Le parole per dirlo

Rimane un mistero capire perchè gli italiani in massa sappiano mettersi in coda per una mostra di pittura o per un festival della letteratura, sopportino stoicamente file e folle smodate per altrettanti festival che siano della filosofia o della mente, o per un salone del libro, e poi, in grande maggioranza, ascoltano ed apprezzano solo musica commerciale perlopiù di scarso livello . Nel migliore dei casi, poi, i più eruditi musicalmente non perdono un concerto di Fresu o di Bollani ma non conoscono, nemmeno per sentito dire , Clifford Brown e Paul Bley.

Qui, su queste colonne, spesso abbiamo discusso (e criticato) Umbria Jazz. Indubbiamente il più importante e conosciuto festival italiano (non più il migliore da molto tempo ormai). Non voglio ripetermi, mi sono ripromesso di ignorare e non commentare le future scelte, siano esse le più improbabili (scommetto prossimamente sui Maneskin…) come ormai Pagnotta & C ci hanno abituato. Abbiamo anche tentato di capire le dinamiche che hanno portato un grande evento dedicato al jazz, mutare nel tempo trasformandosi in un carrozzone circense dove rocker più o meno imbalsamati e cantanti provenienti dal festival di Sanremo hanno progressivamente preso il posto dei jazzisti americani ed europei (negli ultimi anni pescati in un range di non più di una trentina di nomi, sempre gli stessi, sopratutto per quanto riguarda gli italiani).

Come sempre, dietro ogni evento di una certa rilevanza, l’aspetto economico è determinante per indirizzare scelte e programmi. Facile intuire che Umbria Jazz, diventata un volano determinante per l’economia umbra, non possa che giocare al rialzo. Compito ingrato se ci si limitasse ai soli appassionati jazzofili, e quindi niente di meglio che aprire al rock, alle canzoni, ai cori russi e al punk inglese (citazione), con un incremento progressivo di pubblico partecipante e quindi del business, con buona pace dei politici locali, convinti che Bob Dylan sia un jazzista (affermazione del governatore della regione Umbria, Donatella Tesei, non a caso esponente leghista).

In questo sfacelo culturale, con ampie correità dei media locali e nazionali (dovute non a malafede bensi’ ad autentica incompetenza), spiccano i silenzi dei due magazine italiani dedicati (ma Jazzit è ancora vivo? Boh…), che ovviamente non possono sputare nel piatto di una importante contropartita pubblicitaria. Come ormai succede da tempo rimangono alcuni siti a tema jazzistico e i pochi blog indipendenti a raccontare una verità diversa, ma il compito e’ arduo e i mezzi (parlo per noi) molto limitati. C’è poi il problema di non urtare le suscettibilità altrui (i social sono diventati luoghi per palestrati della maleducazione), bisogna insomma, trovare le parole per dirlo, senza scadere in polemiche che lasciano il tempo che trovano e, di solito, opinioni immutate nei contendenti.

Vignetta di Maurizio Bovarini, da un vecchio numero di Musica Jazz.

Raccontato tutto questo, eccomi allora entrare nel vero soggetto di questo articolo: Umbria Jazz Winter. Rispetto alla sorella maggiore UJW si è sempre ritagliata un profilo diverso, niente nani e poche ballerine , un programma costruito sopratutto sui musicisti italiani con l’innesto di qualche buon americano. Mai niente di particolarmente innovativo, si va sempre sull’usato sicuro, non sai mai che poi le folle non facciano a spintoni per venire, ma comunque, il tutto dignitoso ed entro un rassicurante profilo jazzistico complessivo, pur senza mai uscire dal consueto.

C’è un però, ed è evidente leggendo il cartellone di quest’anno: innanzitutto segnalo che, incredibilmente, a Orvieto non ci saranno ne Fresu ne Bollani, praticamente un evento . Finite le buone notizie, ecco che spuntano nomi nuovissimi: Danilo Rea, Fabrizio Bosso, Enrico Rava. Non è in discussione il valore dei singoli, bensì la incredibile mancanza di rinnovamento e fantasia di chi organizza. Possibile che non conoscano che i soliti noti, e che li ripropongano ad oltranza, a sfinimento di qualsiasi jazzofilo dotato di memoria e pazienza? Perfino il vituperato festival di Sanremo ha una varietà di idee e proposte, per quanto non propriamente masticabili da un jazzofilo, che si rinnovano ad ogni edizione. E poi, Ray Gelato, Nick The Nightfly, gli stessi Funk Off……ma da quanti anni li vediamo? Ancora c’è qualcuno, intendo qualcuno appassionato di jazz, che ha voglia di rivedere e risentire tutto questo?

La risposta è SI, naturalmente. Ma di solito è un pubblico che con il jazz ha poco a che fare, o perlomeno che lo frequenta (per mille e un motivo) ma in realtà non lo condivide. Moltissimi amanti del jazz da tempo sono approdati ad altri lidi, decisamente più confacenti.

C’è bisogno di aria fresca, di nomi e proposte nuove e mi auguro di essere riuscito a dirlo con le parole giuste. Diversamente, ed è il caso più probabile, sarà solo la conferma che le due rassegne da un punto di vista creativo e propositivo non hanno più niente da offrire.

https://www.umbriajazz.it/programma/

8 Comments

  1. Prima di leggere il programma, volevo dire che sono d’accordo su ogni singola parole e che, personalmente, sono approdata ai buoni vecchi cd o vinili, comodamente da casa. Me ne sto al sicuro dalle fregature…

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    1. Le fregature fanno parte dell’esperienza dal vivo, pero’ frequentando festival di tendenza sono ridotte al minimo. Quest’anno ho frequentato i festival di Novara, Mantova, Lubiana e Saalfelden, tanti concerti e una, due delusioni al massimo.

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  2. Sono assolutamente d’accordo con quanto scritto, lo sostengo da anni ma purtroppo col passare del tempo la deriva monotona e poco stuzzicante aumenta. Fortunatamente esistono realtà quali il Jazz Club di Ferrara che vanno controtendenza rispetto all’imbarbarimento generale. Aggiungo complimenti anche al Bologna Jazz Festival 2023, pur avendo messo in cartellone “pietanze sicure” non manca certo di artisti molto interessanti, anche per i progetti proposti, programmi del genere a Umbria Jazz sono impensabili.

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    1. Condivido le segnalazioni, alle quali aggiungerei i nomi italiani fatti al commento precedente. C’e’ anche Cormons, ma dipende dalle annate. Lo scorso anno piu’ che buono, quest’anno meno interessante

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