L’inedito Crisol di Roy Hargrove – “Grand Terre” (Verve)

ROY HARGROVE’S CRISOL – Grande-Terre – VERVE Supporti disponibili: CD – LP

Il crogiolo. Uno dei punti nevralgici del melting pop musicale di fine novecento fu ideato da mr. Roy Hargrove che nel ‘97, dopo una serie di concerti cubani con Chucho Valdez ed altri, assemblò un largo organico col quale pubblicò per la Verve “Habana”, un lavoro che ebbe notevole risonanza, tanto che vinse il Grammy quale Best Latin Jazz Performance. Il gruppo si profuse quindi in una serie di concerti e tornò ad entrare in sala d’incisione, sempre per Verve, ad alcuni mesi di distanza per una sorta di volume 2, questo “Grande-Terre” appunto, inciso in Guadalupa e misteriosamente rimasto in fondo al cassetto…per 26 anni! I motivi reconditi che han portato la casa discografica a non pubblicare questa incisione a suo tempo non si sanno di preciso, fatto sta che nessuno dei musicisti coinvolti, a parte forse lo scomparso leader, avevano mai ascoltato questa session e la Verve ha pensato di metterli in fila su una sedia per fargli ascoltare per la prima volta il disco, in anteprima, pubblicando poi in video la “first reaction” che vedete riprodotta di seguito.

Roy Hargrove, formidabile trombettista che coniugava hard bop, latin e groove con una perizia strumentale d’altissima scuola ha lasciato questa terra prima ancora di compiere i 50 anni, vittima di un’insufficienza renale e anche di una vita di eccessi che non gli hanno impedito di firmare grandi dischi, sia in proprio che come sideman, diventando nel tempo punto di riferimento e fonte d’ispirazione per una lunga teoria di musicisti, dentro e fuori gli ambiti jazz.

Il crogiolo, si diceva. “Habana” e “Grande-Terre” sono dischi simili, il sound rimane quello del primo album anche se la band, tra le due incisioni, muta profondamente, solo il trombonista Frank Lacy e i due esplosivi percussionisti cubani Miguel “Angá” Díaz e José Luis “Changuito” Quintana rimangono in questi Crisol in trasferta nell’arcipelago caraibico. A loro si aggiungono, tra gli altri, due nomi eccellenti, ovvero il chitarrista Ed Cherry, già a fianco di Dizzy Gillespie nelle sue fondamentali escursioni latine, di certo molto amate ed ascoltate anche da Roy Hargove, ed il sofisticato contralto di Sherman Irby, nome di punta della JLCO di Wynton Marsalis.

Quando la band attacca a regime vengono in mente le summenzionate incisioni di Gillespie con la United Nations Orchestra ma anche certe pagine di Arturo Sandoval, oltre che ovviamente i fondamentali Irakere di Chucho Valdez e chissà quanti altri. Del resto Roy Hargrove si conferma leader sapiente, dosa le spezie a sua disposizione e dal crogiolo caraibico filtra un latin-hard-bop moderno e rovente, screziato e metropolitano, in grado di far breccia su ampie platee. Tra gli originals, tutti di notevole livello e composti in larga parte dal leader con il contributo di tutta la band, segnaliamo “Rumba Roy” che apre il disco ed è il classico pezzo che fa balzare dalla poltrona ed accendere i sensi, “Priorities”, potente manifesto dalle ascendenze free, ed “Ethiopia” un incantevole duetto col pianista Larry Willis. L’unico brano non scritto dal gruppo arriva da un disco di Lee Morgan, altro cerimoniere di crogioli che ci ha lasciato troppo presto, da “The Sixth Sense” viene infatti riletto, o sarebbe il caso di dire celebrato, con devoto afflato mistico, “Afreaka”, scritto da Cedar Walton a metà anni ’60, un pezzo modale dal groove afrocentrico che coinvolge tutta la band e che può essere considerato la summa estetica e spirituale dell’intero lavoro. Gli arrangiamenti sono sempre elaborati e pungenti, in grado di mantenere alta l’attenzione in ogni passaggio, il disco sprizza vitalità, non disgiunto da una certa malinconia, la stessa che ci assale pensando alla sorte di un musicista impossibile da dimenticare.

Roy Lives!

(Courtesy of Audioreview)

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