Una settimana (apparentemente) senza jazz

We Three – Roy Haynes/Phineas Newborn/Paul Chambers(New Jazz 1959)
Pure Desmond – Paul Desmond (Cti 1974)

Per chi ama il jazz le sorprese sono sempre, fortunatamente, in agguato, ed anche una settimana di vacanza sulle rive della Costa Azzurra, sulla carta lontanissima da concerti o eventi jazzistici, può dispensarne qualcuna molto gradita.

Curiosando fra la dotazione di cd della gentile proprietaria della villetta che mi ospitava a Ramatuelle ( sede di un importante festival jazz, va detto, ma trascorso da circa due mesi), in una giornata non adatta ai bagni, fra un best di George Michael ed uno di Billie Holiday, ecco comparire del tutto inaspettatamente una copertina con volti noti.

Sono quelli del batterista Roy Haynes, del pianista Phineas Newborn e del contrabbassista Paul Chambers ed il disco è’ “We three” prima prova in studio da leader di Haynes incisa nell’autunno del 1958 . Passo immediatamente al lettore cd per scoprire una di quelle perle minori di cui la collana del jazz di ogni tempo è costellata. Una session nella quale lo stile elegante e minimalista di Haynes e quello estroverso e pirotecnico di Newborn trovano un’ideale sintesi, sottolineata dal walking del contrabbasso di Chambers. Brani che respirano in atmosfere rilassate, concepiti lasciando da parte ogni intento di stupire per forgiare una musica che vive nel dialogo e nello scambio di intuizioni fra i tre protagonisti. Una guizzante cover di “Reflection” di Ray Bryant per aprire il menu, “Sugar Ray” di Newborn dedicata al famoso pugile, due lunghi brani “Solitaire” ed “After hours” nei quali si alzano tutti i vapori blues di cui cui è intrisa la cultura dei musiciti, la swingante “Sneaking around“, ed una conclusiva “Our delight” di Tadd Dameron, nella quale il piano di Phineas trascina tutti verso le sue andature da velocista. Il trio non ebbe una lunga vita, ma “We three” rimane una bella testimonianza di quell’intesa, ed offre ancora oggi una bella mezz’ora abbondante di musica. Ideale viatico, magari, per aspettare che torni il sole in una giornata estiva di pioggia.

Ma prima del ritorno alle usuali occupazioni, ascolti domestici inclusi, un’altra sopresa mi attendeva sulla via del ritorno a casa in un mercatino delle pulci di Mentone.

Al prezzo (francese) di un caffè ho portato via con me “Pure Desmond”, un Cti del 1974, edizione giapponese, che l’altosassofonista sodale di Dave Brubeck registrò con il chitarrista canadese Ed Bickert, il contrabbassista Ron Carter e Connie Kay alla batteria.

Siamo vicini agli anni finali di Desmond, che se ne andrà nel 1977, ma il disco segna un importante momento seguente allo scioglimento del quartetto di Brubeck ed al conseguente periodo di scarsa attività del sassofonista. Nell’autunno del 1974, grazie ad una segnalazione del socio di tante avventure Jim Hall, Desmond accetta una scrittura di due settimane in Canada, a Toronto, a fianco del chitarrista locale Ed Bickert, per la prima volta in un club dalla fine della storia del quartetto. Brickert è un musicista autodidatta molto conosciuto negli studios canadesi, che ha sviluppato una tecnica solista mirabile ed una perizia armonica appresa dallo studio degli arrangiamenti di Stan Kenton. Ma è un uomo estremamente taciturno ed appartato, tanto quanto Desmond è selettivo nello scegliere amici e colleghi di lavoro. “Penso ci siano volute quattro ore di prove insieme per riuscire a salutarsi ” scherza Gene Lees autore delle note di copertina. Fatto sta che l’intesa fra i due funziona subito egregiamente, l’alto sax elegante e sornione si associa molto bene alle basi armoniche della chitarra di Beckert e Desmond decide di portare il collega canadese negli Usa per incidere alla corte di Creed Taylor in quartetto. A questo punto, considerato il carattere schivo del produttore, l’incomunicabilità orale fra i tre rischiava di divenire totale e forse solo l’opera dell’ingegnere del suono Rudy Van Gelder riuscì nell’impresa di farli parlare. Il risultato di quelle sessions è “Pure Desmond” un disco che il titolare considerava da attribuire come leader al chitarrista : l’iniziale “Squeeze me“, standard senza tempo come “I’m old fashioned” e “Till the clouds roll by“, un’ ammaliante “Nuages” di Django Reinhard, un paio di composizioni di Cole Porter, “Why shouldn’t I” e la swingante “Everything i love” , la ballad “Warm valley” di Ellington sono esempi di un modo di suonare che trascende epoche e stili per dispensare emozioni in pillole di eleganza formale. Bickert, che nel disco appare anche solista dotato di solida tecnica e stile versatile, suonò con Desmond in quello che il sassofonista definiva “Canadian group” (con Don Thompson e Jerry Fuller) fino all’anno della sua scomparsa, per poi affrontare una carriera solista ed approdare alla scuderia Concord Jazz a fianco di Benny Carter ed Elisabeth Clooney. Si ritirò dalla musica a 67 anni dopo un brutto incidente ed aver perso la moglie, e morì nel 2019. Il disco si conclude con “Mean to me” uno standard del 1929 scritto da Fred Ahlert, ennesima dimostrazione di quell’eleganza un pò distaccata ed ironica che Desmond, ad una domanda su come avesse sviluppato il suo stile, sintetizzò con una delle sue celebri sentenze: ” E’come se avessi sempre avuto in testa di suonare come un martini dry“.

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