 30 ottobre scorso, quando Mantova è stata squassata da una tempesta di tuoni che hanno fatto vibrare anche le mura dell’Aula Magna ‘Isabella d’Este’, che pure nei loro secoli di storia ne devono aver viste d’ogni colore.

Questo può forse spiegare il perché in una piazza jazzistica sempre ricettiva e curiosa ci siamo trovati in una ventina ad ascoltare ad ascoltare un duo che in altre occasioni ha già radunato platee folte.
Mai come in questo caso gli assenti hanno avuto torto. Alexander Hawkins e Marco Colonna hanno alle spalle una collaborazione sfociata già nel fatale 2020 in un album ‘Dolphy Underlined’, dal titolo di per sé esplicativo. Scelta d’ispirazione che già da sola li mette due spanne al di sopra del panorama nazionale (e non solo..). Da allora molta strada è stata fatta, come hanno tenuto a precisare i due.

Al contrario di quanto avviene nell’album, i temi dolphiani sono stati enunziati in apertura, spesso solo dal clarinetto basso di Colonna. Ma si è trattato sempre di esposizioni quanto mai schematiche e brevissime, quasi una sorta di loro radiografie, con Hawkins che insegue Colonna all’unisono come un’ombra.
In sostanza si trattava più che altro di trampolini di lancio che introducevano sviluppi spesso di respiro ampio, con uso sapiente di silenzi, dinamiche minime e colori sottilmente cangianti. Ad un’ininterrotta suite introduttiva molto ampia sono seguiti poi brani molto più distinti nella loro individualità (‘Miss Ann’, ‘245’, mi è sembrato di riconoscere anche un ‘A Child is born’). Il dialogo tra i due è riflessivo, e la musica spesso procede per linee ampie, specialmente quando è condotta dal clarinetto di Colonna.
Di quest’ultimo abbiamo sentito più il metallo che il legno, un suono molto particolare e personale, che spicca nettamente nel combattuto parterre di questo strumento. Il dinamismo spaziale di Hawkins spesso tira fuori da Colonna un lirismo straniato veramente impressionante, caratterizzato da impeccabili note tenute e modulate.
Si sa che Hawkins è accompagnatore diabolicamente imprevedibile: alle spalle del compagno genera spesso dei vortici ipnotici che destabilizzano particolarmente i momenti di maggiore apertura lirica. Quest’azione ‘sovversiva’ fa leva anche sul contrasto timbrico, Hawkins spesso ricorre ad un registro acuto e brillante opposto ai colori scuri di Colonna.
Altra caratteristica tipica del pianismo di Hawkins è la sorprendente capacità di integrare istantaneamente nella propria musica l’ambiente sonoro circostante: nel qual caso i tuoni squassanti che incombevano minacciosamente su Mantova in una notte da tregenda.
Il pianista inglese dimostra grande scioltezza nel passare naturalmente dall’uso tradizionale dello strumento alla sollecitazione diretta delle sue corde, non solo per la consueta creazione di picchi dinamici e cluster veramente grandiosi, ma anche per la generazione di timbri sottili ed inediti (come quelli generati da un foglio metallico passato direttamente sulle corde). Si è ammirata ancora l’impostazione orchestrale del suo pianismo, con le due mani in competizione tra di loro nel creare contrasti timbrici e dinamici di grande suggestione, che donano estrema dinamicità e spazialità quasi sconfinata alla musica del duo.
Da questa microformazione viene reciproco beneficio per entrambi i musicisti. Hawkins trova un fiato partner capace allo stesso tempo sia di notevoli audacie, sia di inaspettata ed ariosa tensione lirica (a mio avviso il suo miglior compagno sinora ascoltato, soprattutto in ambito discografico); Colonna guadagna un inesauribile e dialettico stimolo costruttivo ed un forte apporto strutturale.
C’è da sperare che questa coppia ben assortita possa ulteriormente proseguire il suo cammino, forte anche della comune militanza nell’Eternal Love di Roberto Ottaviano, con cui condivide profondità di visione (anche storica) e calore espressivo. Caratteristiche quest’ultime non comuni nel campo della musica di ricerca, verificate anche dall’attenta accoglienza della pattuglia dei venti in platea, che alla fine hanno fatto almeno per quaranta. Ad maiora, speriamo, anche per l’Associazione 4.33 che ha messo in campo una proposta così raffinata. Milton56
… e dopo il lirismo di Colonna, ora si schiude il cosmo di Hawkins…. sempre dal concerto di Mantova

Veramente bravi, grazie! E che bella sala per la musica, sembra che le note impregnino ogni cosa
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È l’aula magna del Conservatorio di Mantova. Appartiene ad un’ala rinascimentale del complesso (la sala riporta sotto il soffitto resti di decorazioni pittoriche monocrome). È abbastanza raccolta (un centinaio di posti) e spoglia. Molto indicata per concerti di piccole formazioni (duo o trio). Per quelle più varie ed articolate c’è la Sala Frescobaldi, più ampia e con aggiornato trattamento acustico. Milton56
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