DESAPARECIDOS -IL JAZZ IN ITALIA TRA I ’70 E GLI’80 – 4^ PUNTATA

No, no, questa rubrichina ‘archeologica’ non è andata smarrita tra le macerie del presepe bombardato, ma giunge qui ad uno dei capitoli che più mi stanno a cuore.

Sfido chiunque non abbia i capelli grigi a dir qualcosa di Eraldo Volontè. E sono sicuro che anche nella platea delle teste grigie vedrò parecchie smorfie perplesse. Eppure ci troviamo di fronte ad un vero precursore, come dimostreranno le sue frequentazioni e quel che rimane delle sue opere.

Certo è che per farsi un’idea della statura di questo musicista, occorre inquadrarlo nella realtà di un’Italia che ancora alla fine degli anni ’50 versava in una situazione di grande provincialismo e di notevole isolamento. E’ l’Italia delle calzemaglie nere imposte alle gemelle Kessler in prima serata TV, dei venerdì santo con le Passioni di Bach che dilagavano in radio e tv con pubblicità al bando ed annunciatrici in gramaglie, dei sequestri sistematici di quelli che diverranno poi i classici del grande cinema d’autore italiano. Nel jazz l’elegante e suadente ‘west coast’ di Basso e Valdambrini già sembrava la futuribile colonna sonora di un sogno americano che ancora doveva uscire dagli schermi cinematografici per entrare nei tinelli egli italiani.

…ed anche Volontè qui non sfugge alla seduzione di Konitz….

Eraldo nasce figlio d’arte (i suoi sono musicisti) nel 1918: quindi si affaccia alla vita già alla fine degli anni ’30. Ha studiato violino e clarinetto, ma poi si è convertito al sax tenore, di cui si è impratichito da autodidatta: non una cosa da poco, nell’Italia di ‘Maramao perché sei morto’, o peggio di ‘Giovinezza’.  La folgorazione sulla via della 52^ Strada si deve all’incontro con Gian Carlo Testoni ed il Circolo Jazz Hot di Milano da lui fondato: il nostro rimane talmente affascinato da buttarsi alle spalle una tranquilla carriera nella musica accademica per tuffarsi in quelle che erano realtà semiclandestine come la formazione del violinista Max Springher e l’Orchestra del Momento (!) di Aldo Rossi. Quasi nulla si sa dei suoi primi anni ’40, che devono esser stati a dir poco difficili. Ma già tra le macerie e le miserie del 1947 fa capolino un’Orchestra Eraldo Volontè, che nel 1949 vince un Festival del Jazz di Firenze. Della partita sono anche tali Giorgio Gaslini (imberbe) e Gilberto Cuppini: due compagni di un lungo viaggio negli anni a venire.  

Arginata la piena del boogie woogie ed inziati i cupi e grigi anni ’50, va da sé che non ci sia la minima possibilità di vivere di jazz (tra l’altro guardato anche con un certo sospetto, si veda l’immagine che ne viene data in certo cinema italiano dell’epoca). E quindi il nostro Eraldo divenne un ‘jack of all trades’, come dicono i cugini yankee: accumula partecipazioni in orchestre da ballo, qualcuna con un certo penchant jazzistico (Kramer, Barzizza), sul finire del decennio tiene a battesimo il più famoso degli ‘urlatori’, quel Celentano che aprirà la strada al rock and roll in Italia. Oggi potremmo guardare a queste peripezie musicali come ad una sorta di battuta d’arresto, di ‘minus’ nella carriera del nostro e di quasi tutti gli altri ‘desaparecidos’: ci sbaglieremmo di grosso, perché i nostri uscirono da queste esperienze con un bagaglio di professionismo a 360° che ne fece ascoltatori e collaboratori pronti e duttili, doti cruciali quando verrà il momento dell’incontro diretto con i primi grandi jazzmen americani. Per tacere di una facilità e disinvoltura nel rapporto con le platee più diverse che si vorrebbe tanto vedere anche oggi.

Ma il vero amore è sempre lì che brucia, e si trova sempre il modo di rubare tempo per lui. Per fortuna è giunto sino a noi qualche sparso reperto, di datazione non agevole, ma dovremmo esser nel 1960. Non è un dettaglio da poco, che fà risaltare ancor di più il carattere sorprendente di quel che segue:

Infatti il nostro Eraldo è già in sintonia con una lunghezza d’onda che, senza nulla togliere ad eleganza e freschezza del ‘west coast jazz’ proposto da Basso & Valdambrini, lo porta pressocchè in contemporanea al centro della mischia che già infuria dall’altra parte dell’Atlantico

Allora bastava un giro di telefonate per radunare in studio una falange di questo genere….la seduta è di fine 1954, l’album uscì solo nel 1957….

 Anche tra quelli che avventurosamente indagavano su quel che accadeva oltreoceano, il nostro ascolta cose diverse, sarà portatore di cose diverse ed alla fine sarà egli stesso una voce diversa.

