ALESSANDRO LANZONI – “Bouncing With Bud” Fresh Sound New Talent
E’ un periodo piuttosto vivace per Alessandro Lanzoni, pianista fiorentino classe ‘92 dal bagaglio classico molto importante, che in pochi mesi ci ha consegnato un gran bel lavoro in quartetto (“Reverse Motion”-Jam/UnJam) con il trio stabile cui si aggiunge il favoloso sax contralto di Francesco Cafiso, ed a stretto giro di posta questo “Bouncing With Bud”, inciso per la prestigiosa etichetta catalana Fresh Sound. Il disco è tutto dedicato alla musica di Bud Powell, e certifica il magic moment del pianista, peraltro attualmente impegnato anche nei gruppi di Aldo Romano e Roberto Gatto. Non è certo la prima volta che un jazzista si accosta a Powell con un intero disco di sue composizioni, ricordiamo volentieri quello di Chick Corea (“Remembering Bud Powell” Stretch 1997) e quello meno noto di Mike Melillo (“Alternate Changes For Bud” Red 1984), ma resta il fatto che non esiste pianista jazz degno di questo nome che non abbia ascoltato, studiato e subìto il fascino e la passione allucinata di uno dei geni musicali assoluti del secolo scorso.

Lanzoni è un ex enfant prodige che si è abbeverato a quella fonte fin da quando la sua personalità musicale, ora mirabilmente stratificata, era ancora in fieri, e questo disco ci permette di rilevare la grandezza di Powell come compositore, ruolo spesso messo in ombra dalle spettacolari doti esecutive del newyorkese.
Con estremo nitore, di stampo quasi cameristico, vengono qui riletti in purezza e quindi elaborati brani celebri come la title-track “Bouncing with Bud“, brano scritto da Powell nel 1946 insieme a Gil Fuller e suonato per la prima volta da un quintetto che comprendeva Sonny Stitt e Kenny Dorham.
Non mancano le rilettura de i temi più celebri, come l’afrocubano “Un Poco Loco”, titolo che ironizzava sui problemi mentali che han costellato la vita di Powell, peraltro “curati” a lungo con sedute di elettroshock e ricoveri in cupi ospedali psichiatrici. Lanzoni deve amare questo brano in modo particolare, coglie tutte le oblique caratteristiche del pezzo, ne diluisce gli esotismi, sviluppa un assolo complicato che si risolve nella ripresa del tema, tecniche squisitamente bop messe al servizio di un approccio moderno, al contempo cerebrale e ritmicamente ricco, del tutto coinvolgente. Lo stesso approccio a tema, struttura ed improvvisazione viene riservato ad altri capolavori come “Tempus Fugit” e “Dance On The Infidels”, brani che han fatto sudare generazioni di pianisti, non a caso sono proposti piuttosto raramente, e che sono pilastri delle nostre discoteche, si pensi ai dischi Blue Note, in particolare. Qui svanisce la febbrile velocità, fisica e mentale, di Powell in azione, ne emerge un performer moderno che s’imbeve di quel materiale tematico tanto amato per restituircelo vibrante e fresco.
Di assoluto valore i due originals inseriti, in “Bud On Chopin” i due mondi musicali confluiscono naturalmente, peraltro anche Powell era profondamente attratto da Chopin, mentre “Powellerie”, posto significativamente in chiusura di album, è una sorta di summa del modus compositivo powelliano. Le brillanti liner notes del cd sono firmate dall’amico e collega Aaron Goldberg e vale la pena tradurne una parte: “Quindici anni fa incontrai con gioia un adolescente Alessandro Lanzoni: capelli timidi e arruffati, un sorriso schivo che cominciava a irradiarsi quando suonavamo insieme, i nostri due pianoforti che si intrecciavano per poi separarsi di nuovo in voci individuali. Avevo il doppio della sua età e il mio lavoro ufficiale era insegnargli, ma non ero sicuro che ci fosse qualcosa che avrei potuto insegnargli davvero. In ogni caso volevo capire questo Millennial, e da dove gli arrivasse la facilità con cui suonasse, e il suo controllo della situazione . Ho pensato a una serie di domande da fargli alla prima occasione. Aveva mai avuto un insegnante di jazz prima? Scosse la testa, solo maestri classici. Il suo inglese minimale rivaleggiava con il mio italiano minimale, ma parlava già fluentemente il linguaggio jazz. Entrambi i suoi genitori sono professori di pianoforte nei conservatori classici, quindi è cresciuto con due Steinway in casa! Ciò ha contribuito a spiegare l’accesso alla musica, la motivazione e il talento… ma non mi ha svelato il mistero di come abbia imparato a suonare lo swing a Firenze. I tuoi genitori ascoltavano jazz a casa? Negativo...”
L’ascolto di questo disco, uscito l’anno scorso per celebrare i cent’anni dalla nascita di Powell, ha suscitato in chi scrive un doppio effetto: mi ha portato dentro il mondo musicale di uno dei nostri migliori e più sofisticati musicisti in attività e mi ha costretto a togliere dallo scaffale alcuni dischi che da troppo tempo non ascoltavo.
Bud Lives!

