Una doppietta molto azzeccata, quella che si è vista nel fine settimana dell’1 e 2 dicembre scorso, a Ferrara tanto per cambiare.
Erano di scena in rapida successione gli Storytellers di Simone Alessandrini ed il quintetto di Alessandro Presti. Si tratta di due formazioni che io inquadrerei nell’ultima generazione di giovani jazzisti italiani, che a mio avviso sta segnando una marcata differenza con quella che l’ha preceduta. E che ora sta uscendo da una posizone un po’ defilata per conquistare un certo spazio su platee un poco più esposte, ma sempre quantomai selezionate (e direi anche sanamente selettive). Sia i singoli che i gruppi hanno già alle spalle percorsi di formazione e maturazione già piuttosto lunghi ed approfonditi, ma con caratteristiche diverse nei due casi.
Degli Storytellers vi avevamo già parlato in anni lontani (da ultimo qui ), ed in termini lusinghieri. Due belle uscite per Parco della Musica Records non sono però valse a dare loro una presenza ben evidente al di fuori del loro Lazio, a parte un paio di illuminate eccezioni: prezioso quindi questo passaggio a Ferrara, che auspicabilmente gli darà la spinta che meritano. La prima cosa che colpisce degli Storytellers è la solidità e stabilità della formazione, praticamente invariata dal loro esordio, credo nel 2017. E’ un fatto alquanto raro nel panorama italiano, e costituisce un tratto di distinzione di non poco conto. Di qui la spiccata identità di gruppo degli Storytellers, che, forti di questa compattezza, possono dedicarsi ad autentici affreschi sonori molto coerenti ed impegnativi.
A Ferrara la maggior parte del programma era basato sul loro ultimo album, ‘Hotel Mania’, un viaggio nel mondo della follia: ma non quella eccezionale e patologica dei singoli, bensì quella della società, insidiosamente nascosta nelle pieghe di una apparente normalità quotidiana. Qui la grintosa e dinamica ritmica di Riccardo Gambatesa alla batteria, Riccardo Gola al basso con il concorso della chitarra elettrica di Giacomo Ancillotto sospinge energicamente la frontline di ben tre fiati, Alessandrini al sax alto, Federico Pascucci al sax tenore ed Antonello Sorrentino alla tromba. Il più delle volte la musica si sviluppa secondo intricate polifonie che a volte evocano alla lontana il jazz delle origini, quello di New Orleans. Molto più contemporanea è una certa asprezza espressionistica, del tutto in linea con le tematiche di ‘Hotel Mania’.
Gli Storytellers sono consumati frequentatori di palchi, ed intuiscono il rischio di un set troppo uniforme e monotematico: vengono quindi inseriti brani del precedente ‘Storytellers’, con la sua reinterpretazione del mondo musicale degli anni ’40 che deve aver dato un poco di sollievo alla Roma occupata del 1943-44, perno narrativo dell’album. Qui i toni si addolciscono, si apre qualche maggiore spazio a misurate sortite solistiche, ma anche qui fanno capolino estrosi guizzi surreali che rispecchiano la grottesca bizzarria di certe storie dei tempi di guerra (di quelle a lieto fine almeno…).
Viene anche regalata un piccola anticipazione: hanno appena registrato un album con una formazione di ben 12 elementi (sembra che tra gli altri siano della partita anche Nazareno Caputo al vibrafono e Maria Sole De Pascali ai flauti….) e ne ripropongono un brano appoggiandosi ad un intervento di rinforzo del sax baritono di Piero Bittolo Bon. Questo nuovo album dovrebbe esser dedicato a Circe; un lavoro orchestrale di questi tempi indica ambizione e coraggio, e soprattutto esige sicuro mestiere. E gli Storytellers hanno dimostrato di avere questi numeri proprio al termine del concerto: il pubblico esige un bis, e loro su due piedi gli offrono un ‘Duke Ellington’s Sound of Love’, un Mingus dei migliori, quello di ‘Changes One’. Chapeau, del resto qualcosa di mingusiano gli Storytellers ce lo hanno: i repentini stop and go, l’abilità nell’accostare aspro espressionismo e liriche evocazioni nostalgiche….. ad maiora Storytellers, avanti così .
Stay tuned, che c’è del resto….. e che resto… 😉
Ecco l’originale di ‘Duke Elllington’s Sound of Love’…….. un Mingus DOCG, con quello che riteneva il suo gruppo migliore: George Adams al sax tenore, Don Pullen al piano (!!), Jack Walrath alla tromba, l’inseperabile Danny Richmond alla batteria. Una ‘cosetta’ che farebbe tremare i polsi a parecchi…..