Su questa strada è fatale nel 1960 un un nuovo incontro con il vecchio compagno di strada Gaslini, ora non più imberbe e vessato dalle commissioni d’esame del Conservatorio, ma solidissimo e indaffaratissimo professionista della musica. Ed è grazie ad una romanzesca serie di incontri e di occasioni che Gaslini, Volontè ed il suo fido Alceo Guatelli  ed Ettore Ulivelli si ritrovano scritturati non come musicisti, ma come attori. Sul set di questo film:

Forse il più bello della famosa ‘trilogia’ di Antonioni. Come ‘Rocco ed i suoi fratelli’ di Visconti conserva l’immagine di una Milano scomparsa, che dalle rovine e dai vuoti della guerra si proietta in un futuro che allora sembrava luminoso….   

I rapporti del jazz con il cinema sono intensi, anche se spesso problematici ed a volte infelici. Il pensiero subito corre ad ‘Ascensore per il patibolo’ di Louis Malle, che per la colonna sonora riusci ad avere Miles Davis, che, rifiutato un lussuoso studio parigino, si rinchiuse con i suoi in uno di quei loschi garage della banlieu dove nei film noir francesi si truccano le auto per le rapine, componendo e registrando le musiche mentre i girati giornalieri venivano via via proiettati su di un telo. “C’è l’atmosfera giusta”, spiegò Miles. Bella impresa, giustamente celebrata. Beh, ne ‘La Notte’ il quartetto di Gaslini suona dal vivo sul set nella lunga scena della festa nell’avveniristica villa che occupa tutta la seconda metà del film. Il jazz che si fa dentro al film, non commento esteriore, ma soggetto dell’azione: niente male, no?

Anni fa a Correggio ebbi la fortuna di ascoltare un David Murray in gran forma, ospite della Lydian Chromatic Orchestra di Brazzale. Venne il momento di una vetrina solistica per David, con due brani da lui preferiti. Il primo fu ‘Chelsea Bridge’ di Billy Strayhorn, il secondo fu ‘Blues all’Alba’      

Come già in altre occasioni, il film di Antonioni fu massacrato dall’establishment italiano, coadiuvato da una burocrazia che aveva poco da invidiare a quello del ventennio. Al Festival di Berlino del 1962 si accaparrò però l’Orso d’Oro, ed in Italia collezionò un prestigioso Nastro d’Argento anche per la colonna sonora. Credo che la voce insolitamente tersa e levigata del sax di Volontè abbia avuto la sua parte in questo successo di critica, testimoniato anche da varie riedizioni discografiche.

..eh il blues, o meglio il senso del blues, eterno tallone d’Achille del jazz italiano. Qui invece c’è      

Con Gaslini ci saranno anche altre avventure (per esempio nel 1968 ‘Il Grido’, dov’è presente anche Steve Lacy), ma intanto riprende il cammino del Volontè leader. Ed è un cammino a grandi passi, verrebbe da dire ‘a passi da gigante’…

Siamo nel 1963. Altro che le estati languide di altri, questa è veramente rovente…

“My point of view”, è un titolo che suona un po’ assertivo. Giusto come questo:

Questo vero gioiello del jazz italiano anni ’60 fortunatamente lo trovate sulle piattaforme di streaming e in caso di colpo di fulmine ve lo comprate per una manciata di monetine su BandCamp da cui ho tratto la clip di cui sopra. Che effetto deve aver fatto nell’Italia del 1963 il sax ruvido e graffiante di Volontè, lo slancio estatico ed impellente del gruppo, una musica carica di un’urgenza improvvisa e sconosciuta? Secondo me lo stesso del disco volante che atterra nel Galoppatoio di Villa Borghese ne ‘Un Marziano a Roma’ di Ennio Flaiano.

Come si vede dalla scaletta dei brani, lo stranito pubblico di allora si vide recapitato a domicilio un compatto breviario del jazz più avanzato dell’epoca, e nello stile un manifesto coltraniano nella lettera e soprattutto nello spirito. Alla luce dell’esposizione ad anni di ‘coltranismo di maniera’ degli epigoni, può risultare difficile capire l’effetto dirompente di questa uscita: en passant, il primo passaggio di Coltrane in Italia non fu affatto un trionfo, e non si parla tanto della reazione di un pubblico borghese, quanto anche di quella dei molti musicisti presenti (per fortuna certe interviste a caldo sono sepolte in remoti depositi di biblioteca). Si pensi poi che all’epoca in Italia uno solo suonava così: il Gato Barbieri che per il suo stile provocava sudori freddi anche ad un giovane dotato e curioso come Franco d’Andrea che spesso lo accompagnava (beninteso in serate in gloriose cantine romane, non di più). Tra l’altro la leadership carismatica di Volontè riesce nel miracolo di trasformare per una volta un pianista raffinato e delicato come Renato Sellani (altro desaparecido) in un dinamico ed incalzante incrocio tra il Bill Evans del Village Vanguard ed il primo McCoy Tyner: a mio avviso il trasfigurato Sellani regge alla prova molto più brillantemente di quanto non fece un traumatizzato Tommy Flanagan nell’analoga temperie di ‘Giant Steps’.

