Simone Alessandrini Storytellers – Mania Hotel

La storia di Marina Chapman, rapita a scopo di riscatto negli anni ’50 dalla sua casa in Colombia, per essere poi abbandonata nella giungla ed allevata da un gruppo di scimmie cappuccino, è raccontata nell’autobiografia “La bambina senza nome”, (Piemme ed). Nel libro, pubblicato dopo molti tentativi perchè ritenuto inizialmente non veritiero, Marina racconta la sua vita fra gli alberi, i suoi dialoghi gestuali con le scimmie, i suoi pasti a base di bacche e banane, fino ad un altro rapimento, quello di due cacciatori che la vendono ad un bordello in cambio di un pappagallo. E poi la fuga, favorita dalle capacità apprese dalla famiglia adottiva, saltando da una finestra su un albero, un periodo di vita randagia fino ad una nuova adozione, verso i 17 anni, da parte di una famiglia, stavolta, di umani che la utilizza come serva. E quindi il lieto fine, con il trasferimento in Inghilterra a Bradford, dove conosce un biologo che sposa, ed ha due bambini. I quali raccontano che, da piccoli, la mamma insegnava loro strani versi gutturali per chiedere il cibo. Marina Chapman, o Luz come lei stessa ha sostenuto di chiamarsi, vive ancora a Bradford e la sua storia è diventata anche un documentario prodotto da National Geographic.

La storia di Marina Luz è una delle cinque al centro del nuovo lavoro di Simone Alessandrini e dei suoi Storytellers, (Antonello Sorrentino, Federico Pascucci, Riccardo Gola e Riccardo Gambatesa) “Mania Hotel” (Parco della Musica) dedicato al tema della follia, o meglio del sottile confine che separa da questa la condizione “normale” e di come lo stesso confine tenda a spostarsi con il passare del tempo ed il consolidarsi di nuove fasi della coscienza sociale.

Le altre storie riguardano Ignaz Semmelweis – il medico ungherese che nell’800 scoprì gli effetti benefici della disinfezione delle mani contro la febbre puerperile, divenendo così, dopo un prolungato ostracismo della comunità scientifica, solo dopo la morte, “il salvatore delle madri”- le donne rinchiuse nei manicomi durante il ventennio fascista, Attilio ed il suo canto/rimpianto per una donna perduta, ed un bar con una porta chiusa dietro la quale crescono i peggiori sentimenti che l’uomo possa provare.

Una trama cucita dalle poesie di Gioia Salvatori, ed in un caso di Marco Votta, e da una musica che costituisce componente integrante di un progetto tematico, come già era capitato con l’album d’esordio del 2017 del gruppo dedicato ad alcuni personaggi della Resistenza in area romana, condotto con originalità e determinazione, un contenitore di idee. Musica che pare intonata alla lingua dei “matti” : ostinata, spigolosa, inafferabile, ma insieme poetica, profonda e veicolo di sentimenti spogliati da ogni patina di ipocrisia.

Si parte da una maniglia che apre un’immaginaria porta ed “Entrance“, introdotta da un vociare indistinto, inquadra il clima dell’opera alternando la tensione del tema disegnato dai fiati ad insiemi convulsi ed esplosivi fino alla convivenza dei due piani. Il viaggio percorre le stanze delle “Libertine, snaturate, irose“, con un’ estatica melodia immersa in atmosfera cameristica che assume le sembianze di un inno, quindi si orienta verso direzioni latine con l’irresistibile, segmentato groove di Marina Luz” dedicata alla storia di apertura, nella quale spicca la tromba di Antonello Sorrentino, per approdare ad un bar dove una porta chiusa fa esplodere il peggio del pregiudizio e dell’odio: qui, in “Vuoto arrendere“, con la chitarra di Giacomo Ancillotto, la sostanza si fa densamente ritmica, sembra di essere in un disco di Steve Coleman, con i fiati a dialogare incessanti frasi ad incastro e la ritmica che costruisce un granitico beat. Un clima che attraversa, in una modalità più ritmicamente slabbrata, anche la successiva “Dr. Sommelweis“, con le percussioni a contendere il ruolo al trio di fiati, spesso protagonista delle sezioni tematiche. Quindi si accompagna Attilio nel suo giro del quartiere, mentre chiede l’elemosina, si inginocchia e canta per la donna che è andata via, con una ballad semplice e commovente condotta dalla chitarra. Storie legate da un elemento, il tempo, a cui è dedicato il brano con l’incipit più oscuro ed astratto, “Yo soy el tiempo“, crocevia di free e post rock, che nel suo sviluppo assume struttura definita col crescere della scansione ritmica. Si esce da “Exit“, l’unico brano cantato, le liriche simboliste di Marco Votta declamate dalla voce della piccola Alma Silvestri, su un tappeto musicale disegnato da tromba e chitarra e suggellato dall’intervento finale dei fiati: un insieme che disorienta ed affascina. Come gran parte di questo viaggio nel Mania Hotel.

1 Comment

  1. Il fatto che gli Storytellers di Alsessandrini siano un gruppo conosciuto da una cerchia quasi esoterica ben esemplifica tutte le criticità e le storture del circuito italiano. Progetti originali, temi forti e ben meditati, eppure in giro non si vedono. Lo stesso si potrebbe dire per altri ‘gruppi giovani’ italiani, alcuni dei quali hanno già fatto le valige (spero con biglietto di ritorno). Tra l’altro questi young cats tengono molto al lavoro di gruppo e si presentano in formazioni compatte, coese e rodate…..ottima premessa per fare lavoro serio. Ma la scena italiana mi sembra più un frullatore che disintegra e rimescola in continuazione, ed anche il pubblico in questo ha delle responsabilità… Comunque complimenti a Parco della Musica, etichetta che fa sempre delle scelte non scontate, meriterebbe dstribuzione e diffusione migliori. MIlton56

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