I fortunati spettatori del Planet Sound di Gallarate, la serata del 9 febbraio 2024, si sono trovati davanti ad un quartetto di musicisti animati dalle migliori intenzioni nel ridare vita, con il proprio apporto espressivo, a dieci pezzi di storia del jazz. Un sassofonista dal fluente fraseggio animato da un’ ampia tavolozza timbrica che cita Joe Henderson fra le maggiori ispirazioni, un pianista inquieto e magmatico come certo Mc Coy Tyner , ed una sezione ritmica che marcia come un treno, ma è capace di finezze liriche, come di spericolati breaks. Oggi quel concerto è stato consegnato alla forma fisica di un cd appena pubblicato da Caligola records, con l’intento di trasmettere intatta, senza editing successivo, a tutti gli ascoltatori quell’energia, quella “furia espressiva” scaturita dalla performance di Gallarate. Per un gioco della sorte, mi è capitato di assistere, nel corso dell’estate che sta finendo, a concerti che coinvolgevano quasi tutti i musicisti presenti sul disco – Michele Polga con il trio di Enrico Pieranunzi, e Lorenzo Conte e Pasquale Fiore, impegnati a supporto del pianista sovietico Ivan Farmakowsky- ed in entrambi i casi è emersa con evidenza la capacità dei musicisti di immedesimarsi in repertori diversi, attivando con naturalezza quei canali comunicativi a disposizione dei musicisti navigati che per convenzione chiamiamo interplay.
Il repertorio del concerto e del disco rende subito onore alla “grande pulsazione” del titolo , aprendo con i fuochi d’artificio di una “Black Nile” di Wayne Shorter che inaugura un quartetto di covers di grandi sassofonisti: “Simone” di Frank Foster, con il pianoforte di Carnovale assoluto co- protagonista del sax , il classico “Inner urge ” di Joe Henderson, dove il sassofono di Polga tocca le corde più scure del proprio bagaglio espressivo, e di nuovo Shorter con le strutture modali di “Yes or No” fra le quali sax e piano ritagliano un dialogo avvincente e ricco di richiami.
Ma anche quando è il momento di rallentare e lasciare spazio alla vena romantica, il quartetto rimane perfettamente nel ruolo: a metà programma viene collocata una sequenza siglata dall’eleganza formale di una “I remember you” di Johnny Mercer, con un esteso solo del contrabbasso, e dalla lirica “Darn that dream” , eseguita in punta di strumenti e con la quasi totale assenza della batteria. Tributata una citazione d’obbligo allo standard per eccellenza “Body and soul”, qui resa ponendo in risalto il nucleo melodico essenziale e con una coda da brividi, il finale è tutto dedicato ad un altro degli eroi dell’hard bop, Paul Chambers ed il suo contrabbasso con una “Whims of Chambers” dilatata nell’arco di dieci minuti nei quali si assiste ad un continuo cambio di scenari fra quiete e tensione, condotti dalla sequenza di soli di sax, pianoforte (qui davvero ammirevole per inventiva e drive ) e contrabbasso, Tutti da riascoltare più volte per immaginare di essere stati là quella sera d’inverno dell’anno scorso, a celebrare per l’ennesima volta giganti e pezzi memorabili di questa musica con interpreti pianamente all’altezza della tradizione.