Siamo arrivati nel 1966. Come si vede, il nostro Eraldo non solo ha sempre orecchio fino nel captare la musica del mondo, ma non perde un colpo nemmeno come leader, imbarcandosi in un’avventura con compagni di un’altra e più giovane generazione. Anche questo album è reperibile su Bandcamp. Il titolo racconta tutta la storia.

Nel maggio 1968 Volontè sfiora i 50 anni: allora un’età di ripiegamento e di chiusura dei conti. Che invece qui continuano a correre indisturbati ed in perfetta sincronia con alcune cosette che succedevano sui boulevards del Quartiere Latino di Parigi. Ed Eraldo porta in uno studio milanese due amici parigini, Franco Manzecchi e Benoit Charvet, nonché un naturale compagno di strada come Giorgio Azzolini: sorprende invece l’arruolamento in una simile avventura di Dino Piana e addirittura di Oscar Valdambrini. Presente in ispirito, come si può notare, anche Gaslini. Erano proprio giorni formidabili, in cui tutto sembrava possibile.

1975. Alla soglia della sessantina, Eraldo ancora sfodera invidiabili doti di energia e di entusiasmo. In ‘Safari’ dimostra anche souplesse e disinvoltura nel giostrare con organici variabili e strumentazioni innovative. Questa musica a distanza di decenni ci giunge ancora fresca e vitale, ed a quelli che erano ragazzi allora fa scattare immediatamente suggestioni che portano lontano ed anticipano cose ancora in gestazione. Certo, l’Africa di Volontè ed i suoi è un poco naif, ma anche il celebre ‘Africa Brass’ di Coltrane e Dolphy era un miraggio mitologico.

Vorrei proseguire, ma la sottile collana di album che ci ha portato sin qui si arresta. Seguiranno parecchi di quei dischi di sonorizzazione con musiche preconfezionate per cinema e tv in compagnia di altri colleghi anche di fama: un buon modo per pagare affitto e bollette.

Proprio nell’anno di ‘Safari’ la scena del jazz italiano esplode improvvisamente con l’irruzione di un nuovo pubblico, disordinato ed anche un poco confuso, ma che porta il jazz nelle strade e nelle piazze  creandogli uno spazio prima inimmaginabile. Certo, la nuova onda in parte rifluirà, ma lasciandosi indietro molto: senza di lei, probabilmente non saremmo qui a parlare e scrivere. Sarebbe stato bello sapere cosa ne pensasse un uomo che la marea l’ha presentita ed annunziata, ma Volontè attraversa in silenzio i suoi ultimi, lunghi anni, ed esce di scena in punta di piedi nel 2003.

E’ difficile trovare un epilogo che riassuma una vita di passione e di bellezza come questa. Ma alla fine ho pensato che il saluto migliore sia quello di risentire Eraldo nel finale de ‘La Notte’, testimone prima distante e sommesso e via via sempre più drammaticamente incombente del doloroso silenzio che divide Jeanne Moreau da Marcello Mastroianni. Guardatelo ed ascoltatelo sino in fondo, sono dieci minuti che non rimpiangerete. Milton56

Nei film di Antonioni i regolamenti di conti tra i due sessi avvengono sempre in albe livide. Qui il teatro è il campo da golf della splendida villa in Brianza che riempie tutta ‘la notte’ del film. Mi dicono che non c’è più, forse al suo posto c’è un ipermercato. Sono convinto che questo finale (massacrato dalla nostra censura con un brusco taglio, chiaramente percepibile) ha molto a che vedere con l’inclusione nella lista dei cinque (dicesi cinque) film preferiti di Stanley Kubrick, a cui si aggiunge l’ammirazione di Ingmar Bergman per la bellezza pittorica delle inquadrature e l’intensità della recitazione. In lontananza, ma sempre onnipresente il sax di Volontè e la musica di Gaslini. Lidia: “Ma che cosa sperano, che il giorno venga su diverso se loro suonano?”. Sì Lidia, noi non abbiamo smesso di sperarci….   

1 Comment

  1. Oltre alla meravigliosa musica, ne La Notte c’è un dialogo verso la fine del film che trovo così lucido e bello che vorrei riproporlo: Lidia legge commossa una lettera, seduta accanto a Giovanni, ad alta voce:

    “Questo era il piccolo miracolo di un risveglio: sentire per la prima volta che mi appartenevi non solo in quel momento e che la notte si prolungava per sempre accanto a te, nel caldo del tuo sangue, dei tuoi pensieri, della tua volontà che si confondeva con la mia. Per un attimo ho capito quanto ti amavo, Lidia; è stata una sensazione così intensa che ne ho avuto gli occhi pieni di lacrime: era perché pensavo che questo non dovrebbe mai finire, che tutta la nostra vita doveva essere come il risveglio di stamane. Sentirti non mia, ma addirittura parte di me, una cosa che respira e che niente potrà distruggere se non la torbida indifferenza di un’abitudine, che vedo come l’unica minaccia. E poi ti sei svegliata e sorridendo ancora nel sonno mi hai baciato e ho sentito che non dovevo temere niente, che noi saremo sempre come in quel momento: uniti da qualcosa che è più forte del tempo e dell’abitudine”

    Chi ti ha scritto questa lettera?” – chiede amareggiato Giovanni – “tu” risponde lei

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