E dopo quelle romane, ecco le notti ferraresi. Prendiamo un bel parco, aggiungiamoci un Comune che lo ha recuperato al godimento della cittadinanza sfrattando lo spaccio a suon di impianti sportivi, parchi giochi per bambini e chioschi, aggiungiamoci un bel palco ed una platea da 200 posti per spettacoli estivi, ed abbiamo già molti ingredienti giusti.
Quello segreto è invitare il Jazz Club Ferrara ad organizzare almeno un paio di serate jazz. Il preavviso non è molto, e per di più in agosto l’estate jazzistica è agli ultimi fuochi, ma ci vuole ben altro per mettere nell’angolo quelli della Torre. Nello stesso periodo i seminari di Siena Jazz stanno per chiudere, quindi blitz al di là dell’Appennino e rastrellamento di un gruppo di musicisti all’altezza dei ben noti cartelloni del Torrione.
Non credo che sia costata molta fatica rastrellare Ethan Iverson, che da tempo è di casa nel club ferrarese cui ha riservato da ultimo una serata veramente memorabile. Aggiungiamo al piano di Iverson l’affiatatissimo e sperimentato basso di Thomas Morgan, ed abbiamo un duo di grande fascino.

Fascinoso sì, ma anche delicato ed esile se si pensa che ha dovuto affrontare un ambiente acustico circostante piuttosto sfavorevole: la riconquista del Parco Coletta è riuscita talmente bene che a tarda sera risultava ancora presidiato da un’infanzia ferrarese decisamente iperattiva. Urge riflettere sul ritorno di Carosello, che ai miei tempi annunziava il coprifuoco infantile serale: per fortuna oggi abbiamo un Ministero del Merito che è all’altezza di tanta impresa.
Il duo ha raccolto la sfida con nonchalance, forte anche di una curiosa inversione nel ruolo di preminenza acustica: il basso è avanti, corposo ed assertivo, il piano un passo indietro, concentrato su di un sottile ricamo, prevalentemente poggiato sul registro alto dello strumento.
Il protagonismo (forse involontario) di Morgan viene sottolineato anche dalle scelte di repertorio: ampio lo spazio riservato ad un suo original, “Approach”, un tempo medio soffuso da un’attitudine delicata e sognante, seguito poi da un suo arrangiamento di “When I Fall in Love”
Ma non si creda che passi in secondo piano l’inconfondibile cifra stilistica di Iverson: il resto del book alla base del set è composto di standards, vistosamente filtrati dall’ approccio un poco fanè del pianista. Emerge con evidenza la massima economia di mezzi che lo contraddistingue da tempo, insieme ad una calcolata lentezza che spesso caratterizza gli sviluppi improvvisativi. E così sfilano un ‘Swingin’ the blues’ di Basie, ed un classicissimo ‘Stompin’ at Savoy’.
Addentrandosi verso il cuore del concerto, cominciano a fare capolino i favoriti di Iverson, classici moderni che rivelano il suo penchant tristaniano: spicca un meditativo “All the things you are” lungamente incubato da una densa e tortuosa introduzione, sgranato poi in lunghe linee melodiche molto ‘orizzontali’ e scevre di marcati contrasti dinamici.
Ma il jazz vive di dialettica, e subito dopo parte un’intricata versione del gettonatissimo ‘Turnaround’ di Ornette Coleman: piace a tanti jazzmen, ma Iverson ci si applica come a cosa sua.
Dopo oltre 70 minuti di musica un pubblico attento e concentrato in barba all’infanzia iperattiva strappa con un lungo applauso un bis, un ‘Honeysuckle Rose’ svelto ed elegante. Poi tutti a casa nella tranquilla notte ferrarese, già progettando di accaparrarsi un posto per la serata dell’indomani. Ma questa è storia ancora da venire… Milton56
Usiamo sempre il trio di cui sopra come un surrogato (di lusso), ma “All the things you are “ ve lo voglio proprio far sentire
