Marc Copland Quartet – Someday (inner Voice Jazz)

In una rigida giornata di metà gennaio i musicisti entrano negli studi di Astoria, a pochi chilometri da Manhattan, denominati The Samurai Hotel, un ambiente in stile giapponese in cui troneggia uno storico Stainway di inizio secolo. Il programma della session di due giorni è solo abbozzato perchè il leader, il pianista, preferisce lavorare su un canovaccio di massima e lasciare che il dialogo e la creatività istintiva conducano la musica nella direzione che i musicisti sceglieranno sul momento. Il processo è pienamente condiviso da tutti, tanto che il sassofonsita, ad un certo punto, propone di suonare una take “come se si fosse in un club”: ne scaturisce un’ora di musica non programmata che contiene due gemme dal catalogo di Miles Davis ed una ballad originale a firma del sassofonista. Svelando identità e titoli, fotografati nella romanzata ricostruzione di inizio 2022, si tratta del pianista Marc Copland e del suo quartetto composto dal contrabbassista Drew Gress, dal sassofonista belgo/americano Robin Verheyen e dal batterista Mark Ferber. I brani in questione invece sono “Someday my prince will come”, che presta il titolo al disco, la conclusiva “Nardis” ed una suadente ballad dedicata ad Ellington dal titolo “Dukish“. Ascoltando gli otto brani che compongono l’ora di dialogo fra i musicisti la tentazione è stata quella di limitare le parole e chiudere qui, con le essenziali informazioni riportate, il racconto di un disco che può essere considerato una sorta di “state of the art” del jazz contemporaneo, un episodio ammantato di un’ aurea di autorevole classicità, con tutti gli ingredienti per coinvolgere chi segue questa musica apprezzandone i meccanismi più intimi, e, magari, lasciare indifferenti coloro che continuano ad aspettare dal jazz di oggi la prossima rivoluzione sonora o culturale.

Ma, dato che volgiamo rimanere fedeli al ruolo di cronisti di ciò che ci è piaciuto, eccoci ad elencare i pregi di un quartetto intergenerazionale, con due veterani come Copland e Dress, il primo a lungo parte delle band di John Abercrombie e Gary Peacock, il secondo già al fianco di Berne, Hersh, Uri Caine e Dave Douglas, e due giovani ma già affermati solisti come Verheyen, sassofonista dal fraseggio articolato ed espressivo che echeggia molta parte della storia del suo strumento, molto efficace anche al soprano, e l’assertivo batterista Mark Ferber, già membro del gruppo di Ralph Alessi visto di recente in Italia. L’insieme funziona in modo ottimale, spaziando fra momenti di intimo lirismo graziati dalle imprevedibili strategie al pianoforte di Copland, (la title track con la sua melodia distillata, l'”haiku” di “Encore“una cellula armonica semplice che nasconde molti sentieri da esplorare), a brani di più marcata impronta dinamica (una grintosa “Spinning things” spinta dal drive di Ferber che prende anche un notevole solo, la ripresa swingante e divertita della monkiana “Let’s cool one“, una “Nardis” che vola leggera sulle ali del sax e del pianoforte ). Due brani, in particolare, tratti dal repertorio di Copland ed eseguiti spesso, nel corso del tempo, in diverse configurazioni, evidenziano la capacità relazionale del quartetto, quel suonare “come un organismo unico” che è un pò l’araba fenice di molti jazzisti : “Round she goes” che cresce gradualmente in un climax collettivo basato sul reciproco ascolto e si conclude con la sezione ritmica ancora belligerante, e “Day and night“, vetrina per i pensieri ed il suono di Verheyen, il cui lungo solo è seguito da escursioni soliste del pianoforte, del contrabbasso e della batteria, in una sequenza che assomiglia davvero ad un dialogo fra amici, ognuno dei quali ha da aggiungere qualcosa, il proprio contributo alla storia collettiva che si va narrando.

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