“Someday”, pubblicato nel 2023, aveva portato alla conoscenza degli appassionati di jazz un nuovo quartetto capitanato dal pianista Marc Copland, con Drew Gress al basso, Robyn Verheyen al sax e Mark Ferber alla batteria. Ne avevamo parlato qui , sottolineando il carattere di “classico” del jazz contemporaneo di quella session registrata in uno studio di Manhattan dai decisi connotati orientali , “The Samurai Hotel”, nel mese di gennaio 2022. Alla fine di quello stesso anno i quattro si sono ritrovati alla Fattoria Musica di Osnabrueck, in Germania, per dare un seguito a quell’opera prima, che giunge ora sul mercato grazie alla medesima etichetta olandese Inner voice jazz con il titolo di “Dreaming“. Cosa è cambiato fra i due dischi ce lo spiega Marc Copland, sottolineando gli aspetti di una formula già perfettamente a regime, anche grazie ai lunghi anni di frequentazione fra il pianista e Gress, ed all’intesa maturata con i più giovani Ferber e Verheyen.
“Non abbiamo cambiato approccio, perchè il primo cd rappresenta davvero in modo esemplare chi siamo. Ci ascoltiamo, cerchiamo di dare spazio a noi stessi ed alla musica, percepiamo in anticipo dove la musica vuole portarci . Detto questo, stiamo sviluppando ed estendendo il nostro modo di suonare, forzando le barriere armoniche, specie nei due sfidanti brani firmati da Drew Gress, aggiungendo una ballata free di Robin Verheyen, inserendo alcuni ritmi stratificati ed approfondendo l’intensità della nostra interazione. “
Tutto scontato, allora? L’ennesima session di un progetto consolidato su livelli di eccellenza tecnica ammirevole ma prevedibile? Non proprio. Innanzitutto perchè l’immedesimazione e la lunga consuetudine fra i quattro componenti ha consolidato uno degli scopi principali di Copland, ovvero far suonare il gruppo “come un organismo unico”, che non ha bisogno di troppa condivisione teorica, ma respira sull’onda di un’intesa musicale che si crea istintivamente. Ascoltate la versione di “Yesterdays” di Jerome Kern che chiude l’album, totalmente improvvisata in ogni aspetto, l’inizio, l’ordine degli assoli, la conclusione, tenuta insieme perchè “ognuno è concentrato ed in ascolto degli altri”. Ma i dettagli cui accenna Copland consentono di scoprire anche nuovi aspetti del quartetto, in questo caso equamente ripartiti fra momenti di rarefazione nei quali le interazioni seguono rotte non programmate e sottili iniezioni ritmiche che animano alcuni episodi di uno swing tanto incisivo quanto discreto. Si parte da due esempi di quest’ultima tendenza, con l’iniziale “Eronel” di Monk, riletta con una leggiadra attitudine che arrotonda gli angoli del tema esposto dall’unisono piano/soprano, e la seguente “All that’s left” che sviluppa un articolato andamento funky innestando sulla base ritmica in tempo dispari un tema ripetuto in 8/8 , concludendo sui marcati accenti dell’esuberante Ferber.
E si arriva alla title track, un tema inafferrabile ed evocativo sviluppato con l’andamento di un sogno dove realtà e fantasia, coerenza armonica e dissonanza, convivono, nelle voci del pianoforte e del contrabbasso, in un mondo onirico e surreale. “Una delle composizioni più impegnative che conosca“, secondo Copland. Un episodio che sintetizza l’essenza di questa musica – si potrebbe aggiungere – che rifugge dalle muscolari esibizioni virtuositiche per trovare uno dei maggiori pregi nelle mutevoli modalità di convivenza delle varie parti. Quasi un simbolo della necessità del dialogo.
Melodie servite quasi con timidezza, boccioli da sviluppare nel gioco collettivo caratterizzano due brani seguenti , a firma, rispettivamente, del sassofonista Verheyen e del bassista Drew Gress. “Destination Unknown” parte da un tema sornione del sax per offire un’ avvincente sequenza di assoli, con quello di Copland che accenna, nel suo svolgimento accuratamente architetatto, ad un ritmo latino. “Figment“, con il tema liquidamente adagiato su un ritmo minimale, ospita, invece, una lunga esposizione affidata al contrabbasso prima di accendersi ritmicamente con gli interventi del sax e del pianoforte e concludere con la batteria protagonista di una serie di breaks.
Fra i due brani “Passing Through“, una ballad dall’ambientazione astratta il cui rarefatto procedere ne fa un candidato ideale per un disco ECM .
Teniamo per ultimo un brano che in realtà compare a metà scaletta, “LST” (Little swing tune), una composizione di Copland che sta tutta nel titolo, incisa in origine dal pianista e Dress con John Abercrombie e Joey Baron sull’ album “39 steps” (ECM 2013): è il pezzo più gioioso della raccolta, con il tenore che dispiega la sua voce profonda ed agile ed un finale tutto all’insegna dell’euforia ritmica. Suona come il giusto complemento alle parole finali di Copland, dedicate all’inebriante, inconsapevole incantesimo di una musica che, inevitabilmente, finisce dalle parti del cuore.
“I’m not so damn smart – after sixty odd years – building line upon line – using millions of steps – with these notes that can’t rhyme . I still don’t know – how this wonderful art – lika a Heisenberg dart – sends an arrow – that pierces – my heart.

